02 ottobre 2019

Maturità, l'esame sotto esame

L’esame di Maturità è un’invenzione che risale alla riforma firmata da Giovanni Gentile nel 1923, nei mesi del governo Mussolini. L’esame di Maturità – che si articola in M. classica, M. scientifica e M. artistica – nasce dunque con il liceo, e ne rappresenta non solo il compimento ma il fine esclusivo, visto che i programmi di insegnamento fino allora in vigore vengono sostituiti con i programmi d’esame. L’esame di maturità, quindi, viene a coincidere con la scuola stessa, con il suo principale motivo d’esistenza. La scuola – ovvero il liceo – è una sorta allenamento degli studenti a sostenere la Maturità: una prova selettiva, che si svolge in 40 sedi stabilite dal ministero sul territorio nazionale, con commissioni costituite di «un professore universitario, tre fra professori e presidi di istituti di istruzione media di secondo grado e di un insegnante appartenente a scuola privata o persona estranea all’insegnamento» (articolo 90 del R.D. 1054 del 6 maggio 1923).

 

Augusto Monti e la «ginnastica di esami»

 

Eppure, proprio perché mise in chiaro il ruolo dello Stato nella formazione delle nuove generazioni e, soprattutto, delle future classi dirigenti, questa riforma – fascista e borghese – non mancò di apprezzamenti anche da parte di antifascisti come Augusto Monti, il quale vide in questo esame il pregio di rappresentare una prova difficile, che per essere superata avrebbe richiesto da parte degli studenti abilità e virtù non esclusivamente “scolastiche” e “intellettuali”.

A convincere Monti fu proprio l’idea che l’esame, come già aveva stabilito Benedetto Croce nei suoi programmi del ’21 (Croce fu ministro prima di Gentile, durante l’ultimo governo Giolitti), «consiste in un accertamento obiettivo di maturità e di attitudini preventivamente fissate non in riguardo a un determinato programma, del quale occorra dimostrare lo svolgimento analitico, ma a un compito futuro da assolvere». Monti apprezzava, dell’esame di Maturità, la sua difficoltà, il suo essere una «prova di maturità e non una partita a poker, diagnosi di medico e non giuoco di carte da sonnambuli» (L’esame dell’esame di Stato, «Corriere della Sera», 1° febbraio 1924). Una difficoltà che – sono ancora parole di Monti – consente al candidato di «mostrare abilità e perizia», «doti di sagacia, di presenza di spirito, di tattica niente affatto disprezzabili nella vita moderna».

Ancora nel 1932, tre anni prima che venisse arrestato e incarcerato dal regime fascista per il suo antifascismo, Augusto Monti continuava a difendere un esame in cui vedeva un anticorpo al fascismo stesso. In risposta a un articolo contro gli esami uscito sulla rivista «Pegaso», Monti affermava pragmaticamente che «in Italia in tanto si studia in quanto ci sono esami. E del resto è un fatto che in Italia, e non da ieri e neanche da ier l’altro, tutto il congegno della vita professionale e impiegatizia ormai è montato sugli esami (…); sarà un bene sarà un male, ma il fatto, innegabilmente, è questo: e innegabilmente quindi è una necessità che la scuola media prepari i giovani a questa ginnastica di esami che la vita richiede». La scuola, dunque, come «ginnastica di esami» necessari per accedere alle professioni, ovvero per rimanere – o, più raramente, essere promossi – membri a pieno titolo della borghesia.

La scuola, secondo Monti, avrebbe dovuto essere difficile anche per difendere i più giovani dalle sirene della propaganda fascista. Erano i fascisti, infatti, i veri nemici degli studi e dell’esame di Maturità, perché obbligando gli insegnanti e gli studenti a lavorare in vista dell’obiettivo finale limitava le iniziative del partito, che spingeva per usare gli studenti per le adunate in piazza, i comizi e gli spettacoli.

 

Dopo il '68 si apre l'università a tutti i diplomati

 

Quattro prove scritte e una prova orale su tutte le materie del corso e su tutto il programma del triennio: un esame difficile anche per i figli dei gerarchi fascisti, che premevano affinché si eliminasse o almeno si rendesse più facile. Modificato, semplificato e poi abolito durante la guerra dal ministro Bottai (non più ministro della Pubblica istruzione ma dell’Educazione nazionale, secondo la dicitura in vigore tra il 1929 e il 1943), la Maturità viene ripristinata nel 1952 con alcune modifiche rispetto all’impianto iniziale: si introduce il membro interno e si limitano i programmi all’ultimo anno e a «cenni» dei due anni precedenti. Occorre aspettare il 1969 per avere un cambiamento radicale, che di fatto smonta completamente il senso dell’esame di maturità (senza tuttavia modificarne il nome). Il fascismo, nonostante la continuità normativa e amministrativa, è un’esperienza abbastanza lontana, la scuola media è stata unificata da sei anni e durante il 1968 i movimenti studenteschi hanno messo in crisi la politica italiana, costringendo le classi dirigenti a prendere finalmente dei provvedimenti per gestire la nascente scuola di massa. La legge 119 del 6 aprile 1969 stabilisce che fanno l’esame di Maturità anche gli istituti tecnici e magistrali, fino a quel momento esclusi. Si tratta dell’articolo 1 della legge, che con questa semplice frase apre l’università a tutti i diplomati. L’esame consiste in due prove scritte – prima prova di italiano e seconda prova specifica per ciascun indirizzo – e un colloquio sul programma dell’ultimo anno di due materie (a scelta tra quattro indicate dal ministero). Il voto è espresso in sessantesimi. La commissione è composta da un presidente e da cinque docenti, di cui uno “interno”.

 

Sempre meno difficile

 

Questo esame, che è la Maturità che ricordano la maggior parte degli italiani (almeno quelli nati tra gli anni Cinquanta e i Settanta), rimane in vigore fino al 1997, anno dell’istituzione dell’esame di Stato come lo conosciamo oggi, con la votazione in centesimi, il sistema dei crediti acquisiti nel triennio e trasformati in un punteggio che lo studente si porta in dote all’esame, tre prove scritte (la terza prova è stata abolita nel 2017) e un colloquio orale su tutte le materie dell’ultimo anno, i commissari metà interni e metà esterni. È ancora un governo di destra a voler ridurre la difficoltà dell’esame (e i suoi costi, ovviamente) introducendo una commissione composta da membri interni e presieduta da un presidente esterno assegnato a ciascuna istituzione scolastica (legge finanziaria 448 del 28 dicembre 2001, rimasta in vigore fino al 2007).

Ma a questo punto possiamo dire che la Maturità è solo una consuetudine linguistica che non trova corrispondenza nella normativa e, soprattutto, non ha più senso di esistere se non come uno degli esami conclusivi di un ciclo di studi (per l’esattezza, il secondo ciclo di istruzione). Ha ancora senso fare questo esame? Sarebbe meglio abolirlo definitivamente, e con esso eliminare il valore legale del titolo di studio?

 

Chi sa valutare le competenze?

 

L’argomento è troppo complesso per essere trattato sinteticamente in questa “voce”. Vale la pena riflettere sul senso di un esame di Stato in seguito all’introduzione, dal 2000, dell’autonomia scolastica e all’emanazione, negli anni compresi tra il 2007 e il 2012, di una serie di riforme che hanno ridefinito le finalità e gli obiettivi del sistema di istruzione, assegnando alle istituzioni scolastiche il compito di far raggiungere agli studenti dei risultati di apprendimento espressi in termini di competenze. Scopriremmo, da questa particolare prospettiva, che l’esame di Stato così come è concepito è anacronistico al limite dell’assurdo, poiché è gestito da persone – i docenti, i dirigenti, gli ispettori stessi – che non hanno la benché minima idea di cosa significhi valutare le competenze, e perché per traghettare la scuola tradizionale, tarata sull’insegnamento, ovvero sulla trasmissione di saperi disciplinari e sulla verifica dell’avvenuta trasmissione, verso una scuola orientata all’apprendimento, capace cioè di coinvolgere gli alunni in un percorso di cambiamento che li porti a padroneggiare dei saperi, occorrerebbero investimenti che al momento non siamo in grado neanche di desiderare. Perché se li desiderassimo, sarebbe davvero una rivoluzione.

 

Immagine: Giovanni Gentile con Leonardo Severi al Ministero della Pubblica Istruzione

 


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