05 novembre 2018

Il Manifesto della razza e Mussolini

di Michele A. Cortelazzo*

«Quando si dice razza si intende esprimere un concetto biologico ben definito, un complesso cioè di caratteri fisici e psicologici che si tramandano sempre gli stessi da padre in figlio, malgrado le diverse influenze di ambiente e di vita». Questa è la definizione quasi ufficiale della parola razza nell’Italia fascista, tratta dall’articolo di G. Landra Concetti del razzismo italiano, nella «Difesa della razza» del 20 novembre 1938.

 

Propaganda e pseudo-scienza

 

La «Difesa della razza» è una rivista quindicinale, uscita a partire dall’agosto 1938, fino al giugno 1943, diretta da Telesio Interlandi, già portavoce ufficioso di Mussolini, con Giorgio Almirante segretario di redazione e Guido Landra, Lidio Cipriani, Leone Franzì, Marcello Ricci, Lino Businco, «studiosi fascisti», componenti del comitato di redazione. Compito della rivista era quello di promuovere la propaganda razziale e anti-ebraica del regime, ma anche di divulgare le nozioni pseudo-scientifiche che alcuni studiosi di varie discipline avevano diffuso nel luglio 1938 nel Manifesto della razza: un testo articolato in 10 punti e firmato da 10 professori universitari e ricercatori di materie scientifiche. Cito alcune delle tesi del Manifesto della razza: «Le razze umane esistono», anche se questo «non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti». «Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici  minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni». «Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza». «Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia». «È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo»; «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana».

 

Razzismo e razzista

 

Ho citato questi passi perché ci indicano non solo alcune delle linee ideologiche sulle quali si è sviluppato il pensiero razzista fascista, ma anche perché ci danno precise indicazioni sul significato che gli «scienziati fascisti» attribuivano alla parola razza: la consideravano, innanzi tutto, una parola legata alla scienza, in sostanza un termine scientifico (affermano che quello di razza è un «concetto puramente biologico»); ne sottolineavano la differenza rispetto a popolo o nazione, parole che si ponevano su un diverso piano concettuale; legittimavano il sintagma razza italiana (anche se, bisogna dire, questo uso appare in piena contraddizione con le caratteristiche della classificazione delle «grandi razze e piccole razze» enunciato poche righe prima); attribuivano una caratterizzazione positiva ai derivati razzismo e razzista.

Questi tratti semantici sono quelli che governano l’uso della parola razza nella rivista (accanto a occorrenze, meno frequenti, di razza in una prospettiva di tutela o miglioramento genetico della popolazione italiana, con espressioni come difesa dell'integrità e della sanità della razza, miglioramento della razza italiana, miglioramento quantitativo e qualitativo della razza, difesa e potenziamento della razza).

 

Razza e popolo

 

Il Manifesto, per dare autorevolezza alle sue posizioni, sostiene che «frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza». Dalla lettura dell’Opera omnia di Mussolini non si ricava certo questa impressione. Mussolini, prima del 1938, si era occupato poco di razza e il suo uso della parola non rispondeva certo ai dettami, espliciti e impliciti, degli estensori del Manifesto. Secondo Renzo De Felice, le concezioni del fascismo a proposito delle razze «non andarono mai, sino alla conquista dell'Etiopia, oltre la realizzazione di una politica sanitaria, demografica ed eugenetica [...], non oltre – insomma – la vitalizzazione e il potenziamento fisico e morale degli italiani» (De Felice 1961, pp. 278-279).

Non solo: quando, prima del 1938, Mussolini aveva parlato di razza, lo aveva fatto proprio creando se non una sinonimia, certamente una forte affinità semantica tra razza e popolo, secondo un modello che si ripresenta anche dopo l’avvio della politica razziale, per esempio nel discorso ai combattenti della prima guerra mondiale del 4 novembre 1938: «voi, o camerati combattenti, non vi siete misurati contro popoli imbelli, ma contro eserciti potentemente organizzati e contro razze tradizionalmente guerriere e militari». Qui Mussolini non contrappone popoli diversi o razze diverse, ma  popoli e razze (nella fattispecie la «razza» austriaca), visti come due categorie confrontabili.

Inoltre, Mussolini non parla di razza italiana (e nemmeno di razza ebraica) e non usa quasi mai giudeo o giudaismo (contravvenendo alle direttive del Minculpop, che il 27 agosto 1938 aveva ordinato alla stampa: «D'ora innanzi anziché parlare di ebraismo e di anti-ebraismo, usare l'espressione giudaismo e antigiudaismo»).

 

Il Duce discepolo di lingua

 

Insomma, nella campagna razziale Mussolini si differenzia linguisticamente dai «tecnici» mandati all’attacco delle razze diverse (e soprattutto dei cittadini ebrei). In questa situazione Mussolini non si fa, come era suo solito, maestro di lingua, ma semmai discepolo di altri che fungono, su suo mandato, da maestri. Ma è uno scolaro riottoso e poco diligente, che apprende poco e male. Non bastano queste osservazioni per fondare un’interpretazione dell’atteggiamento mussoliniano nei confronti della «difesa della razza» (peraltro avviata su iniziativa personale e diretta del Duce), ma sul piano della storia della lingua mussoliniana è un episodio interessante. Per una volta Mussolini non si presenta come modello indiscutibile, apripista di usi linguistici che diventano presto obbligatori per tutto il sistema di potere del tempo.

 

Bibliografia

Michele A. Cortelazzo, Il lessico del razzismo fascista (1938), «Movimento operaio e socialista» VII, 1984, 57-66.

Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1961.

Meir Michaelis, Mussolini and the Jews: German-Italian Relations and the Jewish Question in Italy 1922-1945, Oxford, Oxford University Press, 1978 (trad. it.: Mussolini e la questione ebraica. Le relazioni italo-tedesche e la politica razziale in Italia, Milano, Edizioni di Comunità, 1982).

 

*Michele A. Cortelazzo (Padova, 1952), allievo di Gianfranco Folena, è professore ordinario di Linguistica italiana e direttore della Scuola Galileiana di Studi Superiori dell'Università di Padova. Socio corrispondente dell'Accademia della Crusca, è presidente dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana (ASLI). Il nucleo fondamentale delle sue ricerche riguarda l′italiano contemporaneo, in particolare l'italiano istituzionale (politico, giuridico, amministrativo), quello medico, quello scientifico. In quest’ambito ha pubblicato nel 2016 nella collana curata dall’Editoriale L’Espresso e dall’Accademia della Crusca il libro Il linguaggio della politica. I suoi lavori scientifici più importanti sono stati riuniti in tre raccolte: Lingue speciali. La dimensione verticale (Padova, Unipress, 1990), Italiano d'oggi (Padova, Esedra, 2000), I sentieri della lingua. Saggi sugli usi dell'italiano tra passato e presente (a cura di C. Di Benedetto, S. Ondelli, A. Pezzin, S. Tonellotto, V. Ujcich, M. Viale, Padova, Esedra, 2012). Attualmente si occupa di similarità tra testi e di attribuzione d'autore: in particolare è stato impegnato a riconoscere le affinità tra le opere di Elena Ferrante e quelle di altri autori contemporanei.

 

Immagine: By Governo Mussolini [Public domain], via Wikimedia Commons

 


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