25 luglio 2015

Il ruolo delle tic nell'insegnamento delle materie letterarie

di Marco Gui*

 

Negli ultimi anni, le attese della politica nei confronti dell’introduzione dei nuovi media nella scuola si sono concentrate soprattutto sul miglioramento dei livelli di apprendimento. Dopo una prima fase, durante gli anni ottanta e novanta, in cui l’introduzione del digitale aveva come scopo l’alfabetizzazione informatica (imparare ad usare le nuove tecnologie), negli anni duemila gli investimenti hanno sempre più esplicitamente puntato all’innovazione della didattica e, in ultima analisi, al miglioramento della sua efficacia (imparare meglio con le nuove tecnologie) – questa impostazione emerge, per esempio, nel Quadro Strategico Nazionale 2007-2013 e nel Piano Nazionale Scuola Digitale. Come conseguenza di questo, è stato posto come indicatore principale di successo l’aumento dei livelli di apprendimento.

 

Primo: migliorare l’apprendimento degli studenti

 

L’importanza primaria che è stata assegnata all’innalzamento dei livelli di apprendimento non derivava, però, da evidenze empiriche che facessero supporre una relazione positiva tra TIC (le Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione) e performance scolastiche. Piuttosto questa attesa era la naturale conseguenza della visione delle tecnologie digitali come necessariamente positive, in quanto strumenti principali delle strategie di innovazione a livello europeo e nazionale (vedi per esempio la Strategia di Lisbona, che mirava a rendere l’Europa «l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo»). In una tale visione positiva dei media digitali per lo sviluppo della società della conoscenza, era ovvio aspettarsi che essi avrebbero contribuito a migliorare l’apprendimento degli studenti. Ecco che i documenti hanno indicato nelle misurazioni standardizzate degli apprendimenti (PISA e INVALSI soprattutto) la misura del successo di queste politiche. La stessa impostazione si è riflessa poi nell’opinione pubblica, la quale ha manifestato un accordo implicito su questo tipo di attese.

 

Cosa dice la ricerca

 

Alla luce dei risultati che nel frattempo sono emersi, possiamo dire che l’ipotesi di un impatto positivo della presenza delle TIC a scuola sull’apprendimento degli studenti non ha trovato finora un riscontro chiaro nei dati. Le ricerche che hanno considerato la relazione tra la frequenza di utilizzo dei media digitali e le performance di apprendimento mostrano una relazione a U rovesciata, dove cioè le performance crescono al crescere dell’uso solo fino ad un certo punto, per poi decrescere alle alte frequenze (Thiessen & Looker, 2007; OECD 2011; Gui et al. 2014). La curva decrescente nella parte finale è addirittura più accentuata se si considerano gli usi scolastici rispetto a quelli a casa. Inoltre, le analisi che stimano gli effetti degli investimenti delle politiche pubbliche in TIC per la scuola mostrano effetti per lo più deludenti sui livelli di apprendimento (vedi per esempio Giusti et al., 2015). Una eccezione emerge per gli studenti con basso background socio-economico, per i quali le TIC paiono essere benefiche, specie in italiano (vedi Rettore e Checchi, 2014). Qualche risultato positivo si ottiene anche puntando l’attenzione sugli effetti di specifiche metodologie o software didattici. Infine, i dati sulla percezione degli insegnanti sembrano avallare il quadro che emerge da questi studi: i docenti manifestano un quasi pieno accordo sul fatto che l’introduzione di TIC in classe comporti un aumento del coinvolgimento degli studenti, ma sono molto più cauti nell’identificare un vero e proprio miglioramento nei livelli di apprendimento (Higgings, 2005; Nordic, 2006; Campione et al. 2014; Giusti et al., 2015).

 

Ricalibrare gli obiettivi?

 

La domanda sorge spontanea: se quindi non c’è per ora evidenza empirica di un ritorno positivo in termini di risultati di apprendimento degli investimenti in TIC, e questo era l’obiettivo principale alla base di queste politiche, per quale ragione dobbiamo spendere altro denaro pubblico per riempire le scuole di LIM e tablet?

Occorre innanzitutto esaminare bene le limitazioni di questi primi studi. Essi riguardano lassi temporali ancora limitati e, soprattutto, iniziali nel lungo processo di inserimento della tecnologia. Potrebbe essere che la tecnologia abbia bisogno di un po’ di tempo perché il corpo docente impari ad usarla in modo efficace e perché essa sia in grado di esplicare gli effetti attesi. In secondo luogo, gli studi italiani non coprono tutti i gradi scolastici (per esempio, non esistono in Italia studi di questo genere sulla secondaria di II grado). È opportuno quindi usare cautela nel generalizzare queste primissime e ancora parziali evidenze.

Tuttavia, ritengo che un parziale spostamento dell’attenzione dagli obiettivi di crescita dei livelli di apprendimento possa fare bene alle politiche di introduzione delle TIC nella scuola. Si nota, infatti, una discrasia tra il primato dell’obiettivo di innalzare le performance di apprendimento e quanto previsto dalle indicazioni ministeriali sugli obiettivi di apprendimento. In tali documenti viene messo l’accento sugli ambienti digitali come oggetti di apprendimento più che come strumenti didattici.

 

Per un utilizzo critico delle tecnologie

 

Il Ministero indica, già da alcuni anni, la necessità di fornire agli studenti dei diversi gradi scolastici delle competenze di uso critico dei nuovi media. Dichiara, per esempio, che uno/a studente/essa che esce dalla scuola del primo ciclo deve essere in grado di usare «con consapevolezza le tecnologie della comunicazione per ricercare e analizzare dati e informazioni, per distinguere informazioni attendibili da quelle che necessitano di approfondimento, di controllo e di verifica e per interagire con soggetti diversi nel mondo». Finora questo dettato è restato in gran parte inattuato, per la mancanza di strumenti valutativi (in questo senso la Circolare Ministeriale n. 3 del 13 febbraio 2015 sull’Adozione sperimentale dei nuovi modelli nazionali di certificazione delle competenze nelle scuole del primo ciclo di istruzione rappresenta un passo avanti importante), ma anche perché - come si diceva prima - il dibattito sui nuovi media a scuola si è concentrato sull’innovazione didattica. Proviamo invece, come propongono Giusti et al. (2015), a prendere sul serio tali indicazioni. Per raggiungere gli obiettivi che vi sono indicati occorrono certamente le TIC nella scuola, ma l’approccio è in parte diverso: meno focalizzato sul loro uso didattico e più centrato su una discussione e un co-utilizzo critico tra insegnanti e studenti intorno agli ambienti digitali. La consapevolezza nell’uso del digitale è oggi una precondizione per una buona qualità della vita, oltre che della formazione (vedi Gui, 2014).

 

Il ruolo dell’insegnante di materie letterarie

 

La domanda ulteriore che pone questo cambiamento di focus concerne i ruoli che dovrebbero favorire lo sviluppo dell’uso critico dei media. Da questo punto di vista, concordo con Giusti (2015) che l’insegnante di materie letterarie sia la figura più adatta ad assumersi primariamente questo ruolo. È lui/lei che dovrebbe renderci critici nei confronti dei contenuti veicolati dai diversi supporti con cui, oggi come nel passato, viene trasmessa la parola, ma vengono trasmessi anche le immagini e i suoni. È l’insegnante di materie letterarie il più attrezzato per analizzare le diverse espressioni della cultura con strumenti che scavano in profondità. È chiaro che, per svolgere questo compito, essi avranno bisogno anche di una formazione più specifica, che si integra però molto bene con l’impostazione tradizionale del loro ruolo nella scuola.

Questa proposta non significa, ovviamente, che l’attenzione alle tecnologie nella loro funzione didattica sia da accantonare. Anzi, è più che mai urgente la ricerca e la sperimentazione su questo versante, che aiuti a isolare con più chiarezza delle best practises che contribuiranno ad aumentare l’efficacia didattica del digitale. I primi, non esaltanti, risultati sugli effetti delle TIC sugli apprendimenti possono però contribuire a non farci trascurare gli altri obiettivi, che potrebbero avere una urgenza addirittura maggiore per gli studenti e le studentesse di questo periodo storico.

 

Letture consigliate

 

Campione V., Checchi D., Girardi S., Pandolfini V. e Rettore E. (2014), Rapporto finale del progetto Cl@ssi 2.0, Fondazione Agnelli, URL https://www.irvapp.it/sites/irvapp.fbk.eu/files/rapporto_finale_classi_2.0.pdf

 

Giusti S. (2015), Didattica della letteratura 2.0, Carocci, Milano

 

Giusti S., Gui M., Micheli M, Parma A. (2015), Gli effetti degli investimenti in tecnologie digitali nelle scuole del mezzogiorno, NUVAP-DPS, Roma

 

Gui M. (2014), A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita, il Mulino, Bologna.

 

Gui M., Micheli M. e Fiore B. (2014), “Is the Internet creating a learning gap among students? Evidence from the Italian PISA data”, Italian Journal of Sociology of education, vol. 6, n. 1, pp. 1-24.

 

Higgins, S. J. (2003), Does ICT improve learning and teaching in schools?. BERA, British Educational Research Association.

 

Nordic E. L., Impact of ICT on education, Ramboll Management, Copenaghen 2006.

 

OECD (2011), PISA 2009 Results: Students on Line: Digital Technologies and Performance (Volume VI), OECD. Publishing, Parigi.

 

Rettore E. e Checchi D. (2014), “La valutazione degli esiti sugli   apprendimenti degli alunni”, in   Campione et al. (a cura di) Rapporto finale del progetto Cl@ssi 2.0, Fondazione Agnelli, URL https://www.irvapp.it/sites/irvapp.fbk.eu/files/rapporto_finale_classi_2.0.pdf

 

Thiessen V. e Looker D. (2007), “Digital Divides and Capital Conversion: the Optimal Use of Information and Communication Technology for Youth Reading Achievement”, Information, Community and Society, vol. 10, n. 2, pp. 159-180.

 

*Marco Gui è docente a contratto presso l’Università di Milano-Bicocca. È autore di numerose pubblicazioni a livello italiano e internazionale sul consumo dei media, soprattutto dei giovani, e sul concetto e misurazione delle “competenze digitali”. Ha condotto e coordinato indagini estensive sull’uso delle ICT nella scuola in diversi territori italiani, collaborando con istituzioni a livello locale e nazionale. Ha pubblicato, per il Mulino, il libro A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita (2014), che discute i problemi degli utenti dei media digitali di fronte alla sovrabbondanza comunicativa.

 

 

 


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