26 gennaio 2016

Quale idea di lingua italiana

di Alberto A. Sobrero*

 

Le Dieci Tesi segnano un punto di svolta radicale nella storia dell’insegnamento della lingua italiana. Sono un punto di aggregazione e di condensazione di tendenze, scoperte, innovazioni che nei tre decenni precedenti hanno animato gli sviluppi della linguistica teorica, della sociolinguistica, della didattica, della storia sociale. E danno di conseguenza una risposta nuova, esplicita e organica, alla domanda classica: quale italiano insegnare? Dalle Dieci Tesi emerge l’idea – di matrice sociolinguistica ma non solo – di una lingua che realizza le sue regole costitutive non in un corpo unico compatto e omogeneo, tendenzialmente immutabile (come la pratica scolastica continuava a postulare) ma in più varietà linguistiche – geografiche, spaziali, sociali, stilistiche –: veri e propri strati in movimento, che interagiscono fra di loro e con la società e la storia.

 

Quale italiano insegnare

 

La lingua che si insegna deve contenere almeno i fondamentali di queste varietà, e dunque l’italiano che si insegna deve contenere “ripetute e sempre più approfondite esperienze ed esplorazioni della varietà spaziale e temporale, geografica, sociale, storica, che caratterizza il patrimonio linguistico dei componenti di una stessa società” (tesi VIII.4).

Il quadro delle varietà dell’italiano, delineate in funzione didattica, emerge chiaramente da una rapida lettura ‘trasversale’ delle Dieci Tesi, che proponiamo di seguito.

 

Valorizzare le varietà dell'italiano

 

Varietà spaziali . Per citare il caso della pronuncia e dell’ortografia, fin dalle prime classi elementari non bisogna sottovalutare “i complicati rapporti, vari da una regione all’altra, fra ortografia, pronuncia standard italiana e pronunzie regionali locali” (VIIB).

Varietà temporali . La grammatica non è solo quella delle ‘regole’ astratte e astoriche della morfologia e della sintassi: nel dominio allargato della riflessione sui fatti di lingua si “deve tener conto anche dei fenomeni del mutamento linguistico (storia della lingua)” (VIIDa).

Varietà sociali . Sono riconducibili alle varietà sociali della lingua le relazioni tra il mutamento linguistico e le vicende storico-sociali (storia linguistica), e i “fenomeni di collegamento fra le conoscenze e abitudini linguistiche e la stratificazione socioculturale ed economico-geografica della popolazione (sociologia del linguaggio)” (VIIDa).

Varietà diafasiche (registri). “Occorre sviluppare il passaggio dalle formulazioni più accentuatamente locali, colloquiali, immediate, informali, a quelle più generalmente usate, più meditate, riflesse e formali” (VIII,7).

Varietà diafasiche (lingue speciali). “La necessità di addestrare alla conoscenza e all’uso di modi istituzionalizzati d’uso della lingua comune (linguaggio giuridico, linguaggi letterari e poetici ecc.)” (VIII,8).

Varietà diamesiche (scritto/parlato). Data la funzionalità didattica delle Dieci Tesi, questa varietà occupa un posto centrale nell’idea di lingua delle Dieci Tesi: vi si torna più volte con insistenza, per ricordare che è necessario lavorare su “la capacità di produrre parole e frasi appropriate oralmente e per iscritto, la capacità di conversare, interrogare e rispondere esplicitamente, la capacità di leggere ad alta voce, di recitare a memoria ecc.” (III); o per ribadire un obiettivo prioritario: che gli alunni si rendano conto “delle specifiche esigenze della redazione di un testo scritto in rapporto alle diverse esigenze di un testo orale di analogo contenuto (cioè imparando a sapersi distaccare, quando occorre, da una verbalizzazione immediata, irriflessa, che più è ovviamente presente e familiare al ragazzo)” (VIIC).

 

Un'educazione plurilingue e pluriculturale

 

Strati e varietà della lingua italiana interagiscono continuamente tra di loro e con la società che le esprime e le gestisce, con effetti discriminatori, se non sono contrastati dall’educazione. I ragazzi si devono dunque impadronire al meglio di queste strutture articolate e complesse, non per un’astratta etica educativa ma per un fine ben preciso di equità sociale: “lo sviluppo e l’esercizio delle capacità linguistiche non vanno mai proposti e perseguiti come fini a sé stessi, ma come strumenti di più ricca partecipazione alla vita sociale e intellettuale” (VIII,2). Detto ancor più esplicitamente: “la sollecitazione delle capacità linguistiche deve partire dall’individuazione del retroterra linguistico-culturale personale, familiare, ambientale dell’allievo, non per fissarlo e inchiodarlo a questo retroterra, ma, al contrario, per arricchire il patrimonio linguistico dell’allievo attraverso aggiunte e ampliamenti”. È la prima affermazione esplicita e consapevole di quell’idea di educazione plurilingue e pluriculturale che quarant’anni dopo diventerà centrale nell’educazione linguistica democratica di un’Italia linguisticamente e culturalmente ben più varia.

 

Le tante varietà dialettali e alloglotte

 

La biodiversità linguistica . In questa visione c’è un aspetto che oggi noi percepiamo come particolarmente moderno: la valorizzazione attenta e ribadita della biodiversità linguistica, rappresentata allora dalla presenza di tante varietà dialettali e alloglotte a fianco dell’italiano, e rappresentata oggi dalla presenza di lingue d’origine degli immigrati, che sono di gran lunga più numerose (e sono parlate – secondo i dati EUROSTAT del 2015 - da più dell’8% della popolazione).   L’enunciazione del concetto è solenne: richiama l’articolo 3 della Costituzione italiana, che riconosce l’eguaglianza di tutti i cittadini “senza distinzioni di lingua” e ne deduce che la scuola “dalla Costituzione è chiamata dunque a individuare e perseguire i compiti di una educazione linguistica efficacemente democratica” che ha come “traguardo il rispetto e la tutela di tutte le varietà linguistiche (siano esse idiomi diversi o usi diversi dello stesso idioma)” (IV). Più avanti, meno solennemente ma perentoriamente, si ribadisce la necessità di “rispetto sia per le parlate locali, di raggio più modesto, sia per le parlate di più larga circolazione”.   Un precetto valido ancor più oggi, a 40 anni di distanza.

Siamo ancora, evidentemente, sotto l’effetto dell’input straordinario che le Dieci Tesi hanno dato al rinnovamento integrale della didattica della lingua, che dopo quel 1975 – come s’usa dire – ‘non sarebbe più stata la stessa’.

 

*Alberto A. Sobrero, nato ad Alessandria nel 1941, laureato alla Facoltà di Lettere dell'Università di Torino, ha insegnato presso l’Università di Lecce come professore incaricato dal 1972 al 1975 (Storia della lingua italiana) e come professore ordinario dal 1975 al 2011 (prima Dialettologia italiana, poi Linguistica e Lingua italiana). Professore emerito dal 2011. È stato Rettore dell’Università di Lecce negli anni 1980-83, Direttore di Dipartimento, membro del Nucleo di valutazione dell’Università. È stato Presidente della Società di Linguistica Italiana. Dal 2014 è Segretario nazionale del Giscel (Gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica).

 

Immagine: Giallo, rosso, blu (1925)

 

Crediti immagine: Wassily Kandinski [Public domain]

 

 


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