04 ottobre 2019

Educazione linguistica democratica fra realtà e “negazionismo”

Uno dei lasciti più rilevanti, e in un certo senso più rivoluzionari, degli anni Sessanta e Settanta non riguardò – almeno direttamente – la vita politica né sociale ma un settore apparentemente collaterale: il piano linguistico-pedagogico. La scuola italiana attraversava ancora la burrasca – pedagogica e organizzativa – della scuola media unica (1962) che nel passaggio dalla scuola di élite alla scuola di massa aveva portato allo scoperto lo spirito classista e l’arretratezza pedagogica della scuola italiana. Era un obbligo inderogabile adeguare le strutture organizzative e didattiche alla nuova realtà, sconfessando la tradizionale impostazione classista per avviare la democratizzazione dei saperi, in attuazione – finalmente – dell’articolo 3 della Costituzione.

 

Le Dieci tesi per un’educazione linguistica democratica

 

La politica non lo fece: era ancora impelagata nelle paludi doro/morotee e immobilizzata dai veti incrociati. La proposta radicalmente nuova, adeguata alle esigenze straordinarie della scuola unica, venne invece dalle associazioni che si occupavano del problema, lavorando – come si dice ora – sul territorio. Una sintesi originale e forte delle proposte che venivano dalla base la fece un intellettuale di sinistra, Tullio De Mauro, che nei primi anni Settanta elaborò un documento fondamentale: le Dieci tesi per un’educazione linguistica democratica, che divenne presto il punto di riferimento di gruppi e associazioni (MCE, CIDI, LEND e altri) e di insegnanti orientati verso la democratizzazione reale della scuola italiana.

Da allora la proposta fu portata avanti – e approfondita, e arricchita – dai Gruppi di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica (GISCEL) e da altre Associazioni con studi e ricerche, convegni e altro, ma rimase pressoché ignorata dal Ministero competente: nel panorama educativo italiano non riuscì ad imporsi, anche se animò e anima il pensiero e il lavoro didattico di una percentuale di insegnanti che nel periodo di maggiore affermazione raggiunse il 15-20% dei docenti. Poco più di un prodotto di nicchia, insomma.

 

Da De Mauro al terrapiattismo pedagogico

 

Facciamo un passo in avanti. Più di 40 anni dopo, nel gennaio 2017, muore Tullio De Mauro, sino ad allora universalmente rispettato e onorato come uno dei più grandi intellettuali dell’Italia moderna. Pochissimi giorni dopo inizia una feroce campagna denigratoria nei suoi confronti, con la quale studiosi-opinionisti del mainstream – capifila Ernesto Galli Della Loggia e Paola Mastrocola – addebitano a lui e alle sue ubbie democratiche (viste come semplici strade verso la promozione facile e la semplificazione linguistica) la decadenza della scuola italiana dell’ultimo mezzo secolo, e in particolare il declino delle competenze in lingua madre.

Di rincalzo, arriva il mese dopo la ‘lettera dei seicento’ che chiede a gran voce la somministrazione della medicina più sicura contro il semianalfabetismo dilagante, il ritorno a un sano e robusto conservatorismo: tanta grammatica e ortografia, e la severità di una scuola ‘davvero esigente’. Il fuoco di sbarramento contro i fautori della democratizzazione prosegue, allargando la rosa degli obiettivi: a De Mauro si affianca don Milani, che è ritenuto corresponsabile dello sfacelo della scuola italiana (articoli di punta: Lorenzo Tomasin, Io sto con la professoressa, e Paola Mastrocola, Uscire dal donmilanismo, su «Il Sole 24 ore» rispettivamente del 26 febbraio e del 26 marzo 2017). I due filoni – denuncia scandalizzata del declino dell’italiano e attribuzione di ogni colpa a De Mauro e alla sua educazione linguistica democratica – sono perfettamente solidali, e con l’ausilio di vari corsivisti disegnano il profilo di un’ideologia conservatrice, struggentemente nostalgica (c’è chi chiede di alzare la cattedra con un predellino di qualche decimetro, chi crede nelle virtù taumaturgiche del grembiulino, chi punta sulle poesie a memoria, chi glorifica la grammatica più tradizionale, e così via), con proposte reazionarie al limite del terrapiattismo pedagogico. Le diagnosi non sono quasi mai stilate da donne e uomini della scuola, e infatti non riguardano mai la ricerca delle cause storiche, sociali, didattiche dei fenomeni riscontrati, ma scivolano ben presto verso un preciso indirizzo politico, che porta i più coerenti a contestare radicalmente – in modo esplicito o implicito – il concetto cruciale di democrazia, interno al sintagma ‘educazione linguistica democratica’.

 

Contro l'INVALSI e contro la scuola democratica

 

La parabola di questo filone “negazionista” si perpetua sottotraccia e torna ad emergere, anzi raggiunge il culmine, un anno dopo, in occasione della presentazione dei dati INVALSI fatta a Roma il 6 luglio 2019. È un appuntamento annuale: e da dieci anni, all’inizio di luglio, i responsabili INVALSI presentano i dati rilevati due mesi prima sulle competenze di lettura, riflessione sulla lingua, matematica e inglese, degli studenti italiani. Com’è noto, i dati sono sconfortanti, quest’anno come negli anni precedenti (anzi, a dire il vero, sono un po’ migliori dell’anno scorso), ma quest’anno non sono accolti col silenzio di sempre. Il 12 luglio Silvia Ronchey pubblica su «La Repubblica» un articolo dal titolo significativo, Perché siamo tornati analfabeti. Il senso è: eravamo un popolo di perfetti possessori della lingua italiana e siamo tornati all’analfabetismo per colpa della “cosiddetta democratizzazione della cultura”, che in realtà ha svuotato di contenuti l’istruzione, trasformandola in una sorta di oppio offerto al popolo per meglio asservirlo. Il responsabile ha un nome e cognome: Tullio De Mauro, e la parola-tabù è, appunto, democrazia.

Sulla sua scia seguono altri articoli dello stesso tenore, ma l’utilizzo del canale mainstream ha un’altra conseguenza: si apre un ampio dibattito, che coinvolge quasi tutti i quotidiani e settimanali, occupando l’intera estate. Una rassegna stampa certo incompleta conta in tre mesi quasi 200 articoli. Accade così che oltre a quella dei negazionisti si sente anche la voce di chi fa analisi più fini, di chi ha letto De Mauro – autore praticamente sconosciuto ai suoi censori – e analizza i dati INVALSI in modo accurato. Il dibattito si arricchisce di posizioni anche più sfumate, ma mantiene una curiosissima peculiarità: i giornali più importanti preferiscono affidare i commenti a scrittori (Pennacchi), filologi (Ronchey), psicologi (Recalcati) ecc. piuttosto che a lavoratori ed esperti della scuola. Con risultati imbarazzanti: spesso sono proprio loro i più accaniti sostenitori del ritorno al buon tempo antico, con tanta severità e tanta grammatica, con la scuola isolata dal mondo circostante, mai connessa ma con tanti predellini e con le lavagne di ardesia. 

La guerra si è ormai spostata dai dati INVALSI all’educazione linguistica democratica – e, per facile estensione, alla scuola democratica. Ovvero alla democrazia stessa.

I dati dell’INVALSI meritavano ben altre riflessioni. 

 

 

 

Breve bibliografia

Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica, in https://Giscel.it

Tullio De Mauro, L’educazione linguistica democratica, Laterza 2018

Ernesto Galli Della Loggia, L’aula vuota, Marsilio 2019

Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Guanda 2018

Alberto Sobrero, Tullio De Mauro e le Dieci Tesi per un’educazione linguistica democratica, in U. Cardinale (a cura di), Sull’attualità di Tullio De Mauro, Il Mulino, Bologna 2018


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