26 gennaio 2016

Le Dieci tesi: il contesto in cui sono nate e i precursori

di G. Maria Lo Duca*

 

Le Dieci Tesi per l’Educazione Linguistica Democratica videro la luce nel 1975 dopo due anni di gestazione. Ispiratore e primo redattore del documento era stato il linguista Tullio De Mauro, che ha raccontato in prima persona la storia del costituirsi di un piccolo gruppo di ricercatori e insegnanti che, animati dalla stessa volontà riformatrice, lessero in anteprima, discussero, modificarono e alla fine pubblicarono il documento. Ma attenzione: non c’è niente di clandestino, o di improvvisato, o di ingenuo in questo testo. La verità è che le Dieci Tesi non nascono dal nulla. Sono piuttosto il frutto di un particolare e appassionato clima intellettuale e politico che viene da lontano, scandito da alcuni nomi e da alcune date che segnano importanti punti di svolta, che cercheremo adesso di ripercorrere.

 

Ascoli, De Sanctis, Lombardo Radice

 

Sono in molti a riconoscere ad alcuni lontani precursori ottocenteschi e primo-novecenteschi il merito di avere aperto la strada e di avere indicato alcune direzioni di marcia: sia nel suggerire che la ricerca sulla realtà linguistica di un paese debba avere anche dei risvolti applicativi o di “pratica utilità”, soprattutto in ambito educativo (Graziadio Isaia Ascoli); sia nell’impegno concreto degli intellettuali nella vita politica della nazione (Francesco De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione negli anni 1860-61 e 1878-80); sia in alcune proposte innovative di pedagogia linguistica che verranno poi riprese con forza dalle Dieci Tesi   (Giuseppe Lombardo Radice, sulla pratica ad esempio del tema d’italiano).  

 

1962, nasce la scuola media unica

 

Spostandoci in anni a noi più vicini, conviene accendere i riflettori sull’anno 1962, anno in cui viene introdotta in Italia la scuola media unica, con scolarità obbligatoria fino a 14 anni. Ciò significa che a partire da quell’anno tutti i bambini in possesso della licenza elementare dovevano accedere, obbligatoriamente e senza esame di ammissione, alla scuola media unica e quindi uguale per tutti (prima di tale data, i bambini delle classi popolari si fermavano alla V elementare, o, nel migliore dei casi, continuavano nella scuola di avviamento professionale che immetteva direttamente nel mondo del lavoro). Migliaia di bambini dialettofoni, per i quali l’italiano era una lingua straniera, si trovarono a dover fare i conti con una scuola ancora elitaria e con una classe docente per niente preparata ai nuovi compiti: primo fra tutti, insegnare la lingua italiana a tutti, per mettere tutti in grado di frequentare con profitto la scuola, ed aspirare per questa via ad una qualche forma di riscatto. Stretta fra mille difficoltà - mancanza di insegnanti in possesso del titolo di studio valido (laurea), mancanza di aule e di strutture - la scuola reagì nel modo peggiore: continuando con i contenuti ed i riti cui era da sempre abituata. La conseguenza quasi scontata fu l’espulsione dalla scuola, con la bocciatura, di molti degli studenti costretti ‘per obbligo’ a continuare gli studi.

 

La Lettera a una professoressa e Don Milani

 

È in questo clima che irrompe, nel 1967, un’opera destinata a mettere in crisi molte coscienze: è la Lettera a una professoressa, scritta da un gruppo di ragazzi di una scuola popolare di un allora sconosciuto paesino toscano, Barbiana, con la supervisione del loro maestro (e fondatore della scuola), don Lorenzo Milani, prete ‘scomodo’, che aveva già fatto parlare di sé (esiste oggi una fondazione che porta il suo nome, che ha un sito ed un’intensa attività). Nella Lettera i ragazzi denunciano, con un linguaggio forte e asciutto, per molti versi inimitabile, le arretratezze e le ottusità della scuola che li ha respinti. Nel contempo descrivono le pratiche pedagogiche messe in atto a Barbiana, il clima di fervida e appassionata collaborazione, l’amore per la conoscenza, il rigore dei comportamenti. La Lettera ebbe un impatto enorme, soprattutto su quella generazione di giovani che diede vita al movimento contestatore del 1968, e che   la usò come bandiera assieme ad alcune frasi celebri di don Milani (“l’obbedienza non è più una virtù”, “chiamo uomo chi è padrone della sua lingua”). Non fu l’unica testimonianza di quel periodo: accanto a don Milani meritano di essere almeno ricordate alcune eccezionali figure di maestri che operarono in quegli anni in scuole spesso difficili, in piccoli centri e nelle periferie urbane, e che lasciarono resoconti scritti del loro nuovo modo di fare scuola: tra gli altri Bruno Ciari, Albino Bernardini, Mario Lodi, Oreste Spigarelli, Maria Maltoni, don Roberto Sardelli. Per tutti loro rimane centrale il tema di una lingua (l’italiano) da fare acquisire, nel rispetto però del retroterra linguistico e culturale di tutti gli allievi.

 

Storia linguistica dell'Italia unita e SLI

 

Nel frattempo, il mondo della linguistica era in fermento. Esattamente l’anno successivo alla riforma della scuola media, dunque nel 1963, usciva un libro importante per la vicenda che stiamo raccontando, vale a dire la Storia linguistica dell’Italia unita, di Tullio De Mauro (di cui subito dopo uscirono nuove edizioni ampliate nel 1970 e nel 1973). Data la convinzione dell’autore, che le vicende linguistiche di un paese sono strettamente connesse con le sue vicende economiche, politiche, sociali e culturali, in quest’opera le questioni linguistiche - caratteristiche e mutamenti dei dialetti, varietà dell’italiano, lingua colta e lingua poetica ecc. - sono indagate con l’occhio attento agli altri fatti che sempre le condizionano: assetto demografico e migrazioni interne, analfabetismo e scolarità, mezzi di comunicazione di massa. Quest’opera insegnò dunque a vedere la dimensione sociale dei fatti linguistici. Qualche anno più tardi (1967), grazie all’impulso di una nuova generazione di linguisti che si era nel frattempo venuta formando, attenta sia alle sollecitazioni provenienti dall’estero, sia alla complessa realtà linguistica italiana, nasceva la SLI (Società di Linguistica Italiana), da subito caratterizzata da forti interessi per la didattica linguistica. Nei convegni annuali, che la neonata associazione dedicava (e dedica) a temi linguistici specifici, c’era (e c’è) sempre spazio per interventi finalizzati all’insegnamento, in cui ricercatori o insegnanti denunciavano (e denunciano) contenuti e pratiche dell’insegnamento linguistico tradizionale, e tentavano (e tentano) con convinzione la difficile strada della mediazione tra ricerca e pratica didattica. E nel 1970 il IV convegno annuale della SLI fu interamente dedicato a temi di educazione linguistica (L’insegnamento dell’italiano in Italia e all’estero).

 

Il bisogno di parlarne ancora

 

Quale meraviglia, dunque, se in questo clima, con queste premesse, qualcuno abbia pensato di sintetizzare, in pochi punti ben scanditi, i risultati di tanto studio e di tanti appassionati dibattiti?   Le Dieci Tesi sono dunque il coronamento di un lungo percorso, che non si interrompe però nel 1975. Da una costola della SLI nacque infatti il   Giscel (Gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica), attivo ancora oggi (www.giscel.org), che considerò le Dieci Tesi il suo atto fondativo. All’interno del Giscel hanno negli anni operato sia linguisti (Tullio De Mauro prima di tutti, ma anche Monica Berretta, Raffaele Simone, Francesco Sabatini e molti altri) sia insegnanti che, assieme, hanno tenuto sempre vivo il legame con la ricerca tentando di tradurre le Tesi in pratiche didattiche. Dobbiamo a tutti loro se, quarant’anni dopo, sentiamo ancora il bisogno di parlarne.     

 

Consigli di lettura

De Mauro T., 19723, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, Bari.

Dieci Tesi per l’Educazione linguistica democratica (1975).

Lettera a una professoressa , 1967, della Scuola di Barbiana, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze.

Lo Duca M.G., 20132, Lingua italiana ed educazione linguistica. Tra storia, ricerca e didattica, Carocci, Roma.

 

 

*G. Maria Lo Duca, professore ordinario di Lingua italiana e di Didattica dell’italiano presso l’Università di Padova, ha come suoi principali interessi di ricerca da una parte la descrizione dell’italiano contemporaneo, dall’altra l’acquisizione e l’insegnamento della lingua italiana, sia come lingua materna, sia come lingua seconda. Due volte segretaria nazionale del Giscel, ha pubblicato, tra gli altri, i seguenti saggi: Creatività e regole. Studio sull'acquisizione della morfologia derivativa dell'italiano (1990, Il Mulino, Bologna); assieme a P. Cordin , Classi di verbi, reggenze e dizionari. Esplorazioni e proposte (2003, Unipress, Padova); assieme a R. Solarino, Lingua italiana. Una grammatica ragionevole (2004, Unipress, Padova); Esperimenti grammaticali. Riflessioni e proposte sull'insegnamento della grammatica   dell'italiano (20042, Carocci, Roma); Sillabo di italiano L2 (2006, Carocci, Roma); le voci Argomenti, Educazione Linguistica, Analisi logica, Analisi grammaticale, Complementi, Parti del discorso, Nomi di agente, Nomi di strumento, Verbi reciproci per Enciclopedia dell’italiano (Encit) (2010-2011, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma); Lingua italiana ed educazione linguistica. Tra storia, ricerca e didattica (20132, Carocci, Roma).

 

Immagine: Fuga (1914)

 

Crediti immagine: Wassily Kandinski [Public domain]


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