Questo sito contribuisce all'audience di
26 marzo 2018

Introduzione alla linguistica delle reti sociali

di Mirko Tavosanis*

Da dove è venuta l’idea di creare Facebook e simili? L’ispirazione originale nasce da ricerche piuttosto astratte: cosa comune, negli ultimi secoli. Sociologi e letterati iniziarono infatti tra Otto e Novecento a ragionare sulle relazioni tra esseri umani e a ricostruire le reti di relazioni sociali che li tengono assieme. Nel 1967, un celebre esperimento di Stanley Milgram mostrò che negli Stati Uniti due persone scelte a caso, residenti in stati diversi potevano essere messe in contatto attraverso un numero molto limitato di passaggi: sei, in media.

 

Storia delle reti sociali

 

L’idea di dare consistenza (sia pure solo in forma elettronica) alle reti di relazioni è arrivata rapidamente agli inizi del Duemila. In quel periodo sono nati i primi siti che avevano lo scopo fondamentale di mettere in contatto gli individui, indipendentemente dall’esistenza di un interesse o un’attività in comune.

Chi ha vissuto il periodo immediatamente precedente ricorda del resto come l’avvento della posta elettronica avesse provocato un’ondata di ritrovamenti e scoperte: persone che si erano perse di vista si rimettevano in contatto attraverso il nuovo mezzo di comunicazione, mentre al tempo stesso diventava possibile stringere contatti che in precedenza si sarebbero considerati impossibili. Il processo però non era sistematico e rimaneva confinato negli indirizzari e nella memoria di ogni singolo utente.

L’idea di fare di questa rete di relazioni qualcosa di esterno e stabile sembra, col senno di poi, intuitiva. Affidarsi a una rete sociale significa in pratica affidare ad aziende esterne la gestione di una rubrica di indirizzi: non solo non ci si deve più preoccupare di perdere i nomi o di trasferirli da un’agenda all’altra, ma si ricevono aggiornamenti automatici, notifiche di compleanni e così via (una simile comodità ha anche un prezzo, ma è un prezzo non troppo visibile). Inoltre, è possibile usare il sistema per ricordare agli altri, con pochissimo sforzo, la nostra presenza.

 

Da Friendster a Facebook

 

Anche partendo da questa base, però, la storia delle reti sociali è piena di tentativi riusciti a metà e colpi di scena. Il primo vero sito nato come “rete sociale”, Friendster, è stato lanciato nel 2002 e a lungo ha avuto una diffusione importante in Asia; tuttavia, non ha mai ottenuto un successo globale e, dopo essersi trasformato nel 2011 in sito dedicato ai giochi, ha chiuso definitivamente nel 2015. 

Nel 2003, sulla scia del successo di Friendster, nacquero MySpace e Linkedin. Il primo rimase la rete sociale più diffusa fino al 2008, l’anno in cui Facebook si affermò come punto di riferimento. Quest’ultimo, nato nel 2004, inizialmente non era un sito generalista e aperto: era invece un sito molto mirato, rivolto solo agli studenti dell’università di Harvard. Nel giro di due mesi, il suo successo spinse però ad allargare l’accesso agli studenti delle principali università degli Stati Uniti, e poi alle altre. Nel 2005 Facebook iniziò ad accettare gli studenti delle scuole superiori e i dipendenti di alcune grandi aziende, eseguendo la selezione in base all’indirizzo di posta elettronica usato dai richiedenti. Solo nel 2006 l’accesso fu aperto a chiunque avesse più di 13 anni. 

Questa apertura fa da contrasto con la limitata diffusione che ha avuto un sito che in astratto poteva sembrare molto più promettente dal punto di vista economico: Linkedin, rimasto a lungo fedele all’idea di un contatto sociale vero, con utenti ammessi solo se presentati da altri utenti. Punto di forza di Linkedin avrebbe dovuto essere il suo rapporto con la vita lavorativa. Ciò tuttavia non si è mai tradotto in un successo paragonabile a quello di Facebook, e il ruolo di Linkedin oggi sembra solido ma molto delimitato.

 

Google è social con YouTube

 

In parallelo, su Internet le identità hanno cominciato a collegarsi alle identità del mondo reale. Se fino al Duemila e oltre la regola era che gli utenti di un servizio si presentassero con uno pseudonimo scelto da loro, negli anni successivi Google e Facebook (a differenza di Twitter, o di Wikipedia) hanno insistito molto sulla politica del “nome vero”. Google in particolare, attraverso la gestione della posta elettronica, ha preso ormai molte funzioni di una rete sociale senza esserlo davvero – anzi, dopo ben tre tentativi falliti in questo senso, Orkut, Google Friend Connect e Google Buzz, e un quarto tentativo tenuto attivo ma in sordina, Google +. Ma diversi servizi di Google, a cominciare da YouTube, hanno oggi caratteristiche e numeri da vera e propria rete sociale. E lo stesso vale, su un altro versante, per la condivisione di immagini su Instagram (di proprietà di Facebook).

 

Contatto > contagio

 

L’avvento delle reti sociali è stato solo in parte una rivoluzione. Le analisi sociologiche mostrano che di regola questi sistemi servono a rafforzare i contatti con persone che fanno già parte di una cerchia di relazioni stabilita nel mondo reale, piuttosto che a interagire con sconosciuti. La gestione efficiente di contatti con persone lontane è tuttavia una novità importante. Inoltre, come si è già detto, un pregio delle reti sociali è quello di richiedere sforzi ridottissimi: mettere un “mi piace” richiede molto meno tempo rispetto a quello necessario a inviare un biglietto di auguri, fare una telefonata o mandare anche solo un vecchio SMS.

Un simile coinvolgimento a bassa intensità può manifestarsi anche in assenza di atti linguistici. Il gesto necessario a mettere un “mi piace”, appunto, non richiede all’utente di pronunciare o scrivere neanche una parola. Tuttavia, nel farlo, l’utente entra come minimo in contatto con i messaggi (scritti, audio o video) di altri interlocutori, privati o professionali.

 

La lingua in piazza

 

Inoltre, le reti sociali restano mezzi di comunicazione potenti. Facebook permette di dire la propria in molti modi e lascia anche agli incauti la possibilità di commentare in pubblico il messaggio di un ministro o di una figura pubblica di rilievo, in modo molto interessante per il linguista. Il fenomeno è particolarmente evidente in alcuni sistemi che solo in parte possono essere definiti reti sociali: per esempio Twitter, che tra l’altro, con la sua natura relativamente elitaria e professionalizzata, permette ancora oggi interazioni dirette tra il pubblico e personaggi di una certa fama (cosa rara su Facebook).

Soprattutto, i sistemi di messaggistica privata come Whatsapp o Telegram sembrano un’area di grande libertà espressiva. Rispetto ai siti già citati, che usano come collante la posta elettronica, Whatsapp si basa sul numero di telefono cellulare, assai più privato, e si priva della componente pubblica.  Dal punto di vista del linguista, questo è sia interessante sia frustrante: mentre su Facebook una buona parte della presenza degli utenti è pubblica (o può diventare facilmente pubblica, come mostra il recentissimo scandalo di Cambridge Analytics), su Whatsapp e simili è quasi tutto privato ed è molto difficile studiare a fondo il modo in cui si comunica con questi strumenti. Usarli in modo personale e innovativo, anche a fini didattici, mostra le possibilità del mezzo. Solo a sprazzi, però, riusciamo a capire che cosa fanno effettivamente gli utenti.

 

Uno sguardo al futuro

 

Passati i primi anni di novità, le reti sociali si avviano forse a diventare qualcosa di abituale e codificato. Le scelte di foto per il profilo o i commenti per molti eventi sembrano già spesso obbligatorie e meccaniche, non troppo diverse da altre attività di presentazione sociale del presente o del passato: i bigliettini di auguri da comprare per i compleanni, le scritte sullo zerbino all’ingresso di casa o le decorazioni per la macchina, dagli adesivi ai fiori di pezza.

Sembra però probabile che nelle reti sociali il forte legame con altri tipi di comunicazione continuerà a rappresentare un punto di stimolo. Il rapporto con la lingua parlata e la vita quotidiana da un lato, l’interazione con gli altri canali di comunicazione elettronica dall’altro rappresentano un promettente punto di partenza per soluzioni creative. Potrebbero quindi esserci sorprese a diversi livelli: un altro buon motivo per tenere d’occhio il settore.

 

*Mirko Tavosanis (Karlsruhe, 1968) è professore associato di Linguistica italiana all’Università di Pisa. Dal 2011 al 2016 è stato direttore del Consorzio interuniversitario ICoN per la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Nel 2011 ha pubblicato L’italiano del web (Roma, Carocci) e nel 2018 Lingue e intelligenza artificiale (Roma, Carocci). Dal 2003 insegna nei corsi di studio in Informatica umanistica dell’Università di Pisa. Il suo blog personale è Linguaggio e scrittura. Il suo blog dedicato alle interfacce vocali è Interfacce vocali.

 

Immagine: Di Koreshky di Wikibooks in inglese [Public domain], attraverso Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata