05 novembre 2018

Princìpi del razzismo

di Rocco Luigi Nichil*

Nel tentativo di forgiare l’uomo nuovo, da sempre vagheggiato dal Fascismo, il regime aveva riscoperto un antico nemico, come tenne a precisare lo stesso Mussolini in un discorso pronunciato il 25 ottobre 1938 davanti al Consiglio nazionale del P.N.F.: «Alla fine dell’anno XVI ho individuato un nemico, un nemico del nostro regime. Questo nemico ha nome “borghesia”». In quell’occasione il duce del Fascismo volle ricordare le iniziative intraprese nel corso dell’anno contro la borghesia, attraverso l’impiego di una metafora ripetuta, che dà ben conto dell’aggressività verbale e fisica del regime: «Abbiamo dato dei poderosi cazzotti nello stomaco a questa borghesia italiana. L’abbiamo irritata, l’abbiamo scoperta, l’abbiamo identificata. [...] Il primo cazzotto è stato il passo romano di parata. [...] Altro piccolo cazzotto: l’abolizione del “lei”. [...] Altro cazzotto nello stomaco è stata la questione razziale».

 

La questione razziale

 

Il 14 luglio, su un quotidiano della sera di Roma, il «Giornale d’Italia», venne pubblicato in forma anonima l’articolo Il fascismo e i problemi della razza: lo stesso che il 5 agosto successivo avrebbe aperto ilprimo numero della rivista «La difesa della razza», col nuovo titolo Manifesto degli scienziati razzisti. Il testo si diffuse rapidamente sulla stampa, creando un certo clamore, tanto che il governo ritenne opportuno dichiarare l’inesistenza di un piano persecutorio contro gli ebrei. Già il 25 luglio, tuttavia, il segretario del P.N.F. Achille Starace diramò un comunicato ufficiale, con cui le «tesi esposte nel “Manifesto della razza” diventa[va]no le tesi di regime»: il giorno successivo i giornali divulgarono la nota con cui Starace annunciava l’elaborazione e l’estensione di nuovi principi razziali (cfr. Difesa e potenziamento della razza. Dichiarazioni del segretario del Partito, «Corriere della Sera», 26 luglio 1938, p. 1). La questione toccò il suo apice nei mesi successivi, finché il 6 ottobre il Gran Consiglio del Fascismo approvò la Dichiarazione della razza: il 17 novembre successivo, con l’emanazione del R.D.L. n. 1728 («Provvedimenti per la difesa della razza italiana»), l’antisemitismo divenne legge ufficiale dello Stato.

 

Lessico razzista e propaganda fascista

 

La retorica fascista affrontò la “questione razziale” facendo ricorso a un vasto armamentario verbale, in cui la parola razza divenne l’elemento centrale di alcune locuzioni che ebbero larga fortuna nella campagna antiebraica: coscienza di razza, difesa della razza, miglioramento della razza, orgoglio di razza, politica della razza, potenza della razza, prestigio della razza, problema della razza (più spesso al plurale, problemi della razza), sanità della razza, supremazia della razza, tutela della razza, senza dimenticare la distinzione sempre più frequente – e che presto divenne dicotomica – tra razza italiana e razza ebraica (per un più ampio esame di queste forme, cfr. Nichil 2011).. Si trattava, in realtà, di locuzioni presenti già da tempo nel lessico italiano, nate in contesti diversi, dall’etnografia all’antropologia, per lo più per via endogena, talvolta forse non senza l’influenza di una lingua straniera (più verosimilmente del francese, come nel caso di problème(s) de (la) race, locuzione attestata già poco dopo la metà dell’Ottocento, cfr. L’année géographique, 1863[I], p. 11; meno probabilmente del tedesco, come Schutz der Rasse, che potrebbe essere alla base del sintagma tutela della razza). Di fatto, però, tali espressioni – che fossero già state acquisite dall’oratoria nazionalistica o che fossero entrate nella retorica fascista, in chiave colonialista, negli anni della Guerra d’Etiopia – fino all’estate del ’38 apparivano privedi riferimenti prettamente antisemiti. D’altra parte, prima di quella data, anche Mussolini aveva usato più volte la parola razza, sempre però come sinonimo di ‘stirpe’ o ‘nazione’, salvo poi rivestirla solo a posteriori di significati antisemiti, dando così modo «alla propaganda di affermare la continuità della politica fascista in tema di razza» (Cortelazzo 1984, p. 59).

 

Razziale, razzismo, razzista e razzistico

 

Tra i termini chiave della retorica antiebraica fascista un posto di rilievo spetta senz’altro alle voci razziale, razzismo, razzista e razzistico, anch’esse attestate in italiano ben prima del 1938. La storia di razziale fu riassunta in modo esemplare da Migliorini già nel 1940: «L’aggettivo era stato usato sporadicamente da etnografi e geografi sotto la forma raziale fin dal 1900 almeno, secondo l’esempio dell’inglese racial: si veda p. es. l’articolo del Pasanisi, Boll. Soc. geogr. it., XXXVII (1900), che è un “largo riassunto” del volume del Ripley, The Races of Europe, New York 1899. Dal 1934 in poi la stampa comincia a parlare di razziale (Corr. della sera, 7 sett. 1934, discorso di Hitler a Norimberga), e la forma razziale prevale nella stampa e nella legislazione» («Lingua nostra», II, p. 14; il DELI, s. v. razza, ricorre alle fonti qui citate per le prime attestazioni delle due variantiraziale e razziale, ma «nucleo razziale» si legge già in Sergio Sergi, Saggio di una indagine analitica sul cranio abissino,«Rivista di antropologia», XVII [1912], p. 59). Non si può escludere, tuttavia, data anche la rarità delle testimonianze nel primo Novecento, che ogni autore possa aver agito in modo autonomo, attingendo di volta in volta all’ingl. racial, come pensano il GDLI, il DELI e il GRADIT, o al fr. racial, come invece sostengono lo Zingarelli (2019) e il Devoto-Oli (2019).

Tutti i repertori, al contrario, concordano nell’indicare in razzista un derivato di razzismo, sebbene quest’ultima voce sia attestata in italiano molto più tardi (1932, B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, DELI; non appareinvece credibile il riferimento al 1905 del GRADIT, che non indica la fonte). Del resto, proprio la prima attestazione di razzista, che risale al 1907, potrebbe sottendere un rapporto diretto col fr. raziste (1892, La France républicaine, TLFi), soprattutto per via dei riferimenti presenti nel testo: «Altri seguaci del conte [Gobineau], razzisti fanatici, gridan sterminio nella prosa più squallida» (Arturo Farinelli, L’“umanità” di Herder e il concetto della “razza” nella storia evolutiva dello spirito, prolusione tenuta all’Università di Torino il 13 dicembre 1907, poi pubblicata sulla rivista «Studi di filologia moderna», I [1908], pp. 4-53 [p. 18]; nelle note, le parole razzista e razzisti ricorrono più volte, in un caso a proposito del «razzista moderato L. Gumplowicz», autore del volume Der Rassenkampf [‘La lotta delle razze’]). Anche in questo caso, ovviamente, è possibile che la parola possa aver avuto una genesi molteplice, tanto da dover considerare ognuna delle prime occorrenze una realtà a sé stante.

Non paiono sorgere dubbi, al contrario, per quanto riguarda la derivazione da razzista dell’aggettivo di relazione razzistico, che il DELI attribuisce genericamente a Croce (“ante 1952”), e per il quale il GRADIT rimanda al 1920, senza indicare la fonte, ma facendo probabilmente riferimento a un articolo dello stesso Croce (La riforma della storia letteraria ed artistica) già apparso sulla «Critica» nel 1918 (vol. XVI, pp. 1-16), dove si legge di «odiose storie nazionalistiche e razzistiche, per fortuna non italiane» (p. 14). In realtà, la presenza dell’aggettivo in italiano è testimoniata ancor prima da un articolo di Guido Manacorda (Maurice Barrès) per la rivista «Studi di filologia moderna» nel 1914 (VII, p. 204), in cui si parla di «dottrina razzistica e climatica».

 

Razzismo: un prestito?

 

Singolare appare, infine, la storia della parola razzismo, che i repertori lessicografici tradizionalmente considerano un derivato di razza con -ismo («sul modello del francese racisme», aggiunge il GDLI, s. v.), ad eccezione dello Zingarelli 2019 (s. v.), che pensa invece a un prestito diretto dal francese. Il dato cronologico sembrerebbe avvalorare l’ipotesi del prestito, giacché racisme è attestata, molto prima della corrispondente voce italiana, fin dal 1891 (Charles Malato, Révolution chrétienne et révolution sociale, p. 257; per il TLFi, 1902, Albert Maybon, Félibrige et nationalisme). A dire il vero, anche in italiano è possibile retrodatare la parola, senza però riuscire a risalire a prima del 1921, quando razzismo compare – in un passo di non facile interpretazione, peraltro – in un articolo di Camillo Guerrieri Crocetti («si tornava al determinismo, al razzismo, riconoscendo che nei varii momenti della storia l’arte […] possa assumere sembianze e valori diversi», L’arte intesa come creazione assoluta, «Il Giornale dantesco», vol. XXXIV, p. 347). La voce ricorre poi altre due volte negli anni Venti, in contesti molto diversi, accomunati soltanto dal riferimento al mondo tedesco: dapprima in un altro scritto crociano datato 1926, in cui lo studioso stigmatizza il carattere nazionalista di una parte della cultura tedesca coeva («quell’invadente nazionalismo o chauvinisme o razzismo», «La Critica», vol. XXV [1927], p. 253; anche nella raccolta Pagine sulla guerra del 1928, p. 330), e più tardi in un articolo della «Stampa», in cui si descrive «la figura fisica di Toscanini» vista dai cronisti tedeschi («occorre appena ricordare che la dolicocefalia è per il razzismo tedesco uno dei segni della nobiltà della razza?», Il trionfo di Toscanini a Berlino, 23 maggio 1929, p. 3).

 

Razzismo e Rassismus

 

La definizione semantica di razzismo venne delineandosi con maggiore precisione quando le teorie sulla superiorità della razza e la mistica razzista divennero il collante ideologico che legava movimenti politici di massa come il Partito Nazionalsocialista Tedesco. Le occorrenze della voce, assai rare negli anni Venti, aumentarono notevolmente agli inizi del decennio successivo, come mostrano i quotidiani dell’epoca: tra il 1931 e il 1935, la parola compare infatti 16 volte sul «Corriere della sera», 26 sulla «Stampa». Inoltre, i riferimenti al Partito nazista e alla Germania sono così assidui e circostanziati – si parla spesso di razzismo tedesco, tanto che in un articolo della «Stampa della sera» (21-22 marzo 1931, p. 1) la parola viene usata persino come sinonimo “sic et simpliciter” di nazionalsocialismo o hitlerismo – da far credere che la voce tedesca Rassismus (1926, come dottrina politica, DEW 1995) possa aver esercitato una qualche influenza nella diffusione dell’it. razzismo, come il ted. Antisemitismus (1816, Chr. Fr. Rühs, DEI),) ha fatto con antisemitismo (cfr. DELI, s. v. antisemita; si tratta, com’è ovvio, di un’ipotesi di studio che resta tutta da dimostrare). Non è un caso, però, che nei quotidiani di quegli anni la parola fosse accompagnata da un’aura negativa, conseguenza probabilmente dell’avversione che Mussolini palesava in quel momento verso il Nazismo (un solo esempio, tra i tanti che se ne potrebbero fare: «È strano e doloroso, come alla nazione e allo spirito tedeschi, purtanto quadrati, manchi quasi del tutto il senso dell’equilibrio: dal militarismo sfrenato della Prussia passa ad un liberalismo ancora più sfrenato […]; ed ora, improvvisamente ed impetuosamente, a questo razzismo nazionalsocialista, così carico di bellicosità appiccicaticce», Teutonica, «Il Popolo d’Italia», 26 maggio 1934; cfr.B. Mussolini, Opera omnia, vol.XXVI [1958], pp. 232-233).

 

Metamorfosi semantica

 

Le cose cambiarono radicalmente dopo la conquista italiana dell’Etiopia, quando iniziò quel processo di avvicinamento alla Germania, che sarebbe culminato con la firma del “Patto d’acciaio” del 1939. Emblematico, in questo senso, un articolo di Alessandro Pavolini per «Il Corriere della sera» (28 agosto 1936, p. 3), in cui il razzismo è ancora associato alla Germania nazista, ma pare essere mutato il giudizio di valore assegnato alla parola: «Qui entra in scena il valore politico del mito “razza”. Valore in genere mal valutato. Non bisogna sempre vedere il razzismo nelle sue punte estreme, tese alla religione o alla filosofia».

Nel giro di pochi anni, i teorici e i volgarizzatori del razzismo italiano – i vari Cogni, Landra, Interlandi e in modo diverso Evola – contribuirono in modo decisivo alla metamorfosi semantica della voce: le Leggi razziali chiusero il cerchio. Alla fine del 1938, il regime aveva fatto del razzismo – un tempo disprezzato – uno dei valori etici alla base dell’ideologia fascista e dell’Italia un paese razzista.

 

L'autore ringrazia il professor Paolo D’Achille per i preziosi suggerimenti, e rimanda per ulteriori approfondimenti sul tema a un suo scritto (Razzismo: che brutta parola!) pubblicato dal sito dell’Accademia della Crusca.

 

Bibliografia

Cortelazzo 1984 = Michele A. Cortelazzo, Il lessico del razzismo fascista, in Parlare fascista, «Movimento operaio e socialista», VII, pp. 57-66.

Nichil 2011 = La retorica del regime attraverso i Fogli di disposizioni di Achille Starace: la questione della razza, in Enzo Caffarelli e Massimo Fanfani (a cura di), Lo spettacolo delle parole. Studi di storia linguistica e di onomastica in ricordo di Sergio Raffaelli, Roma, Società editrice romana (SER), pp. 237-254.

 

*Rocco Luigi Nichil ha conseguito il dottorato di ricerca in Linguistica storica e Storia linguistica italiana presso l’Università di Roma – La Sapienza. Insegna in una scuola secondaria di primo grado e collabora con la cattedra di Linguistica italiana dell’Università del Salento. Si occupa di storia della lingua italiana, storia delle parole, lingua della politica e lessicografia italiana e dialettale e ha scritto alcuni contributi a stampa su varie riviste scientifiche e in opere miscellanee.

 

Immagine: By Ladislav Luppa [CC0, CC BY-SA 3.0  (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or Public domain], from Wikimedia Commons

 


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