05 novembre 2018

Il Manifesto della razza e la concezione biologica del razzismo fascista

di Debora de Fazio*

Di 876 parole consta il tristemente noto Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, pubblicato in forma anonima con il titolo Il fascismo e i problemi della razza su “Il Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938 (ma il suo estensore è Guido Landra, assistente di Antropologia a Roma), che, come si sa bene, anticipa di poche settimane la promulgazione della legislazione razziale fascista (per le informazioni storiche si rinvia almeno al classico di De Felice 1961 e a Sarfatti 2000 e Avagliano 2013).

Ripubblicato in seguito con la firma di alcuni dei principali scienziati italiani di allora (antropologi, patologi, neuropsichiatri, zoologi) (Cuomo 2005) sul primo numero de La difesa della razza, il Manifesto diviene la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell’Italia fascista, superando, nelle intenzioni, il razzismo antisemita prescientifico, basato su una pregiudiziale religiosa e “comportamentale”.

 

Antisemitismo nazista, antisemitismo fascista

 

Nella nuova concezione biologica, alla base dell’antisemitismo ci sono le razze: una parola ambigua, polisemica, che si presta a decine di interpretazioni diverse. Si tratta di una posizione da una parte presentata come più “scientifica”, dall’altra assai più pericolosa per la sorte delle vittime, che non possono, come si vede tragicamente dopo appena qualche anno, trovare salvezza neanche convertendosi ad altra religione. Ciò spiega anche il gelo degli ambienti cattolici: i “ragionamenti” degli estensori, portati alle estreme conseguenze, avrebbero “dimostrato” che Gesù Cristo, che era ebreo di nascita, avrebbe presentato le caratteristiche bio-psicologiche attribuite alle razze inferiori: un’affermazione di per sé intollerabile per la Chiesa, anche per i suoi settori più antigiudaici. Per questo le parole degli “scienziati” estensori del Manifesto, che lucrano grazie a questa scelta posizioni accademiche e denaro, sono più prudenti di quelle dei colleghi tedeschi, non nello spargimento di odio gratuito verso gli ebrei attraverso una serie infinita di falsità fabbricate a tavolino, ma nel modo più blando in cui è presentata la teoria biologica, contemperata, negli articoli e nell’iconografia della Difesa della razza, con gli stereotipi antisemiti tradizionali (gli ebrei, con i ghigni mefitici e i nasi adunchi, intenti a tramare per conquistare occultamente il mondo); d’altra parte un distanziamento prudente quanto esplicito verso le teorie tedesche è all’art. 7.

 

Gruppo sistematico o razza

 

Ma entriamo nel vivo. Il Manifesto consta di dieci brevi e lapidari articoli, aperti da una sorta di titolo in carattere maiuscolo; pochi orpelli, enunciazioni di principio, stile semplice ed efficace, pensato appositamente per un pubblico vasto ed eterogeneo. I primi tre enunciano princìpi generali; gli altri si addentrano nella situazione italiana. Il grosso degli errori logici, o almeno di quelli più marchiani, è nella seconda parte del Manifesto.

L’assunto di partenza, che delinea chiaramente i tratti del nuovo razzismo fascista alla fine degli anni Trenta, è rappresentato da una semplice affermazione: “le razze umane esistono”, rafforzata da una climax che ci consente quasi di toccarla con mano: “la esistenza delle razze […] corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi”. Le razze non sono, per gli estensori, che differenze per caratteri fisici e psicologici. Fin qui, tutto presentato in modo neutro, imponendo come dati di fatto enunciazioni che andrebbero invece discusse. E infatti l’art. 1 recita, in modo in apparenza bonario, che “dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti”. Come si chiarisce già nell’articolo seguente, il sinonimo di razza è gruppo sistematico, tecnicismo che aggiunge una patina di autorevolezza a tutta l’argomentazione.

 

La razza italiana

 

L’art. 2 presenta, applicati alle razze, i concetti di estensione e intensione: le razze grandi, individuate “solo da alcuni caratteri”, e quelle piccole, individuate “da un maggior numero di caratteri comuni”. Si tratta del primo ragionamento di taglio casistico, in quanto le vere razze, quelle che evidentemente contano ai fini della classificazione degli estensori, sono queste ultime, di cui si fanno tre esempi seguiti da “ecc.”: “i nordici, i mediterranei, i dinarici”. Delle prime (si dovrebbe trattare genericamente degli “europei”, nominati all’art. 10) non si fanno esempi espliciti, ma stringere le maglie della classificazione serve, neanche tanto velatamente, a escludere e separare i non ancora nominati ebrei (indistinguibili per caratteri formali esterni da tutti gli altri, nonostante l’iconografia corrente) dai popoli europei.

Nell’art. 3 si ribadisce la concezione fondativa del nuovo razzismo: “il concetto di razza è concetto puramente biologico”. Concetto che non include quello di popolo e nazione, che nascono da altri motivi: la storia, la lingua, la religione; il legame appena negato ricompare da un’altra parte, introdotto dalla congiunzione avversativa: “però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza”.

Gli errori logici, storici, interpretativi del resto del Manifesto diventano evidenti anche ad un occhio non abituato alle sottigliezze dell’antropologia fisica. Gli articoli 4 “La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana” e 5 “È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici” affermano temerariamente la pura origine ariana della popolazione italiana che, dai tempi dei Longobardi, non avrebbe avuto altre influenze se non da razze europee (il contrario è definito leggenda): gli spostamenti dei popoli migratori e i contatti con altre popolazioni (greche, arabe, francofone, ecc.) vanno però centinaia di anni dopo il termine indicato dagli estensori del Manifesto. Un solo esempio: l’Italia meridionale conosce il dominio politico (e in alcune zone anche etnico) greco, arabo, normanno fino a tutto il basso Medio Evo.

E così una premessa logicamente sbagliata porta ad una conseguenza sbagliata, e si passa quindi (art. 6) all’affermazione che “esiste ormai una pura “razza italiana””, fondata – errore logico – non sul “concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia”.

 

“Inammissibili simpatie ideologiche” per le origini africane

 

L’art. 7 è quello delle roboanti e lapidarie enunciazioni politiche: “è tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”. Razzismo inteso soltanto come indicazione di un modello “fisico e soprattutto psicologico di razza umana” che, per “i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee”.

Ci stiamo avvicinando al nocciolo della questione: l’articolo successivo introduce la distinzione “fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra”: si disconosce la teoria, allora per la verità ancora non provata al di là di ogni ragionevole dubbio, che va oggi sotto il nome di Out of Africa (l’origine africana di tutti i gruppi etnici umani, provenienti da un’unica piccola popolazione localizzabile nell’area orientale del continente): “Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili”.

 

Gli ebrei non sono ariani

 

L’articolo 9 viene al dunque. In esso compaiono, quasi come un semplice corollario, i destinatari principali, ultimi e finali del documento: gli ebrei. Di essi si afferma perentoriamente che “non appartengono alla razza italiana”, perché sono l’unica popolazione “che non si è mai assimilata in Italia”, perché “costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani”; gli arabi, semiti anch’essi ma tenuti sullo sfondo delle argomentazioni nel razzismo di qualsivoglia tipo in tutta Europa, non avrebbero lasciato nulla neanche in Sicilia “all’infuori di qualche nome”.

L’articolo finale ribadisce la necessità di non alterare i caratteri degli italiani e pertanto dichiara inammissibili le unioni con razze extra-europee portatrici “di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani”.

 

Un nuovo dogma

 

Il Manifesto rappresenta una posizione nuova per il fascismo e per la cultura italiana, che quasi non conosceva correnti razziste al proprio interno (la propaganda antisemita che imitava la pubblicistica antisemita francese era confinata nella subcultura di riviste periferiche e minoritarie come La vita italiana o affiorava al massimo nella produzione di scrittori minori come Panzini). Questo documento, che fa séguito a una recrudescenza della violenza nella propaganda antisemita negli anni 1936-37 che gli prepara il terreno, rappresenta la base giuridica su cui poi si innestano le leggi razziali e la giustificazione ideologica e un nuovo dogma per moltissimi italiani. Esso rappresenta l’attentato alla parità degli ebrei, preparando la strada per la fine dei loro diritti e poi per la fine delle loro vite (Sarfatti 2000).

 

La Costituzione repubblicana

 

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione del “Giorno della Memoria” del 2018, ha ricordato a tutti noi che dopo neppure dieci anni dall’entrata in vigore delle leggi razziali, l’Italia ha sancito solennemente con l’art. 3 della sua Costituzione la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. La ferita è stata così curata in modo fermo e solenne. Anche per questo la Repubblica e la sua Costituzione sono il baluardo perché tutto ciò non possa mai più avvenire.

 

Avagliano, Marco, Palmieri, Marco, Di pura razza italiana, Milano, Baldini Castoldi, 2013.

Cuomo, Franco, I dieci. Chi erano gli scienziati italiani che firmarono il Manifesto della razza, Milano, Baldini Castoldi, 2005.

De Felice, Renzo, Storia degli ebrei italiani sotto il Fascismo, Torino, Einaudi, 1961.

Sarfatti, Michele, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino, Einaudi, 2000.

 

*Debora de Fazio è linguista e redattrice del Lessico Etimologico Italiano. Insegna nel Liceo Musicale Simone Durano di Brindisi.

 

Immagine: By Casa editrice Tumminelli [Public domain], via Wikimedia Commons


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