28 febbraio 2016

La scienza, la lingua e la cittadinanza scientifica

di Maria Luisa Villa*

 

La scienza è una raffinata creazione umana e per accoglierne i concetti le lingue devono elaborare uno specifico vocabolario [1]. Studiare la scienza è studiare un nuovo linguaggio nel quale parole nuove o parole quotidiane, come energia, lavoro, cellula, assumono un preciso significato, diverso da quello consueto. Furono i nomenclatori del '700, come Linneo e Lavoisier, ad avvertire la necessità di liberare la scienza dalle parole del senso comune. Linneo impose il latino in luogo dei nomi vernacolari di piante e animali e Lavoisier fece altrettanto per le sostanze chimiche. Sulla scia dei nomenclatori generazioni di scienziati posero mano alla costruzione di un repertorio razionale e unitario, simile a una lingua franca di tutti e di nessuno, che sembrò approssimarsi all’ambita universalità . Gli studiosi impararono a destreggiarsi in più di una lingua e il linguaggio scientifico, edificato su questo nucleo condiviso , sembrava potersi esprimere in tutte le lingue con la stessa precisa adeguatezza.

 

Novecento: il pericolo del multilinguismo

 

L’illusione dell’universalità si dissolse nel '900, quando la civiltà industriale dilatò il numero degli studiosi, estese i compiti della scienza e ne spostò i confini molto oltre l’Europa. Di fronte al patrimonio di conoscenze prodotto da una collaborazione saldamente internazionale, gli scienziati avvertirono la pluralità delle lingue come un pericolo per le norme epistemiche della scienza aperta [2] [3] . L’unità del sistema scientifico rischiava di infrangersi se gli studiosi non parlavano un’unica lingua: chi pubblica in una lingua minore sottrae le conoscenze alla condivisione e alla critica vicendevole. Alle ragioni degli studiosi si affiancarono quelle del mondo degli affari e dell’industria. I nuovi utenti erano spinti da necessità pratiche: essi desideravano una lingua franca per gli scambi globali. Nel volgere di pochi decenni la storia dell’occidente ha deciso per tutti e l’inglese è diventato la lingua internazionale della scienza.

 

La comunità monoglotta internazionale

 

La comunità scientifica internazionale è ora risolutamente monoglotta. L’inglese ha soppiantato le lingue locali imponendo l’anglificazione delle riviste e dei congressi nazionali e infine della lingua dell’istruzione superiore. I ricercatori si sentono a casa nella lingua inglese perché la lettura quotidiana è in inglese, i metodi e i reagenti hanno nomi inglesi, e il lavoro di ricerca è condiviso con lontani laboratori dove tutti parlano in qualche modo l’inglese. La fallacia del vissuto di familiarità appare però quando essi devono trovare le giuste parole per trasferire il pensiero da una lingua all’altra. Non è l’esposizione dei dati sperimentali a impoverire la comprensione, ma è l’incapacità di padroneggiare i modelli mentali e di comprendere i riferimenti e le citazioni implicite che compaiono nelle parti meno tecniche e più discorsive della letteratura scientifica.

 

Il pensiero è più ricco con la lingua locale

 

La lingua non è solo il veicolo con cui scambiamo le idee, ma è anche, e primariamente, il mezzo con cui le produciamo rendendole chiare a noi stessi. Qui è necessario avvalersi dei processi che si svolgono dove è stato primariamente cablato il nostro lessico mentale. Nel contesto della lingua materna una parola ne veicola altre ad essa associate, con una ricchezza che una lingua appresa secondariamente ricrea difficilmente. Fa ombra alla riflessione sull’argomento la diffusa convinzione che la lingua sia un bene immutabile e gratuito anziché una costruzione collettiva che si rinnova attraverso un apporto continuo. Gli scienziati non sono solo utenti della lingua ma contribuiscono a plasmarla nel momento stesso in cui la usano; l’abbandono del repertorio tecnico-scientifico locale arresterebbe il rinnovamento perché verrebbe meno la traduzione tempestiva dei neologismi e le parole non acquisterebbero le valenze necessarie per esprimersi nei nuovi contesti. Il mouse è cresciuto insieme a Windows e Apple: per questo è ormai diverso dal topo che è rimasto un piccolo roditore invadente. In breve tempo la lingua italiana potrebbe ritrovarsi inadatta alla trasmissione del sapere scientifico, con ricadute negative a livello individuale e collettivo [4].

 

La narrazione e l'universo culturale dei destinatari

 

La scienza è onnipresente nella società: temi come l’atomo, l’ambiente, il genoma, le staminali dominano il dibattito politico, trasformandosi spesso in quesiti referendari. La scienza non può ignorare questi problemi e il suo linguaggio deve mantenersi adatto a comunicare le conoscenze necessarie al funzionamento di una democrazia avanzata. La narrazione della scienza diventa inefficace se il suo linguaggio non intercetta l’universo culturale dei destinatari. Poiché è irrealistico pensare che in breve tempo in Italia tutti possano diventare bilingui, dobbiamo prevedere uno scenario in cui una maggioranza di cittadini poco competenti in inglese vorranno essere aggiornati nella lingua locale. Conviene dedicare attenzione a questi problemi perché certe scelte, che appaiono all’inizio premianti, possono cambiare rapidamente di segno sotto la spinta della storia e del progresso tecnologico.

 

I futuri possibili: monolinguismo o multilinguismo di scambio?

 

Nel mondo connesso attraverso la rete, si può ricavare una mappa della frequenza d’uso delle lingue, attraverso la loro presenza nei siti multilinguistici globali ( Twitter, Wikipedia, traduzioni di libri ) . La mappa, costruita da un gruppo di ricercatori del MIT [5], rivela una struttura gerarchica ramificata, dominata da un nodo centrale o hub , costituito dall’inglese, connesso a un alone di hub intermedi che fungono da ponte verso gli altri gruppi di lingue. In questo contesto la lingua inglese non appare più come un punto di approdo ma come un grande metaforico hub aeroportuale ricchissimo di connessioni, utile per transitare verso altre mete . Facciamo bene a servircene, ma dovremmo poi ripartirne per approdare al nodo della nostra lingua e della sua cultura originaria.

 

Testi citati

[1] M.A.K Halliday, J.R. Martin, Writing Science, London, Falmer, 1993 .

[2] P.A. David , The historical origins of 'open science'. Stanford University & the University of Oxford, December 2007.

[3] M. Gordin, Scientific Babel: The Language of Science , from the Fall of Latin to the Rise of English, Profile/Univ. Chicago Press: 2015.

[4] M.L. Villa , L’inglese non basta, Mondadori, 2013.

[5] S.Ronen, B.Gonçalves, K.Z.Hua, A.Vespignani, S.Pinker, C. A. Hidalgo , Links that speak: The global language network and its association with global fame, Proc. Natl. Acad. Sci. USA, 2014, vol. 111 no. 52, E5616.

 

*Maria Luisa Villa ha cominciato ad occuparsi di Immunologia subito dopo la laurea in Medicina; ha insegnato come professore ordinario presso l’Università degli Studi di Milano, dove ha ricoperto varie cariche accademiche e ha organizzato e diretto per molti anni la Scuola di Dottorato in Medicina molecolare. Consapevole del mutamento del ruolo della scienza nella società attuale, ha inserito nel percorso formativo dei dottorandi seminari e tavole rotonde su temi di comunicazione scientifica, di trasferimento tecnologico e creazione d'impresa, ottenendo la collaborazione di ricercatori, imprenditori e creatori di spin-off del settore farmaceutico/biotecnologico, di storici della medicina e di giornalisti dei maggiori quotidiani italiani. Da queste esperienze nascono le sue riflessioni sui rapporti complessi e contraddittori tra scienza, lingua e società nell’epoca della globalizzazione. Ha pubblicato per Bruno Mondadori il libro L’inglese non basta (2013). Dal 2009 è associata di ricerca all’Istituto di Tecnologie Biomediche (ITB) del CNR- sezione di Segrate.

 

Immagine: Paesaggio con uccelli gialli (1923)

 

Crediti immagine: Serenazmb [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]


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