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La narrazione della storia della letteratura e la costruzione dei valori

di Simone Giusti*

 

Lo storytelling, l’arte di raccontare storie, “è una forma di discorso che si impone in tutti i settori della società e trascende i confini politici, culturali o professionali” (Salmon, 2007, p. 6). La stessa storia della letteratura italiana, una pratica didattica fondamentale della scuola dell’Italia unita, può essere considerata un’operazione di storytelling ante litteram. La tradizione letteraria, infatti, nel caso di una nazione come l’Italia, carente, al suo principio, di forti strutture economiche e statali, “è stata chiamata, dalle classi dirigenti del Risorgimento, a offrire un modello non solo al progetto di unificazione linguistica del paese ma a quello dell’educazione culturale. Era una scelta quasi obbligata: in un paese fortemente differenziato nelle sue componenti solo la letteratura offriva un collante abbastanza efficace” (Ceserani, 1999, p. 399). Raul Mordenti ha sottolineato il particolare significato di “risarcimento” assegnato dagli intellettuali risorgimentali (e in particolare da Vincenzo Gioberti) alla letteratura, che consentiva di mettere in mostra una zona di luce in mezzo a tante zone d’ombra: la miseria, l’arretratezza, l’isolamento politico, l’analfabetismo, ecc. (Mordenti, 2007, p. 80):

 

La storia è vista, idealisticamente, come svolgimento dello spirito della nazione, e la letteratura incarna e rappresenta più di ogni altra cosa tale spirito. In questo senso si ricostruisce (o si costruisce) una storia della letteratura nazionale. Si può sottolineare anzi come tale operazione assuma un’importanza maggiore proprio in quei paesi (come la Germania e l’Italia) dove lo Stato nazionale tarda a costruirsi: sono proprio le nazioni che non sono ancora pienamente tali che avvertono di più la centralità del problema nazionale e si pongono nel XIX secolo il problema di inventare anche attraverso la letteratura una tradizione nazionale.

 

Così, oltre cent’anni prima che si diffondesse un uso consapevole e intenzionale dell’approccio narrativo nelle scienze umane e nella didattica, riprendendo la lezione dei romantici tedeschi e in particolare di Friedrich Schlegel e di Georg Gottfried Gervinus (Mordenti, 2007, pp. 77-78), il ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis scriveva un libro concepito “ad uso de’ Licei”, intitolato Storia della letteratura italiana (1870-1871), nel quale, “come in un grande romanzo di formazione o di educazione dell’Ottocento” (Ceserani, 1990, p. 20) veniva narrata la storia autobiografica del riscatto e del rinnovamento della nazione italiana e del suo popolo. Come ha scritto ancora Mordenti (2007, p. 80):

 

È proprio il disegno desanctisiano della letteratura italiana ciò che a noi oggi interessa principalmente, perché in esso riconosciamo la costruzione, tendenziosa quanto efficace, dell’oggetto ‘letteratura italiana’; siamo insomma qui di fronte non a una banale ricostruzione ma a una vera e propria fondazione, e dunque a una invenzione, della tradizione letteraria italiana che, proprio a partire da De Sanctis (o, se si vuole, dall’asse De Sanctis-Croce) si insediò in modo egemonico, e duraturo, nei nostri studi (e nelle nostre scuole).

 

Questa operazione, confermata e rilanciata fino ai giorni nostri dalla manualistica e dalle Linee guida per il secondo biennio e per il quinto anno degli Istituti Tecnici e Professionali (nelle quali si invita a insegnare le “Linee di evoluzione della cultura e del sistema letterario italiano dalle origini all’Unità nazionale”), ha fornito ai docenti italiani e, di conseguenza, agli alunni e alle alunne, alcuni concetti fondamentali e un quadro di riferimento su cui si fonda la didattica della letteratura negli ultimi tre anni della scuola secondaria di secondo grado, ma anche, se non soprattutto, nella scuola secondaria di primo grado, dove ancora oggi si dedica uno spazio residuale – pur non essendo previsto dalle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola per l’infanzia e del primo ciclo di istruzione del 2007 e del 2012 – alla storia della letteratura italiana.

 

Un modello genetico e teleologico

 

Intanto, il modello storiografico proposto dalla scuola – a partire da De Sanctis in avanti – è allo stesso tempo genetico e teleologico (Ceserani, 1990, pp. 26-27). Ciò significa che la storia della letteratura italiana così come la conosciamo, che dalle cosiddette “origini” procede verso la contemporaneità (che per sua natura si sposta sempre in avanti, esattamente come in un’autobiografia che è periodicamente riscritta), è frutto di un preciso modello culturale e non è una condizione essenziale e permanente. Anzi, possiamo dire che la scelta di far iniziare la storia con il Duecento è un elemento fondamentale del progetto politico e culturale dello Stato unitario e della scuola italiana, che si pone l’obiettivo di insegnare la lingua italiana e che, quindi, sceglie di escludere dal corpus della letteratura italiana tutte quelle opere che non scritte in lingua italiana ovvero che non sono riconducibili al toscano o, al limite, ai dialetti mediani (com’è ad esempio il caso del Cantico di Francesco D’Assisi). Gli stessi poeti siciliani entrano a far parte della letteratura italiana grazie alle trascrizioni toscaneggianti di copisti e poeti. Dando al lettore filologicamente poco avvertito l’illusione che in Sicilia, alla corte cosmopolita di Federico II, si scrivesse in fiorentino-italiano, la storia della letteratura contribuisce a inventare una tradizione plurisecolare che si dipana in modo perlopiù lineare attraverso le varie parti della penisola nonostante le divisioni politiche e culturali.

 

Il bilinguismo (latino-volgare) o trilinguismo (latino-italiano-dialetto)

 

Soprattutto, scegliendo di raccontare la storia delle opere letterarie scritte in lingua italiana, la storia della letteratura italiana narrata da De Sanctis e dai suoi successori rimuove il fenomeno più caratteristico della cultura dei popoli che hanno abitato la penisola nell’ultimo millennio: il sostanziale bilinguismo (latino-volgare) o trilinguismo (latino-italiano-dialetto) degli intellettuali e delle classi dirigenti. Nasce così, per esempio, quel “cono d’ombra scolastico” (Mordenti, 2007, p. 82) che cancella dalla letteratura della penisola italiana circa sei secoli di autori tra la fine della letteratura latina classica e le origini della letteratura italiana.

Sarebbe sufficiente, dal punto di vista didattico, portare alla luce – come già suggeriva Ceserani (1986, p. 170) – “la pratica retorica della narrazione […] facendola diventare il più possibile visibile e cosciente”, per evitare che la narrazione della storia letteraria a scuola continui a essere utilizzata come un potente strumento capace di sviluppare in modo inconsapevole una concezione chiusa e essenzialista della cultura e della lingua. Per contribuire alla “decostruzione della narrazione della nostra nazione” (Ceserani, 1999, p. 318) occorrerebbe, inoltre, sposare una concezione polisistemica del sistema letterario italiano, in grado di tener conto delle caratteristiche fondamentali della nostra letteratura: localismo e cosmopolitismo, plurilinguismo e multilinguismo. Tutte caratteristiche studiate e riproposte negli ultimi quarant’anni senza che tuttavia abbiano trovato riscontro in una modifica sostanziale dell’impianto curricolare dell’insegnamento dell’italiano.

 

Storia letteraria come un antidoto al bombardamento mediatico

 

Ancora più utile sarebbe, nell’epoca del digital storytelling, riflettere sul ruolo normativo della letteratura e delle storie e, quindi, utilizzare la storia letteraria come un antidoto al bombardamento mediatico cui siamo sottoposti durante la vita quotidiana.

Jean-Marie Schaeffer (2014) ha individuato in modo chiaro due funzioni ben distinte degli studi letterari: una normativa, che ha la funzione di riprodurre e promuovere i valori culturali di una determinata società, una descrittiva, che ha uno scopo conoscitivo a prescindere dalle gerarchizzazione e dai giudizi di valore. Ci interessa soprattutto la funzione normativa, che nella scuola rimane spesso implicita, invisibile (Schaeffer, 2014, p. 33), funzionale alla promozione di valori e non, come potrebbe e dovrebbe, all’educazione alla scelta consapevole dei valori.

Dal punto di vista didattico, diventa necessario ripensare all’uso dell’insegnamento letterario come a uno strumento per tramandare valori come, per esempio, l’identità nazionale, attraverso la mera selezione di opere – la loro antologizzazione per i manuali scolastici, – oppure con la narrazione di storie che implicitamente – facendo uso di tecniche di storytelling – raccontano la biografia di una nazione o di una civiltà. Ma significa anche ribadire la necessità e l’urgenza di mettere a frutto le particolari competenze dell’esperto di letteratura come esperto di tecniche e procedure di selezione e organizzazione di determinati fatti (in questo caso i fatti letterari) al fine di costruire dei quadri di valori.

Conoscere i motivi per cui I Sepolcri di Ugo Foscolo sono presenti in ogni antologia e sono, in qualche modo, un passaggio obbligato dell’insegnamento della letteratura, può essere utile a capire le motivazioni che sono alla base della scelta di un determinato palinsesto televisivo.

In questo senso è possibile pensare alla letteratura come a uno scudo capace di proteggerci dalla continua esposizione ai contenuti dell’epoca della comunicazione digitale.

 

Riferimenti bibliografici

Ceserani R. (1990), Raccontare la letteratura, Bollati Boringhieri, Torino.

Ceserani R. (1999), Guida allo studio della letteratura, Laterza, Bari-Roma.

Giusti S. (2014), Per una didattica della letteratura, Pensa Multimedia, Lecce.

Mordenti R. (2007), L’altra critica. La nuova critica della letteratura tra studi culturali, didattica e informatica, Meltemi, Roma.

Salmon C. (2008), Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi, Roma (ed. or. Storytelling. La machine à fabriquer des histoires et à former les esprits, La Découverte, Paris 2007).

Schaeffer, J.-M. (2014), Piccola ecologia degli studi letterari. Perché e come studiare la letteratura?, Loescher, Torino (ed. or. Petite écologie des études littéraires. Pourquoi et comment étudier la littérature?, Editions Thierry Marchaisse, Vincennes 2011).

 

*Simone Giusti, formatore e saggista, si occupa di letteratura e dei suoi utilizzi nella ricerca sociale e nella didattica. Il suo blog è www.simonegiusti.eu

 

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Un delitto del ’43 e altri racconti

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La pubblicazione di questa raccolta può costituire un’ottima occasione per accostarsi alla narrativa di Mario Quattrucci. Infatti, i vari testi mostrano bene la varietà di stili e modalità rappresentative con cui l’autore declina il prediletto genere poliziesco, perseguendo sempre il divertimento nella sua accezione più nobile.

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