05 marzo 2010

L’italiano della radio

di Enrico Menduni*  

L’italiano radiofonico rappresenta il più consistente intarsio di oralità nella lingua del Novecento. Esso si presenta come un flusso immateriale: non come testo scritto o inciso su qualche supporto, e neanche accompagnato da immagini, come è sempre più frequente nella cultura “audiovisiva” degli ultimi due secoli. È voce sola, nuda. Nella sua forma più tipica il parlato radiofonico non è il frutto della lettura di una pagina scritta (una “seconda oralità”, secondo Walter Ong), ma è flusso orale privo di scrittura (al massimo, una “scaletta”). Esso è intensamente intrecciato con la musica, cosa che appare naturale ad un menestrello trobadorico medievale ma non ad un accademico contemporaneo; ed è basato sulla ripetizione di frammenti parlati e sonori, con una loro specifica cadenza, con un ritmo tipico di una determinata emittente a cui essa affida la sua riconoscibilità in un etere affollatissimo. Questa ripetizione ritmica appare naturale ad uno sciamano samoiedo ma è difficilmente percepibile dall’accademico di cui sopra, che abbiamo scelto come capro espiatorio di questo articolo (e che, naturalmente, rappresenta un’esagerazione ad uso esplicativo). Si è parlato per questi fenomeni di “post-testualità” e di “terza oralità”.
 
I “Radio Days” che non ci sono più
 
Sono modalità espressive che sfuggono al linguista che studi la radio classica dei “Radio Days” (1925-55) o si soffermi soltanto sulla radiofonia pubblica, per un migliore accesso alle fonti o per motivi “istituzionali”. Basta dire che oggi la radiofonia pubblica è ascoltata solo dal 20% dei radioascoltatori, e gli altri preferiscono i menestrelli e gli sciamani. Per spiegarsi meglio: negli anni sopra indicati la radio è stata un medium di massa, maggioritario, egemonico, mainstream. Prodotta da grandi istituzioni (pubbliche e monopolistiche in Europa, private e in concorrenza in Usa) e quindi spesso ufficiale o ufficiosa. Specie nel vecchio continente in cui la sua impostazione pedagogica e paternalista generava un parlato formale, scandito, privo di forme gergali o vernacolari, di inflessioni dialettali, di parole straniere, oltreché attentamente sorvegliato (nell’Italia fascista: censurato) attraverso la forma più semplice, la preventiva approvazione di un testo o copione scritto da parte di qualche funzionario o scriba governativo.
 
Personale, mobile e interattivo: made in USA
 
Nell’America dei primi anni Cinquanta la radio fu brutalmente messa da parte dalla Tv, che dimostrò una straordinaria capacità attrattiva, una connessione con i valori del consumo e del benessere, un’aggressività nei confronti degli altri media e stili di vita. Messa in un canto, la radio si liberò dalla presa di corrente grazie al transistor e alle pile, diventò portatile (la piacevolezza del suono – diversamente dal video – non è pregiudicata da un minuscolo apparecchio) e fu il mezzo di comunicazione dei giovani e della musica rock. Era fatta dai disc-jockey, figura proveniente dalle discoteche, intervallava musica (playlist) e commenti parlati, dava spazio agli ascoltatori, grazie al telefono: dediche di canzoni e confessioni a voce alta. Un parlato informale, telefonico. Niente funzionari e mandarini, niente copioni scritti, niente programmi ma solo fasce orarie (slot) affidate a conduttori amati dai loro pubblici, che oggi definiremmo “di nicchia”. La vecchia radio era diventata il primo medium personale, mobile e interattivo.
 
Pop e politica, rivoluzione all’italiana
 
In Europa ciò arrivò molto più tardi per la resistenza delle radio di servizio pubblico e del loro monopolio. Il loro linguaggio rimase una “seconda oralità”, anche se non così ufficioso come pensa Tullio De Mauro, che nella sua Storia linguistica dell’Italia unita sottovaluta il suo apporto alla costruzione di una lingua nazionale, rispetto alla tv e al cinema, basandosi però su un testo del 1951. In Italia non abbiamo avuto le radio “pirata” del Mare del Nord (e neanche i Beatles e i Rolling Stones) e dunque quello che in Usa successe nel 1955 avverrà solo negli anni Settanta con la “libertà d’antenna”. E quindi, come in Francia, con un impasto fra musica pop e politica, cantautori e movimenti studenteschi: un grande frullato – per citare ancora qualche film - tra I cento passi, Radio Freccia, Lavorare con lentezza. Relitti splendidi di questo animato periodo sono Radio Radicale e Radio Popolare di Milano, più le varie Onda Rossa, Onda d’Urto ecc.
 
A ritmo del battito cardiaco
 
Non vi è dubbio tuttavia che oggi il grosso dell’ascolto radiofonico italiano (36 milioni di persone ogni giorno) è fatto di un intrattenimento parlato fortemente intrecciato con musica di consumo, intarsiato di pubblicità, con periodici inserimenti di brevi notiziari, ripetizione cadenzata di jingles e altri segmenti identificativi dell’emittente, forte partecipazione del pubblico al telefono, prevalentemente cellulare (l’ascolto in auto o comunque in movimento è ormai maggioritario) con contorno di SMS e email. Ogni emittente è caratterizzata da un proprio mix di generi musicali (format radio) e da un proprio ritmo, che si può analizzare con la stessa unità di misura del battito cardiaco, il BPM (Beats per minute). Una forma che riguarda circa l’80% dell’ascolto: gran parte dei privati, più porzioni della programmazione di Radio Due, lasciando fuori Radio Uno, Radio Tre, Radio Radicale, Radio 24, le radio parlate, le radio religiose e di preghiera. Tutte, a vario titolo, legate a un testo o a un palinsesto.
 
Il monaco e la “seconda oralità”
 
Una radio di light entertainment parlato-musicale ha costi modesti, paragonata al grande baraccone televisivo: i brani musicali sono gratuitamente offerti dalle case discografiche a fini promozionali, il parlato degli ascoltatori non costa nulla (è un user’s generated content), l’investimento è sui conduttori che devono essere personaggi tipicizzati, capaci di una navigazione crossmediale in cui incontrano, su altri media, l’ormai necessaria visibilità: come Luciana Litizzetto, come Platinette, come Fiorello. L’oralità radiofonica è qui informale, intimistica, telefonica, giovanile, allusiva, funambolica, spesso in duetto con programmate schermaglie; organizza “tormentoni” (ripetizioni tipicizzate di frasi o termini), cede spesso a rumorose volgarità e doppi sensi, tollera subitanee improvvisazioni (non si può mai sapere veramente cosa dirà l’ascoltatore e come dobbiamo rispondergli). Niente di più lontano dalla “seconda oralità” il cui modello è sempre un monaco che legge nel refettorio del convento, durante il pasto silenzioso degli altri frati.
 
La terra e l’acqua azzurra
 
Un vero giacimento di oralità, tecnicamente riproducibile ed espandibile, ma destinata ad un’altrettanto veloce deperibilità e obsolescenza, e che meriterebbe di essere studiata; o almeno di essere considerata come tale, un fenomeno forse deprecabile e figlio della crisi dei costumi, da stigmatizzare in pungenti articoli di giornale, ma tuttavia esistente, vivo e vitale. Così ingombrante da impedire di estendere a tutta la radio considerazioni e analisi frutto di una conoscenza della sola radio pubblica. E che immenso giacimento, che brulicare di vita! Se fossi il linguista che non sono, mi butterei a capofitto. Anche perché è quasi la stessa lingua delle chat, dei social network, di Internet, con cui questo mezzo ha una speciale affinità (podcasting). Ma sono solo uno studioso di radio e multimedia, della razza di chi rimane a terra, mentre i linguisti si tuffano nell’acqua azzurra delle parole.
 
I riferimenti
 
Walter Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola [1982], Bologna, il Mulino, 1982, part. pp. 31, 149, 191.
Per la “terza oralità” Enrico Menduni, Il mondo della radio. Dal transistor a Internet, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 75-79.
I dati sull’ascolto radiofonico si trovano in www.audiradio.it .
Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza, 1963, pp. 98-113, 348-356.
Ornella Fracastoro Martini, La lingua e la radio, Firenze, Sansoni, 1951.
I film: Radio Days (di Woody Allen, Usa 1987), I Cento passi (di Marco Tullio Giordana, Italia 2000), Radio Freccia (di Luciano Ligabue, 1998), Lavorare con lentezza - Radio Alice 100.6 MH (di Guido Chiesa, Italia 2004).
 
*Enrico Menduni è professore ordinario di “Culture e formati della televisione e della radio” e di “ Media digitali” al Dams dell’Università Roma Tre. È membro del Consiglio superiore delle Comunicazioni. Ha insegnato alla Scuola di Giornalismo Rai di Perugia e alla Scuola Mediaset, e ha tenuto corsi nelle università di Siena, Roma La Sapienza, Milano IULM, Perugia Stranieri. È stato presidente nazionale dell’Arci e consigliere d’amministrazione della Rai. È giornalista professionista. Tra i suoi libri più recenti: Televisioni (Il Mulino, Bologna 2009), La fotografia (Il Mulino, Bologna 2008), Fine delle trasmissioni. Da Pippo Baudo a YouTube (Il Mulino, Bologna 2007), I media digitali. Tecnologie, linguaggi, usi sociali ( Laterza, Roma-Bari 2007), I linguaggi della radio e della televisione: teorie, tecniche e formati (Laterza, Roma-Bari, 20083), Televisione e società italiana (Bompiani, Milano 2002), Il mondo della radio. Dal transistor a Internet (Il Mulino, Bologna 2001). Con Antonio Catolfi Produrre televisione (Laterza, Bari 2009), Le professioni del giornalismo (Carocci, Roma 2001) e Le professioni del video (Carocci, Roma 2002). Con Stefano Gorelli L’informazione on line. Rapporto 2005 (Gutemberg, Torino 2005). Collabora a giornali e riviste, fra cui «Il Tirreno», «Problemi dell'informazione», «Il Mulino», «Reset». www.mediastudies.it

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