05 novembre 2018

Razza

di Gianfranco Biondi* e Olga Rickards**

La comparsa del termine razza nel linguaggio comune risale al secolo XVI con riferimento alla pratica zootecnica dell’incrocio tra animali per selezionare particolari caratteristiche. Ma è solo nel 1749 che Buffon (Georges-Louis Leclerc conte di) lo introduce nella letteratura scientifica con l’obiettivo di ordinare la variabilità biologica presente all’interno di ogni specie. Da quel momento il concetto di razza entra a far parte della tassonomia, cioè del settore della biologia che definisce i rapporti di parentela, o di antenato-discendente, tra gli organismi viventi e diviene parte delle scienze sperimentali come categoria classificatoria sottospecifica. E il quadro tassonomico, mondato dei livelli che stanno sopra e sotto ogni divisione, risulta così composto: Regno, Classe, Ordine, Famiglia, Genere, Specie, Razza. Relativamente all’uomo però la pratica razziale era già stata impiegata nel 1684 da François Bernier, che aveva suggerito una suddivisione dell’umanità in quattro gruppi: nativi americani, nordafricani, sudasiatici ed europei; e nel 1735 da Linneo (Carl Nilson Linnaeus), la cui classificazione prevedeva ancora quattro razze: europei, americani, asiatici e africani. E ancora alla fine del secolo, nel 1795, quando Johann Friedrich Blumenbach ha fondato l’antropologia quale materia autonoma dalla medicina e nel suo De generis humani varietate nativa ha proposto una classificazione in cinque razze: caucasica, americana, malese, mongola e africana. Come si vede, e fin dalla nascita, l’antropologia ha fondato il suo paradigma centrale sulla razza.

 

La forma del cranio

 

Nel corso del Settecento sono state proposte altre tre classificazioni razziali costruite su due e tre razze. E nell’Ottocento, gli antropologi hanno compilato diversi ordinamenti che contemplavano da tre a cinque gruppi. La più diffusa però era la tripartita, che dava la massima importanza al colore della pelle e suddivideva l’umanità in razza bianca, gialla e nera. E proprio il colorito cutaneo era il tratto biologico maggiormente utilizzato dagli antropologi per definire la parentela tra le popolazioni: da una parte gli africani e gli australiani più simili e quindi ritenuti più imparentati e dall’altra gli asiatici e gli europei. Tuttavia, sono stati i primi sei decenni del Novecento che hanno visto un’imponente sviluppo della razziologia, con la proposta di ben sedici classificazioni che spartivano la nostra specie a partire da tre e fino a cinquantatré razze, con la più svariata sequenza di numeri intermedi. E senza che fosse possibile sovrapporre una classificazione a un’altra. La logica che ha spinto tanti scienziati a definire un così alto numero di classificazioni avrebbe dovuto instillare in loro il dubbio sulla validità dell’operazione scientifica in cui si erano impegnati. Perché nelle scienze sperimentali non sono accettabili spiegazioni diverse per il medesimo fenomeno naturalistico. In verità, i dubbi non sono mancati e per tentare di risolverli è stato fatto ricorso già nell’Ottocento alla matematica. Si è cercato cioè di trasformare l’arbitrarietà della descrizione dei caratteri biologici in indici che mettevano in relazione le dimensioni metriche del tratto considerato e il risultato serviva a valutarne la forma. Uno degli esempi riguarda il profilo dall’alto della testa o indice cefalico, in cui la larghezza e la lunghezza definiscono i termini di una frazione rapportata a cento. La stringa dei valori possibili è stata divisa arbitrariamente in tre segmenti che identificano una testa tondeggiante, o brachicefalia, allungata, o dolicocefalia, e intermedia, o mesocefalia. Lo stesso criterio è stato applicato a molti altri caratteri morfologici, tra cui la forma del naso: camerrino, basso e largo, leptorrino, alto e stretto, e mesorrino, di misure intermedie. Ma il risultato non ha consentito di uscire dall’ambito dell’arbitrarietà e il paradigma razziale ha continuato a contaminare l’antropologia.

 

Il colore della pelle

 

Per lungo tempo, il colore della pelle è stato definito utilizzando una sequenza di tesserine ceramiche che coprivano la serie dei colori dal bianco al nero. In questa tecnologia esiste uno spazio vuoto tra una tessera e l’altra e conseguentemente tra i gruppi umani corrispondenti ai diversi colori. Quando però si è passati alla tecnologia spettrofotometrica si è visto che l’umanità non si suddivide più in raggruppamenti discreti ma la coda degli individui più chiari di un gruppo scuro si sovrappone a quella dei più scuri di un gruppo chiaro. Il colorito cutaneo della nostra specie Homo sapiens sfuma dal più scuro al più chiaro senza soluzione di continuità.

 

La genetica nel Novecento

 

Gli anni Sessanta del Novecento hanno visto la nascita di una nuova disciplina biologica: la genetica. E agli studiosi si è presentata l’opportunità di valutare più propriamente la variabilità biologica che ci caratterizza come specie. Essendo quello di razza umana un concetto pertinente alle scienze sperimentali è stato così possibile indagarlo con gli strumenti propri di quelle discipline e falsificarlo. A differenza del razzismo che appartenendo ad altro ambito non può essere sottoposto a indagine sperimentale ma indagato con i parametri delle scienze umanistiche e solo avversato.

 

Critica scientifica al concetto di razza

 

La prima critica scientifica al concetto di razza è stata fornita a metà degli anni Sessanta dello scorso secolo dal genetista Luigi Luca Cavalli Sforza e dal matematico Anthony William Fairbank Edwards, che hanno dimostrato che geneticamente gli asiatici sono più simili agli australiani e gli europei agli africani. Insomma, le parentele genetiche che stimano in modo scientificamente appropriato il rapporto antenato-discendente sono diverse da quelle morfologiche, che invece danno conto della natura ecologica del rapporto stesso. Gli africani e gli australiani sono di pelle scura perché vivono in ambienti a forte irraggiamento solare, dove è vantaggioso avere quella protezione cutanea. Alle latitudini più alte invece è vantaggioso un colorito chiaro, altrimenti nel derma non penetrerebbe la quantità necessaria di raggi ultravioletti indispensabile per la produzione della vitamina D. E la conseguenza non sarebbe altro che un danno grave alla struttura scheletrica.

 

Siamo tutti africani

 

Solo un decennio dopo, Richard Lewontin ha esplicitato la seconda critica dimostrando empiricamente come l’Homo sapiens non si possa dividere in categorie sottospecifiche rigide, cioè in razze, dato che circa il 90 per cento della variazione genetica totale della specie si riscontra all’interno di ogni popolazione e solo la rimanente quota permette di differenziare un gruppo dall’altro. E la confutazione definitiva, o falsificazione, del concetto di razza è venuta dalla scoperta sperimentale della nostra origine unica, africana e recente: intorno a 200.000 anni fa. Gli anni trascorsi dalla nascita dell’umanità non sono stati sufficienti per accumulare una variazione genetica tale da consentire la suddivisione della specie in razze. Infine, le popolazioni dell’oriente sono tra loro geneticamente più simili perché sono quelle uscite prima dall’Africa, mentre i gruppi che hanno dato origine agli europei si sono staccati dagli africani solo più tardi e così hanno avuto meno tempo per accumulare variazioni genetiche diverse dalla popolazione madre.

 

Diversi, ma non per razza

 

Ricerche appena effettuate su interi genomi di molte popolazioni, hanno però mutato il quadro della nostra doppia uscita dal continente africano. Tra 80.000 e 50.000 anni fa una sola migrazione avrebbe portato i nostri antenati fuori dall’Africa, che poi si sarebbero dispersi in tutto il Vecchio Mondo lungo molteplici flussi migratori e incroci. Rispetto al precedente, questo modello è ancora più coerente con l’impossibilità per nostra specie di essersi suddivisa in gruppi discreti.

Il concetto di razza non si può applicare alla nostra specie perché individua la variabilità ecologica e non il corretto rapporto tassonomico tra le popolazioni, come la categoria razza dovrebbe. Ma negare l’esistenza delle razze umane non significa disconoscere la diversità biologica che ci caratterizza e senza la quale non potremmo esistere perché non esisterebbe l’evoluzione.

 

Bibliografia

Barbujani G., L’invenzione delle razze, Bompiani, Milano, 2006.

Biondi G. e Rickards O., L’errore della razza, Carocci, Roma, 2011.

Monti M. e Redi C.A., No Razza.Sì cittadinanza, Ibis, Como-Pavia, 2017.

 

*Gianfranco Biondi è stato professore di antropologia e biologia delle popolazioni umane nelle università di Torino e L’Aquila e ricercatore visitatore nelle università di Londra, Cambridge e Newcastle upon Tyne (UK) e di Zurigo (CH). È stato membro dei comitati di redazione delle riviste scientifiche «Journal of Biosocial Science», «Anthropological Review» e «Annals of Human Biology».

 

**Olga Rickards è professore di antropologia e antropologia molecolare nell'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata". È stata ricercatore visitatore nelle università di Brema (DE), Bilbao e Complutense di Madrid (ES) e Hawaii (USA) e ricercatore ospite presso la Roche Molecular System, Alameda, California (USA). È editor in chief della rivista scientifica «Annals of Human Biology».

 

Insieme hanno scritto: La storia della nostra origine (Arengo Edizioni, 1994), I sentieri dell’evoluzione (CUEN, 2000), Uomini per caso (Editori Riuniti, 2001, 2003, 2004), Il codice darwin (Codice Edizioni, 2005, 2006), Umani da sei milioni di anni (Carocci, 2009, 2012, 2015, 2017), L’errore della razza (Carocci, 2011), Senza Adamo (Carocci, 2006, ebook 2015), e Darwin in Italia. L'antropologia italiana dal Risorgimento alla modernità (IAD ebook 2015); e con Fabio Martini e Giuseppe Rotilio, In carne e ossa (Editori Laterza, 2006).

 

Immagine: By UnknownUnknown  (original)Heinrich Menu von Minutoli (1772–1846) (drawing) (Hornung, The Tomb of Pharaoh Seti I, 1991.) [Public domain], via Wikimedia Commons

 


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