Parole e idee per una scuola viva

 

Probabilmente gira ancora per le aule lo "scolastichese" di cui scriveva Tullio De Mauro nella sua "Storia linguistica dell'Italia repubblicana" (Laterza): si insegna(va) agli studenti a usare "recarsi" (e non "andare"), "eseguire" (e non "fare") i compiti o "adirarsi" (e non "arrabbiarsi"). Ma forse è ancora più insidioso certo linguaggio tecno-manageriale che detta alla scuola e agli insegnanti quelle «liste di obiettivi, spesso alquanto nutrite e nel più puro “scolastichese”, [che] popolano le programmazioni ma troppo spesso restano solo sulla carta perché si scontrano con difficoltà oggettive» enormi, come scrive Bianca Barattelli in questo Speciale. Abbiamo cercato di capire quali parole e linguaggi possono essere utili per lavorare meglio tutti, oggi, "per" e nella scuola e cioè in primo luogo per e con gli studenti e gli insegnanti. Mentre Simone Giusti dedica una voce a "Maturità", dagli esami di Giovanni Gentile a quelli di oggi (quasi come appendice on line al piccolo pungente dizionario "La scuola è politica", da lui curato per Effequ), Rosarita Digregorio spiega come i quattro autori del libro appena citato abbiano tentato «di condensare in 21 parole chiave gli snodi fondamentali dei ragionamenti sulla scuola italiana». Bianca Barattelli radiografa i problemi legati all'insegnamento dell'italiano in classe, stende un elenco di strategie per l'insegnamento e l'apprendimento, fissa obiettivi graduali invitando a non temere i tempi lunghi. Matteo Viale spiega perché è necessario integrare nel lavoro in classe le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione (di cui fanno uso costante i giovanissimi), per scardinare «la rigidità di alcune prassi didattiche nell’insegnamento della scrittura e della testualità a scuola». Alberto A. Sobrero prende di petto il "negazionismo" serpeggiante che, negando le esperienze, le politiche, le teorie del grande filone pedagogico e sociale dell'educazione linguistica democratica fiorito negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, intende far passare surrettiziamente una gestione manageriale e burocratizzata dell'istituto scuola, deprimendo le forze vive che lo abitano.   Immagine: Dead Poets Society (1989), regia di P. Weir  
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