14 dicembre 2009

I giornali scuola di interpunzione?

di Lucia Raffaelli*

I linguisti hanno notato da tempo la fine del potere modellizzante dei testi letterari e sottolineato il ruolo dei media nel plasmare la sensibilità normativa degli utenti; ma pur riconoscendo nella scrittura giornalistica un modello di prestigio, hanno espresso opinioni divergenti sulla sua validità. Argomenti persuasivi sul buono stato di salute della lingua dei giornali sono stati portati negli ultimi anni da Luca Serianni, per il quale i giornalisti sono professionisti della penna in grado di dominare la scrittura, dalla punteggiatura all’uso dei coesivi.
 
Tengono bene, i due punti
 
Infatti anche nel settore interpuntivo i quotidiani, pur promuovendo usi sempre più innovativi, continuano ad offrire buoni esempi di impiego delle risorse tradizionali del sistema. Ad esempio, contro un certo appiattimento in atto nelle scritture più acerbe, in cui è molto diffuso l’uso della cosiddetta virgola passe-partout al posto dei segni medio-forti, nei giornali mostrano una buona tenuta il punto e virgola e soprattutto i due punti: il primo, a dispetto di chi lo ritiene un’anticaglia, figura ancora, specie negli articoli di fondo, a separare coordinate complesse o ad introdurre connettivi argomentativi come insomma; i secondi, la cui frequenza sembra favorita dall’incremento del discorso diretto, sono sfruttati in tutte le loro potenzialità, non solo con il classico valore presentativo, ma anche in una funzione troppo spesso trascurata come la sostituzione di connettivi conclusivi e causali, per semplificare il periodo e coinvolgere il lettore nella costruzione del senso. Insomma, non sembra azzardato riconoscere anche in campo interpuntivo quanto è stato notato da Serianni a proposito del lessico dei giornali: il ricorso a «una tastiera espressiva più ampia di quella abituale».
 
Tendenze innovative: la triturazione sintattica
 
Le innovazioni nell’uso della punteggiatura hanno indotto Claudio Giovanardi a parlare per la scrittura giornalistica di una «mini-tradizione nel campo degli usi interpuntivi, come fattore di riconoscimento e di individuazione rispetto ad altri tipi di lingua scritta». Colpisce soprattutto l’espansione del punto fermo, a separare coordinate introdotte da e e ma, o – con maggiore marcatezza – subordinate, specialmente relative: usi un tempo destinati a semplificare la sintassi e ora rispondenti ad esigenze impressive, ma che sembrerebbero già candidarsi alla desemantizzazione se, come ha notato Maurizio Dardano, essi costituiscono «uno degli aspetti più vistosi dell’odierna stereotipizzazione della scrittura giornalistica». Il punto può isolare anche brevissimi sintagmi, come accade nella scrittura del politologo Ilvo Diamanti; un esempio classico di quella che Francesco Sabatini definisce «ipotassi paratattizzata», i cui svantaggi sono stati opportunamente evidenziati da Bice Mortara Garavelli: l’eccessiva frantumazione sintattica obbliga «il lettore a un continuo defatigante lavoro di ristrutturazione delle frasi spezzettate».
 
Tendenze innovative: un mosaico di citazioni
 
Il discorso diretto – ingrediente di quell’animazione che Dardano considera la cifra stilistica caratteristica dei giornali d’oggi – invade sempre più la lingua dei quotidiani, tanto nel corpo degli articoli quanto nel paratesto, rendendola – come ha notato Giuseppe Antonelli – una lingua «fra virgolette». Malgrado non costituiscano una garanzia della fedeltà alle parole effettivamente pronunciate, le virgolette citazionali danno comunque al lettore l’impressione che la battuta da esse racchiusa sia colta in situazione. Da questo tipo di virgolette vanno distinte le virgolette enfatiche: quando segnalano una presa di distanza da parte del giornalista, costituiscono un chiaro indizio della scarsa separazione tra notizia e commento tipica del linguaggio giornalistico odierno.
Alla simulazione del parlato contribuiscono anche i puntini di sospensione che, soprattutto nelle interviste, compaiono nel discorso diretto, a tradurre i modi di una conversazione orale in cui i parlanti non ricorrono a una tonìa conclusiva.
 
La titolatura: un sistema a parte
 
La «mini-tradizione nel campo degli usi interpuntivi» della scrittura giornalistica è tanto più riconoscibile passando dal corpo degli articoli alla titolatura, dove, come è stato notato da Dardano, i segni di punteggiatura mostrano corrispondenze ignote alla lingua letteraria. Il regresso del tipo costituito da frasi verbali o nominali e la diffusione del tipo bipartito (tema e rema privi di connessioni sintattiche) e delle battute di discorso diretto hanno determinato un incremento quantitativo della punteggiatura, a cui è però corrisposta una sua decisa selezione dal punto di vista qualitativo. Sono stati infatti emarginati segni come i puntini sospensivi – molto frequenti anche negli articoli di politica ancora agli inizi degli anni ’90 – , il punto esclamativo – raro anche nel corpo degli articoli – e il punto fermo a precedere coordinate e sintagmi preposizionali; una ulteriore semplificazione è dovuta all’omissione di segni interpuntivi tra due segmenti che li richiederebbero quando sono posti su due righe. L’uso delle parentesi, piuttosto episodico nelle grandi testate (con una concentrazione nel «Corriere della Sera»), non stupisce certo in un giornale come il «Foglio», in cui è forte la dimensione del commento; quanto al punto interrogativo, il suo impiego è legato all’affermazione del tipo stereotipizzato dell’autointerrogazione (Infiltrato? No, sono uno 007 del Sisde).
 
Due punti e virgola, divisione di ruoli
 
Se nei titoli bipartiti con un primo elemento locutore è rimasto sempre saldo l’uso dei due punti a separare le due componenti ( La Mussolini : in vendita sul web i resti di mio nonno ), nel tipo con un primo elemento argomento o locativo questo segno è stato progressivamente sostituito, verso la fine degli anni ’70, dalla virgola, oggi dominante (Giustizia, il governo accelera). Fra le cause di questa stabilizzazione dei due segni potrebbe riconoscersi una loro progressiva funzionalizzazione semantica: quando infatti la prima parte del titolo bipartito consiste nel nome di un personaggio e la seconda non è racchiusa fra virgolette, l’attribuzione al personaggio del ruolo di argomento o di locutore non sempre risulta immediata, e dunque una diversificazione dell’interpunzione (due punti dopo il locutore, virgola dopo l’argomento) può contribuire a identificare immediatamente i ruoli (Uto Ughi: trovata da show televisivo e Blair, vacanze impossibili nella Miami dei Bee Gees).
L’uso dei segni interpuntivi è molto diverso nei titoli delle agenzie ANSA, con ricadute significative nelle “brevi” dei quotidiani on line e nella free press, dove la rielaborazione è più scarsa rispetto alle grandi testate. I titoli ANSA infatti, in sostituzione di occhiello e sottotitolo, presentano spesso strutture tripartite e quadripartite dove il tema (quasi sempre un argomento o un locativo) è seguito dai due punti e il sottotema (spesso un locutore) da una virgola, per evidenziarne la gerarchia (Scuola: Gelmini, servono divisioni). Ma la virgola dopo il locutore, per sovraestensione, finisce per comparire a volte anche nei titoli bipartiti, dando vita a un tipo sconosciuto alle grandi testate nazionali (Figlio Bin Laden, odio la violenza), che nello stesso contesto ricorrono sistematicamente ai due punti.
 
La virgola polifunzionale
 
A conferma di come nei titoli le norme interpuntive si differenzino non solo da quelle diffuse nell’italiano standard ma anche da quelle seguite nel corpo degli articoli, è indicativo il caso in cui entrambe le componenti sono rematiche (Palermo assediata dai rifiuti, chiudono le scuole e A Pisa precipita C-130, cinque vittime): contrariamente a quanto accade nel corpo dell’articolo dove, come si è visto, i due punti vengono preferiti alla virgola passe-partout per introdurre una conclusione o una causa, nel titolo a godere di maggior fortuna sembrerebbe proprio la virgola polifunzionale.
 
Riferimenti bibliografici
 
Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione, Bologna, Il Mulino, 2007.
Ilaria Bonomi, L’italiano giornalistico. Dall’inizio del ’900 ai quotidiani on line, Firenze, Cesati, 2002.
Maurizio Dardano, La lingua dei media, in La stampa italiana nell’età della TV, a cura di V. Castronovo e N. Tranfaglia, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp. 243-85.
Andrea De Benedetti, L’informazione liofilizzata, Firenze, Cesati, 2004.
Claudio Giovanardi, Interpunzione e testualità. Fenomeni innovativi dell’italiano in confronto con altre lingue europee, in L’italiano oltre frontiera (V Convegno internazionale, Leuven 22- 25 aprile 1998 ) , a cura di S. Vanvolsem, D. Vermandere, Y. D’Hulst, F. Musarra, Firenze-Leuven, Cesati-Leuven University Press, 2000, vol. I, pp. 89-107.
Riccardo Gualdo, L’italiano dei giornali, Roma, Carocci, 2007.
Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari, Laterza, 2003.
Lucia Raffaelli, Fra punteggiatura e sintassi: sondaggi sui titoli dei quotidiani, in Studi linguistici per Luca Serianni, a cura di V. Della Valle e P. Trifone, Roma, Salerno Editrice, 2007, pp. 455-68.
Francesco Sabatini, L’ipotassi “paratattizzata”, in Generi, architetture e forme testuali, Atti del VII convegno SILFI, a cura di P. D’Achille, Firenze, Cesati, 2004, vol. I, pp. 61-71.
Luca Serianni, I giornali scuola di lessico?, in «Studi linguistici italiani», XXIX 2003, pp. 261-73.
Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006.
Luca Serianni, Italiani scritti, Bologna, Il Mulino, 2007.
 
*Lucia Raffaelli ha conseguito il dottorato di ricerca in Linguistica storica e Storia linguistica italiana. Insegna Italiano per traduttori e Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Roma “Sapienza” e l’Università degli Studi di Cassino. Ha pubblicato carteggi ottocenteschi nel CEOD (patrioti e cantanti liriche) studiandone la lingua in diversi saggi. In ambito contemporaneo, si è occupata delle competenze linguistiche di accesso degli studenti universitari e di punteggiatura e sintassi nei titoli dei quotidiani. È in uscita presso l’editore Pozzi il volume La scrittura epistolare dell’Ottocento, da lei curato con Giuseppe Antonelli, Massimo Palermo e Danilo Poggiogalli.
 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0