21 luglio 2011

Circo enoico

di Luigi Ananìa*

Quel che è avvenuto di recente nel mondo del vino ha cambiato il paesaggio nonché l’antropologia degli esseri che vi vivono. Le campagne sono passate da colture promiscue a colture intensive che hanno condizionato i pasti e i percorsi degli animali, gli uomini sono cambiati per la frantumazione della species contadina in molteplicità di psicologie mai viste prima sui terreni impervi della viticoltura italica.
 
Nel corso degli anni sono apparsi abiti da allegri professionisti che si sono accostati alle erre mosce degli agricoltori di lungo retaggio; fra di essi si aggirano anche identità intercambiabili che vestono a turno figure di matrone, divi, divini e di artista. Le giovani matrone hanno radici in una essenza antica che porta avanti la vigna, le bestie e l’intera casa con un arredo d’altri tempi frammisto a opere d’arte moderna; il loro estro defluisce dagli sguardi alle mani che cingono ogni cosa con un amore di madre.
 
L’artista vede nelle onde del bicchiere e nel colore del vino le variazioni di armonie che coglie nelle situazioni intorno; nel suo salotto s’investe di teofanie che si espandono sulle pareti frantumandosi in galassie di pensieri illuminanti. I divi e i divini hanno cravatte alla moda, occhiali da sole e un modo di ridere che intercala i discorsi come un consenso; a volte si presentano come enologi volanti che dagli aeroplani concedono parole e gesti di mano levantina a schiere di questuanti preoccupati di dividere redditi tra vanità, automobili e passerelle.
 
Le diverse tipologie si ritrovano nei giorni di festa nelle loro case a degustare pietanze cucinate nei loro forni e passarsi calici e identità fra i bagliori vermigli; alle cene di rappresentanza giunge spesso una persona celebre, uno sciatore appassionato di vino che ostenta una lingua sportiva che si sposa d’incanto con il vocabolario enoico. A fine sera tutti quanti diventano un’unica mole indecisa tra televisori e stelle; poi all’alba ritornano popolo brulicante fra aziende e aeroporti confondendosi alle pance trasbordanti dei contadini in atmosfere deodorate e linde.
 
I corpi dei cari bifolchi depauperati di odori e bestemmie reagiscono al tenore costante di umidità e cortesia con cambiamenti improvvisi di dimensione e traspirazioni inondanti. Nelle hall degli alberghi internazionali ciondolano elargendo sarcasmo antico e parvenze di ingiurie in cambio di parole à la page e modi inediti di disporre le labbra al riso; all’ora dell’aperitivo si addensano intorno ai bar con enologi e giornalisti e colti da una forza centripeta avviano uno scambio di mise, motti e attitudini al ritmo di un commercio veloce ed equo; poi fra le scenografie di piatti e il tintinnare di bicchieri appare un individuo unico in cui lo spirito del ventre è racchiuso in un abito da professionista. Al ritorno nelle loro terre sono schiere adeguate per le notti di Londra e per i bar di piazza, schiere che producono stessi movimenti, stesse parole e vini del medesimo colore in tutto il mondo. Fra di loro cammina un filosofo che guarda e cerca di ritrovare la lingua, lo spirito e l’incedere del contadino nascosto nelle posture del professionista; ne vuole riscoprire l’identità, la storia e quel modo di raccontare incurante del tempo che arreca lo stesso conforto di una religione; vaga nelle piazze colmo delle idee di simposi dove si parla con le mani rivolte al cielo dell’essere contadino oggi; con occhi ispirati sostiene che il contadino con il suo mero vivere è un esempio di essere umano che ha trovato risposte alle domande del corpo e dello spirito.
 
La sera, dopo aver girovagato per le piazze osservando volti, parole e gesti, parla di un progetto di luoghi di raccolta del contadino per preservarlo dall’estinzione; i contadini che lo ascoltano sono colti da sintomi di imbarazzo; ma come! dopo tanto tempo dedicato ad apprendere comportamenti stravaganti vi è qualcuno che rimpiange la povera vita dell’origine. Un uomo piccolo con le ossa prominenti si presenta come Ghelisardo e incomincia a vibrare le ciglia in un viso impietrito; si guarda intorno e teme che gli altri lo vedano; lungo il suo corpo angoloso avvengono improvvisi sobbalzi che coinvolgono anche il capo. I sussulti aumentano ogni volta che legge una targa del comune che elogia i contadini che hanno trasformato una terra di paludi in un giardino rifiorente; quando finisce di leggere la crisi sussultoria peggiora e le ossa battono sugli astanti e sul tavolo; poi d’improvviso si acquieta e trova il coraggio di rivolgere la parola al filosofo: «Mio caro dottore, io cammino da tempo sulle zolle ma sono apparso in proiezioni notturne dove il mio vino è stato definito cardinalizio e di spalla larga. Io pur strusciando parquet sparsi di microfoni mantengo l’incedere modellato dalle asperità del mio terreno. Come il mio vino risente della composizione del mio terreno il mio passo tramanda il travaglio della comunità d’origine e di questo non mi vergogno»; dicendo non mi vergogno la crisi sussultoria riprende e lo scheletro ricomincia a battere sul tavolo. Il filosofo si scompiglia la chioma e ignorando l’agitazione risponde: «Dunque il suo incedere si adegua ad altre superfici e questo è degno di orgoglio ma mi domando se anche lei non abbia dimenticato il suo passo originario e viva in un tempo universale che non considera il luogo, la psiche e la fenologia, un tempo in cui le identità e i vini sono mescolati in un’immensa lavatrice e ne fuoriescono eguali ed omologati; ad esempio anche adesso che stiamo parlando in questa antica piazza non le sembra che i minuti che passano siano recepiti come frazioni biodegradanti ogni singola identità?».
 
Ghelisardo incomincia a dimenarsi così tanto che non riesce a rispondere; al suo fianco un tedesco con i capelli grigi e gli occhi sognanti dice: «Certo non è più come una volta quando assaggiando i vini e guardando volti e architetture s’intendeva l’identità del luogo ma io mi chiedo a cosa serva crogiolarsi nel passato; vi consiglio piuttosto di ammirare oggi la bellezza di un’identità transmigrante che proviene come un afflato dalla volta celeste e vaga da un essere all’altro; grazie a cotesta identità noi esistiamo quando essa è in noi e quando non è in noi la riconosciamo d’incanto in chi la ospita»; poi colma un calice e aggiunge: «Quando non è in noi siamo quel tanto che è dato dall’atto del riconoscimento». Intanto fra lo sbalordimento generale si diparte una voce di un uomo grasso che racconta la storia di Marsilia, una ragazza soave che fu rapita dai Mori vicino alla costa; racconta dei suoi occhi turchesi che si intonavano con i colori della macchia e del mare e di come la sua bellezza diventò crudele quando uccise le altre donne della casa del sultano. La voce di quell’uomo obeso dallo sguardo sbadato diviene un canto che conduce gli altri in uno stato di incoscienza in cui le parole si perdono. Il filosofo riprende a parlare di identità e vini e si confonde mentre intorno c’è chi guarda il bar, il cielo, le case intorno. Quando la discussione ricomincia Ghelisardo alza il braccio tremante ed indica l’altro lato della piazza; in quel momento un uomo che si muove con grazia di potatore e d’artista salta sugli orli delle sedie abbassandosi le falde del cappello; poi balza sull’insegna del bar e cade frangendosi in frammenti sparsi d’identità.
 
*Luigi Ananìa scrive e fa vino rosso (Ampelio, Rosso e Brunello di Montalcino presso l’azienda La Torre a Montalcino). Nel 2000 ha pubblicato Il signor Ma (Pequod), nel 2004 ha scritto e curato con Silverio Novelli l’antologia di racconti sul vino Confesso che ho bevuto (DeriveApprodi), nel 2005 ha partecipato all’antologia su Roma Allupa Allupa (DeriveApprodi), nel 2009 ha scritto e curato il libro fotografico Avant’ieri. Storie di emigrazione e cultura contadina tra la Sila, Torino e Buenos Aires (DeriveApprodi), nel 2011 ha pubblicato il libro di racconti Cos’è questa nuvola (Italic). In passato ha scritto racconti per «Maltese narrazioni», «Il Semplice», «Nuovi Argomenti». Collabora con la rivista poetica e civile «Il Fuoco».

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