26 gennaio 2016

Il ruolo delle Dieci tesi nell’educazione linguistica trasversale

di Cristina Lavinio*

 

«La pedagogia linguistica tradizionale pretende di operare settorialmente, nell’ora detta “di Italiano”. Essa ignora la portata generale dei processi di maturazione linguistica (tesi I) e quindi la necessità di coinvolgere nei fini dello sviluppo delle capacità linguistiche non una, ma tutte le materie, non uno, ma tutti gli insegnanti». In apertura della VII tesi, si enuncia così in modo chiarissimo la trasversalità dell’educazione linguistica; mentre il rinvio alla tesi I permette di ricordare la centralità del linguaggio verbale sia nello sviluppo cognitivo degli individui, sia rispetto a tutti gli altri codici, non verbali, artificiali, nati per soddisfare bisogni particolari, ora comunicativi, ora formali e analitici, adeguati allo sviluppo stesso di discipline specifiche (si pensi ai codici della matematica, a partire da quelli numerici, alle formule chimiche, a grafici, tabelle, istogrammi ecc.), ma che solo la lingua, con la sua “onnipotenza semantica”, può spiegare e tradurre. Centralità del linguaggio verbale non significa dimenticare l’esistenza e la necessità di acquisire la capacità di capire e/o utilizzare anche altri codici: le Dieci tesi si pongono da subito come contrarie al monolitismo semiotico, che aveva sempre portato la scuola tradizionale a curare il solo codice verbale, per di più in modo a sua volta monolitico, cioè trascurando tutte le varietà della lingua diverse da quella scritta.

 

I testi discontinui nei manuali scolastici

 

La trasversalità dell’educazione linguistica va assunta in pieno, dunque, a scuola, e non solo per il fatto che della lingua ci si serve in tutte le discipline, non solo perché ad ogni disciplina sono correlati usi linguistici specifici (a partire dalle terminologie), ma anche perché le varie discipline si servono anche di altri codici che entrano o possono entrare in modo forte a caratterizzarne il complessivo linguaggio. E i segni di tali codici 'altri', anche sulle pagine dei manuali scolastici, sono spesso frammisti a quelli verbali, in testi che da tempo chiamiamo “discontinui”. Numerose indagini internazionali rivelano che testi di questo tipo generano maggiori problemi di comprensione per gli studenti, se la cura della loro decodifica è inesistente, non è presa pienamente in carica da nessun insegnante, ma lasciata solo all’intuizione di ciascun alunno. Né si può dimenticare che tutto ciò andrebbe inquadrato entro la indispensabile cura della capacità linguistica di capire, troppo spesso trascurata e su cui invece tanto insistono le Dieci tesi.

 

L'italiano e le lingue dei testi, le lingue degli allievi

 

A ben vedere, è utile tenere presenti tre aspetti della trasversalità dell’educazione linguistica variamente intrecciati e combinati: 1) quello semiotico, che investe tutti i linguaggi, verbali e non verbali; 2) quello che, nella scuola italiana, vede come centrale l’italiano, in quanto lingua della scolarizzazione e della comunicazione disciplinare: sono in italiano (anche se in presenza di molti forestierismi, adattati o meno) i termini specialistici e la testualità in cui si organizzano i contenuti delle discipline; 3) quello che investe tutte le lingue che si studiano (italiano, lingue straniere e lingue classiche) o che si tengono presenti a scuola in quanto lingue d’origine degli allievi e/o varietà locali o dialettali.

 

Quanto è entrato nei programmi

 

Questi aspetti della trasversalità, che le Dieci tesi ci hanno insegnato a vedere e praticare, sono entrati in vario modo nei programmi scolastici, a partire da quelli per la scuola media inferiore del 1979 fino alle Indicazioni nazionali che, nell’ultimo ventennio, più volte modificate, hanno preso a sostituire i programmi per i vari ordini di scuola. Si vedano per esempio le Indicazioni ora vigenti: basta leggerle per intero per scoprire che numerosi richiami, pur se impliciti, alla trasversalità dell’educazione linguistica attraversano anche le parti relative alle materie scientifiche, se non altro quando si raccomanda (persino in quelle per i Licei) la cura della terminologia o quando (in quelle per la scuola dell’obbligo) per la matematica si raccomanda la cura della capacità di argomentare o, per le scienze, quella di raccontare un esperimento. Tutto ciò significa che l’educazione linguistica andrebbe impostata in modo integrato, trasversale alle discipline, facendo leva sul contributo che ciascuna può dare allo sviluppo delle capacità di base (parlare, ascoltare, leggere e scrivere) e alla costruzione di competenze da trasferire da una materia all’altra e da una lingua all’altra. E andrebbe affidata a docenti consapevoli dell’importanza di farsi capire gestendo al meglio la comunicazione didattica.

 

Dal Giscel fino all'Europa

 

Persino in vari lavori e documenti europei la trasversalità dell’educazione linguistica è un dato acquisito: pervade sia il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue (del 2001), sia – in modo ancora più radicale - documenti più recenti, che insistono sulla necessità di curare trasversalmente la “lingua della scuola”, cioè la lingua in cui avviene l’insegnamento, centrale per il buon rendimento scolastico in paesi (e dunque classi) sempre più plurilingui. Molti di questi documenti (leggibili anche sulla rivista online Italiano LinguaDue) appaiono per molti versi debitori delle Dieci tesi, del 1975 ma tuttora attualissime anche perché, nonostante quanto il Giscel e altre associazioni hanno fatto negli ultimi quarant’anni, moltissimo resta ancora da fare per realizzarle. Alla trasversalità dell’educazione linguistica sono stati dedicati anche gli ultimi due convegni nazionali del Giscel. Nonostante qualche buon progetto ministeriale, anche recente, tra cui Educazione linguistica e educazione letteraria in un’ottica plurilingue, tutto ciò è destinato a restare quasi lettera morta finché non si risolva il nodo cruciale di una seria formazione linguistica di tutti gli insegnanti (come auspicato dalla IX delle Dieci tesi), a partire ovviamente dagli insegnanti di italiano e di altre lingue, ma fornendo anche ai docenti delle altre discipline rudimenti utili per costruire attenzioni linguistiche e disponibilità alla collaborazione in tal senso.  

 

*Cristina Lavinio è professore ordinario di Linguistica educativa all’Università di Cagliari. Ha insegnato anche Glottodidattica (all'Università italiana per stranieri di Perugia), Metodologia dell’insegnamento linguistico, Linguistica italiana, Didattica della lingua italiana. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni di linguistica educativa, linguistica del testo e sociolinguistica, tra cui i volumi Teoria e didattica dei testi (1990), Comunicazione e linguaggi disciplinari. Per un’educazione linguistica trasversale (2004) e la cura dei volumi La linguistica italiana alle soglie del 2000 (2002), Educazione linguistica e educazione letteraria (2005). Ha fatto parte del Comitato Scientifico di vari progetti ministeriali nazionali (“MILIA”, “Laboratorio di scrittura”, “Azione Italiano L2”, “Poseidon”), producendo svariati moduli per la formazione degli insegnanti (Varietà linguistiche e plurilinguismo, Il parlato, I suoni delle lingue, Lineamenti di linguistica del testo, Intercultura e testi popolari, Le abilità di scrittura).

 

Immagine: Gatto e uccello (1928)

 

Crediti immagine: Paul Klee [Public domain]


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0