Astronomia, un cielo di stelle umane

di Michele Ortore*

 

Non serviva certo la prima osservazione delle onde gravitazionali, già definita una delle più importanti scoperte scientifiche del nostro tempo, per ricordarci quanto l’astronomia sappia appassionare il pubblico: anche quello lontano dalla scienza. Certo, è facile immaginare che, se sfogliassimo le classifiche di vendita dei libri o delle riviste divulgative, l’astronomia dovrebbe contendersi il primato con la medicina (tanto più in un paese di salutisti come il nostro).

 

Il cosmo e la nostra vita

 

In effetti, la lingua della divulgazione medica ha un contatto intenso e quotidiano con l’italiano standard: tuttavia, quando parliamo con un dottore che ci spiega il funzionamento del nostro corpo, o quando leggiamo un articolo sulla diagnostica per immagini, lo scambio linguistico è molto spesso motivato da un interesse pratico e personale. Quando entriamo in contatto con la lingua dell’astronomia, invece, è altrettanto probabile che a spingerci sia la curiosità intellettuale. Forse perché una nuova sperimentazione medica può allungarci la vita, ma le realtà del cosmo possono cambiare perfino il nostro modo di vederla: nella divulgazione astronomica, insomma, la lingua della scienza convive con sfere del pensiero, e quindi del linguaggio, che banalizzando potremmo definire “umanistiche”, perché riguardano l’emotività e le domande di senso. Come ha scritto Piero Bianucci, «l’astronomia parla sia al cuore sia al cervello».

 

Poesia «in ciel»

 

Non stupiscono, allora, i tanti casi in cui questa scienza è entrata, con ruoli più o meno importanti, in letteratura. Pensiamo all’importanza delle perifrasi astronomiche in Dante; oppure al genio di Leopardi che, ben prima di far dire al suo pastore errante Che fai tu, luna, in ciel?, aveva scritto a soli quindici anni una Storia dell’Astronomia dalla sua origine sino all’anno 1813. E tutt’oggi la poesia (almeno quella innovativa) può accogliere lacerti più o meno consistenti di lingua astronomica nel suo tessuto compositivo, raggiungendo risultati espressivi di particolare originalità, come capita in questa poesia tratta dall’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone.

 

Una tradizione italiana esiste

 

In Italia gli amanti della volta stellata sono moltissimi: nell’articolo che abbiamo citato poco fa, Bianucci ricordava i circa centomila appassionati (l’UAI è una delle più attive associazioni astronomiche in Europa) e le tre riviste che si trovano ogni mese in edicola. È dai tempi di Galilei e del Newtonianesimo per le dame di Francesco Algarotti che l’astronomia italiana partorisce penne capaci di declinarne i contenuti in forma accessibile a tutti (o almeno a molti). Un nome fondamentale per il secolo scorso è quello di Paolo Maffei, che nel 1973, con Al di là della luna, trasformò un viaggio tra le galassie in un best-seller: tutt’oggi è uno dei pochissimi divulgatori scientifici del nostro paese ad essere stato tradotto in Inghilterra e Stati Uniti. Riguardo agli ultimi anni, inevitabile è il confronto con le grandi firme anglosassoni: fra tutti Stephen Hawking, la cui storia è stata raccontata da un film recente (La Teoria del Tutto), e talmente celebre da essere perfino diventato un personaggio dei Simpson e della serie Big Bang Theory. Tra gli italiani, citiamo almeno Corrado Lamberti, Giovanni Bignami e la compianta Margherita Hack: astronomi di fama, ma che non hanno disdegnato una produzione pubblicistica frequente e di qualità. Senza dimenticare lo stesso Bianucci, di formazione giornalistica e umanistica, ma con alle spalle una trentennale esperienza da divulgatore scientifico. Tra i più attivi in rete, ma anche in televisione e radio, c’è poi Amedeo Balbi, molto abile nel reclutare la cultura pop per avvicinare il pubblico alle leggi della fisica e del cosmo, anche fino a sperimentare nuovi generi: è nato così un fumetto su Penzias e Wilson, i primi scopritori (un po’ casuali) della radiazione cosmica di fondo.

 

Nello spazio del web, la deriva sloganistica

 

Più bassa è purtroppo la qualità della divulgazione sui siti dei grandi quotidiani nazionali: spesso gli articoli non sono neppure firmati e vengono pubblicati come generici testi redazionali, che non di rado si rivelano essere soltanto il montaggio – più o meno maldestro – dei comunicati stampa ricevuti dalle riviste scientifiche o dagli enti di ricerca. Anche nei casi in cui la coerenza dell’articolo non viene inficiata (purtroppo i redattori anonimi di questi articoli non sempre hanno una preparazione scientifica adeguata a capire il significato del testo di partenza), il rischio è l’appiattimento sulla formularità del comunicato stampa o la deriva sloganistica.

 

Se il buco è nero il significato non è chiaro

 

Com’è noto, l’astronomia e la fisica continuano a seguire la linea galileiana quando devono dare un nome ai loro referenti scientifici: polvere cosmica, alone, disco, spirale sono parole tratte dalla lingua comune, che diventano termini scientifici nel momento in cui vengono risemantizzate per acquisire un solo significato specifico, non necessariamente prossimo a quello di partenza. Questo tipo di tecnicismi, in apparenza più semplici e familiari, in realtà può presentare molte difficoltà ad un divulgatore: per il semplice fatto che, essendo già parole facenti parte del lessico comune, per spiegarle non può bastare parafrasarle con sinonimi di più facile accesso. Un tecnicismo medico come esame baropodometrico, ad esempio, può schiudersi alla lettura dei profani semplicemente sciogliendo il significato dei suoi componenti greco-latini baro-, podo- e -metrico (e dunque: ‘esame basato sulla misura della pressione del piede a terra’). Al contrario, perfino un tecnicismo-pop star dell’astronomia come buco nero, che ha un significante semplice e sembrerebbe trasparente nel suo traslato metaforico, ha in realtà bisogno di essere contestualizzato attraverso una strategia testuale e discorsiva complessa. Va bene: è un buco perché si tratta di un punto dello spazio-tempo dalla gravità tendente ad infinito, ed è nero perché la gravità è così forte che neanche la luce riesce ad evaderne; nozioni del genere rimarrebbero però epidermiche se il divulgatore le esponesse senza aver gradualmente introdotto il suo lettore nel mondo post-einsteiniano dove tempo e spazio non sono due entità distinte, e in cui anche la luce viene deviata dalla gravità.

Più immediati da parafrasare e glossare sono invece i frequentissimi acronimi e le sigle, per cui a volte può bastare lo scioglimento (e qui l’inglese la fa da padrona). Tra i tanti esempi, il famoso SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) o il VLT (Very Large Telescope).

 

Anglofilia lessicale

 

Visto il contesto mondiale della ricerca scientifica, non può stupirci l’anglofilia lessicale. Tra gli anglicismi non adattati più recenti abbiamo le blind injections, di cui si è sentito parlare proprio in occasione della scoperta delle onde gravitazionali (per la precisione a RadioTre Scienza): si tratta di quei segnali falsi, quei veri e propri bluff che, inseriti nel flusso d’informazioni raccolte da un’osservazione scientifica, sono pensati appositamente per verificare con efficacia (e con un filo di crudeltà) la capacità degli algoritmi e dei ricercatori d’intercettarli e rivelarne l’interesse. Più sottile, ma anche incisiva, è la presenza dei calchi semantici (il diffusissimo evidenza ‘prova’, da evidence; assumere ‘supporre’, da to assume).

 

Astronomia e matematica vicine nella sintassi

 

La lingua dell’astronomia condivide diversi tratti sintattici che sono tipici di tutto l’italiano scientifico: tra questi, il più rilevante è senz’altro la nominalizzazione.

La lingua astronomica ha però anche altre peculiarità sintattiche legate al suo statuto scientifico, cioè all’impossibilità di verificare laboratorialmente una serie di fenomeni lontanissimi nel tempo e nello spazio, a cui a volte si arriva per prove indirette, se non soltanto attraverso la matematica (pensiamo all’ipotesi del multiverso, quella secondo cui al nostro universo se ne accostano tanti altri, irraggiungibili, in cui varia il valore delle costanti naturali fondamentali). Per la linguista americana Elain Tarone, la maggior incidenza dei verbi attivi rispetto ai passivi senza agente avvicina gli articoli specialistici di astronomia a quelli matematici: in entrambi i casi si potrebbe parlare di articolo scientifico d’argomento logico («logical argument scientific paper»). Altre specificità sono la frequenza del condizionale di dissociazione e del verbo dovere inferenziale.

 

Un astro e il suo papà

 

Una delle tecniche più sfruttate dalla divulgazione per smussare le asperità scientifiche è sicuramente l’uso di metafore umanizzanti applicate al contenuto scientifico.

Capita allora che una stella gigante venga sorpresa durante la dieta, oppure che si vada alla ricerca del genitore perduto di un astro (i corsivi sono titoli tratti da “le Stelle”, n. 151, p. 18, p. 20).

Tipiche della divulgazione di ogni tipo sono le analogie descrittive, che però in astronomia spesso non si esauriscono nel didascalico, e anzi sfociano in esiti espressivi carichi di significato, perché connettono macro- e microcosmo nell’accostamento delle smisurate realtà cosmiche alle meraviglie naturali a noi più familiari. Ecco un bell’esempio, dovuto alla penna di Leopoldo Benacchio: «alcune importanti galassie [...] si formarono in una specie di alveo cosmico, una sorta di nido, che si è replicato nei punti dell’universo in cui i grandi filamenti di materia oscura che pervadevano il cosmo si intersecavano. Un po’ come quelli costruiti dalle cicogne alla biforcazione dei rami sui grandi alberi dei parchi del Centro Europa» (“Le Stelle”, n. 151, p. 8).

 

Consigli di lettura

La Storia dell’Astronomia dalla sua origine sino all’anno 1813 di Giacomo Leopardi è stata ripubblicata, assieme ad una seconda parte scritta da Margherita Hack (che prolunga la ricognizione storica ai giorni nostri) in Storia dell’astronomia. Dalle origini ai giorni nostri, Roma, Edizioni dell’Altana, 2011.

La prima edizione  del libro di Paolo Maffei è Al di là della luna, Milano, Edizioni Scientifiche e Tecniche Mondadori, 1973. Il libro ha avuto alcune ristampe, ma oggi è fuori commercio.

Lo studio di Elain Tarone cui faccio riferimento è On the Use of the Passive and Active Voice in Astrophysics Journal Papers: With Extension to Other Languages and Other Fields, in “English for Specific Purposes”, 17, pp. 113-132.

 

Altri studi consigliati

Silvia Bencivelli, Francesco Paolo de Ceglia, Comunicare la scienza, Roma, Carocci, 2013;

Maria Luisa Altieri Biagi, Aspetti e tendenze dei linguaggi della scienza oggi, in ead., L’avventura della mente. Studi sulla lingua scientifica, Napoli, Morano, 1990, pp. 339-390;

Michele Cortelazzo, Lingue speciali. La dimensione verticale, Padova, Unipress, 1994;

Giuliana Garzone, Dal testo scientifico alla divulgazione giornalistica: generi testuali e pratiche discorsive, in G. Garzone, R. Salvi (a cura di), Linguistica, linguaggi specialistici, didattica delle lingue. Studi in onore di Leo Schena, Roma, CISU/Centro d’Informazione e Stampa Universitaria, 2007, pp. 157-170;

Claudio Giovanardi, Storia dei linguaggi tecnici e scientifici nella Romania: italiano, in G. Ernst, M.-D.Glessgen, C. Schmitt, W. Schweickard (Hrsg.) Romanischen Sprachgeschichte / Histoire linguistique de la Romania, Berlin- New York, de Gruyter, II, t. 2, 2006, pp. 2197-2211;

Riccardo Gualdo, Stefano Telve, Linguaggi specialistici dell’italiano, Roma, Carocci, 2011;

Michele Ortore, La lingua della divulgazione astronomica oggi, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2014 (da cui sono tratti gli esempi dell’articolo la cui fonte non è esplicitata).

 

*Michele Ortore è nato a San Benedetto del Tronto nel 1987. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne sotto la guida di Luca Serianni, sta frequentando il dottorato di ricerca in Linguistica Storica, Linguistica Educativa e Italianistica. L’Italiano, le altre Lingue e Culture all’Università per Stranieri di Siena. Ha pubblicato la monografia La lingua della divulgazione astronomica oggi (Fabrizio Serra Editore, 2014) e la raccolta di poesie Buonanotte occhi di Elsa (Vydia, 2014). Ha collaborato con l’INVALSI e con Mondadori Education nel settore lessicografico e per la grammatica scolastica L’italiano. Gli italiani. È giornalista pubblicista e ha scritto di teatro e poesia per Atelier, Krapp’s Last Post e i Quaderni del Teatro di Roma.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0