26 gennaio 2016

Le Dieci Tesi in classe: una testimonianza dal mondo della scuola

di Valter Deon*

 

Dal tempo della loro scrittura - 1975 - le Dieci Tesi sono entrate nelle scuole per la porta di servizio. Sono entrate grazie all’entusiasmo di tanti insegnanti, all’impegno dell’Accademia più accorta, al rischio meditato di alcune case editrici illuminate. Sono state per qualche tempo supportate dall’Istituzione che, con gli anni, le ha poi guardate con indifferenza: in fondo erano il patrimonio di una pur meritoria Associazione professionale rispetto alla quale era opportuno tenere le debite distanze. Sono nate e sono state sostenute nella scuola e nell’Università per un comune sentire: con la lingua e per la lingua il Progresso avrebbe fatto un passo avanti nella società civile. Se è azione, la lingua è arma potente in mano a ogni parlante; e la sua forza sta nell’essere popolare e democratica, ricchezza di ciascuno e bene di tutti. Dietro questo sogno di cambiamento c’era il grande sviluppo degli studi linguistici del XX secolo - un annuncio di rivoluzione - e il desiderio di pensare a un mondo e a una scuola in salita verso qualcosa di nuovo.

 

Nella lingua, a scuola, la tensione tra sicurezza e dubbio

 

La scuola ha sempre vissuto le Dieci Tesi con animo diviso. Ha infatti nella sua natura una duplice missione: conservare il meglio del patrimonio culturale che le è stato consegnato e innovare il presente guardando in avanti. Ma questa è l’anima stessa della lingua: conservare gelosamente la propria storia - e con la propria, la storia di tutti - e lasciare libero gioco all’immaginazione, all’inventiva, al genio dei parlanti aperti sul mondo che cambia. Nei loro atteggiamenti i docenti hanno sempre vissuto questa doppia tensione: la lingua (e la sua grammatica in particolare) è stata il punto sicuro su cui appoggiare le poche certezze legate al rischio dell’insegnare; al tempo stesso ha rappresentato il luogo e lo strumento del dubbio, del possibile, del nuovo. Se questo i docenti hanno vissuto, il loro coinvolgimento - più o meno forte - si è legato ai tempi: le temperie culturali e le atmosfere degli anni hanno pendolarmente contribuito ad esaltare ora la voglia di conservazione ora la spinta per il cambiamento.

 

La percezione del nuovo che passò attraverso la lingua

 

Negli anni '70-'80 la percezione del nuovo è dunque passata innanzitutto per la lingua; lo prova il fatto che le Dieci Tesi sono state fatte proprie da insegnanti che venivano da tante e diverse strade, non soltanto da percorsi di formazione letteraria o umanistica in genere. La linguistica - e l’educazione linguistica che ne era la ragionevole ricaduta nella scuola - appariva come il sapere più innovativo per leggere con occhi diversi la lingua e i suoi meccanismi. Con le Dieci Tesi in mano la vecchia grammatica mostrava le proprie rughe profonde; l’analisi logica faceva vedere le sue tante illogicità; e la riflessione sulla lingua diventava diritto e dovere di tutti. La lingua alla fine metteva in evidenza potenzialità che fino a quel momento erano rimaste nascoste alla consapevolezza dei più: si apriva alle incursioni di tanti parlanti non specialisti e ai numerosi docenti di tante diverse materie che, con i tempi che correvano, si sentivano stretti negli spazi delle loro discipline.

 

Rendiconti

 

Certo, non tutti nella combinazione di queste varie componenti si sono a suo tempo ritrovati: chi voleva tener ferma la scuola ha provato ad assaggiare il nuovo che l’educazione linguistica gli passava, cedendo alla   fine e tornando sui suoi passi; chi voleva cambiare la scuola con poca fede nella lingua ha fatto altre battaglie dentro e fuori la scuola con armi più potenti della lingua; chi il mondo voleva cambiare non passando né per la scuola né per la lingua ha continuato a stare a scuola un po’ scomodo e un po’ a disagio. Stancandosi col tempo dell’una e dell’altra.

 

Le domande di Raffaele Simone

 

Raffaele Simone, dal secondo decennale, ha cominciato a chiedersi se insieme avevamo davvero sbagliato tutto. Le Dieci Tesi esigevano una adesione convinta: chiedevano almeno un po’ di fede nella capacità della scuola di rinnovarsi e di rinnovare; e inoltre, la consapevolezza che la lingua fosse il terreno di un sapere svecchiato e uno strumento di potenziamento per l’intelligenza. Naturalmente l’aria che si respirava e il clima culturale e civile che si viveva con l’avvicinarsi del secolo nuovo facevano sentire il loro peso: nel frattempo – a parte la troppo breve parentesi di De Mauro Ministro – il sostegno dell’Istituzione era venuto meno, la solidarietà civile e culturale dell’Accademia si era attenuata, e l’alleanza con l’editoria si era rotta.

 

Il rammarico e la sapienza

 

Il rammarico di Raffaele Simone continua oggi ad avere fondate ragioni: nelle pratiche didattiche tanto del vecchio è rimasto a incrostare i banchi e la lingua ‘scolastica’; tanta scuola e tanti insegnanti sembrano aver scelto per una tranquillizzante conservazione. Chi aveva tentato nuovi percorsi spesso si è perso per strada; chi aveva cominciato a studiare, preso dalla sempre più soffocante burocrazia scolastica, ha chiuso i libri; e la rivoluzione digitale ha distratto più d’uno. Ma chi si era formato con le Dieci Tesi a quel documento è rimasto fedele nonostante un contesto di valori indeboliti e di ideali annebbiati. Eppure, nonostante tutto, esse hanno svolto una funzione critica e liberatoria: tanti sulle Dieci Tesi sono inciampati e pochi sono riusciti a restar loro indifferenti. Con discrezione, esse continuano a dar fastidio nei testi ministeriali e a disturbare chi si attacca alla ripetitività del quotidiano che dà sicurezza; ronzano nelle orecchie di chi non può spegnere del tutto il lume della razionalità o, almeno, della ragionevolezza.

 

Tirarle fuori dal cassetto degli auspìci

 

A rileggerle fanno ancora soggezione per la loro sapienza: dicono in sintesi alla scuola il tanto sapere linguistico del '900, ma non solo del '900. E fanno soggezione per il loro carico etico e morale. Sono a disposizione di tutti per ogni evenienza: senza le Tesi a far da punto fermo sarebbe stato sicuramente molto più difficile per la scuola far fronte alle numerose lingue che hanno arricchito il parlato in Italia.

Tanto di quel che si sperava è rimasto nel cassetto degli auspìci . Eppure, se si rileggono, le Tesi riescono ancora a motivare e, se si praticano, mostrano potenzialità da realizzare: negli usi della lingua ad esempio, nella sottolineatura delle capacità linguistiche ricettive, nella rivalutazione del parlato, nella riflessione linguistica, nella dimensione fisica della lingua, nella priorità del linguaggio sulla lingua.

 

*Valter Deon, già insegnante e preside di scuola media, si è occupato di educazione linguistica e di didattica della storia. Ha insegnato come professore a contratto all’Università di Trento e nei corsi di specializzazione della SSIS di Rovereto-Trento.Ha svolto negli anni attività di aggiornamento degli insegnanti per pubbliche Istituzioni e per Associazioni professionali in Italia e all’estero. È autore di vari contributi apparsi in particolare nei volumi della collana “Quaderni del Giscel”: della stessa collana ha curato con Silvia Cargnel e G. Franca Colmelet il quaderno 3 del 1986 (Prospettive didattiche della linguistica del testo) e con Loredana Corrà il Quaderno 17 del 1997 (“Maxima debetur puero reverentia”). Ha collaborato con numerose riviste: in particolare, ha tenuto nella rivista «I&O» una rubrica dal titolo “La scuola delle parole”.

 

Immagine: Strada principale e strade secondarie (1929)

 

Crediti immagine: Paul Klee [Public domain]


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