Le Parole Valgono

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In questa lista abbiamo selezionato per voi alcuni dei brani musicali in lingua italiana che stanno caratterizzando maggiormente l’estate 2019. Per ciascuno di essi abbiamo indicato una parola chiave.
🎤 E allora sogno a bestia una pioggia tropicale Dove siamo soli e tu inizi a ballare Io ti vengo appresso ritmo animale Baby siamo in area siamo pronti a colpire Come due spari del West

Tutto scorre, se c’è ritmo nella vita, proprio come accade nella fantasia musicale che accende la canzone Maradona y Pelé di TheGiornalisti: lo dice l’etimo remoto della parola, il greco antico rhèo, il verbo di Eraclito (panta rei, tutto scorre).

Il ritmo è uno scorrere particolare, un succedersi ordinato nel tempo di forme e di movimento, ed è anche la frequenza con cui le varie fasi del movimento si succedono, percepite dall’orecchio o dall’occhio o dalla memoria o da tutt’e tre insieme.

E il “ritmo animale” sognato nel testo è quello stesso che dà vita alla canzone, una specie di memoria (quasi una nostalgia) del futuro e dell’adesso desiderante, dell’estate che viene e che c’è ma non per chi canta, solo e depresso (“questa notte sono io che sono rotto”, come un “frigo”, citato in precedenza).

“I ragazzi hanno finito la scuola / E c'è chi è già partito per il posto del cuore”, e lei, bella e accaldata, accompagnata da citazioni di “pioggia tropicale” (“nella Tigre di Mompracem”) e “due spari nel West” (viene evocato anche Robert De Niro), fino al surreale omaggio a Maradona (preferito a Pelè), irrompe al ritmo della fantasia di chi canta, pronto ad affidarsi, almeno per una notte, all’immagine di una lei scatenata sulle note di “una canzone che non fa dormire”.

Se la notte in città vi opprime col suo caldo, evadete nella fantasia musicale con bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Cosa importa se sognavi Puerto Rico? Ma se restiamo insieme sembra un paradiso Anche Ostia Lido

Paradiso, in senso lato, è il luogo dove i giusti godranno dopo la morte di una vita eterna e felice; il termine, che in origine designava solo il paradiso terrestre, è stato adottato poi nella teologia cristiana per indicare la beatitudine dei giusti nella visione immediata di Dio.

Ma è l’etimo profondo della parola, attraverso il latino, giù attraverso il greco, e prima ancora nel nell’iranico e dell’avestico, a riportarci al concetto di “recinto circolare”: un luogo protetto, che, nella nostra lingua, a partire dal Cinquecento (e carico della positività concettuale religiosa), diventa figuratamente un “luogo delizioso”.

Proprio quello che canta J-AX in Ostia Lido, quando eleva a paradiso la spiaggia dei fine settimana estivi dei romani, il proverbiale mare “zozzo” e pop di chi è in attesa di vacanze mitiche (“Cosa importa se sognavi Puerto Rico?”), che al 99% non ci saranno.

Ma quali sono le spiagge dorate del mito, oggi? Sono quelle del consumismo ricco, finto e cafone, dice J-AX,e, in particolare quelle frequentate da influencer (Miami), cantanti indie (Bali), calciatori (Formentera): “sulla riva letti ricoperti di stoffa / musica new age gente che sboccia / sembra quei privè da scambi di coppia”.

Meglio allora Ostia Lido, ruspante e verace, destinazione coatta dell’impiegato (“brucia il sole in ufficio che voglia che hai di scappare”), che però, con un salto spazio-temporale, è subito, e per tutti, un benessere da paradiso reale, “uscire dall'acqua coperti di sale / mare blu profondo, sulla pelle il vento / intorno solo gente / che balla, che balla, che balla”.

J-AX si mette dalla parte dei più, “proletari white trash”: “forse non saremo vip, ma va bene così / finché ho la birra ghiacciata e due fiori dentro la borsa”.

Suvvia, se quest’estate il tour all’estero non si può fare, godiamoci almeno il tour lessicale e musicale con bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 E non voglio vivere tutte le vite Vedere ogni posto nel mondo Vincere tutte le volte, esser sempre forte Uscirne senza graffi sulla pelle

Il graffio incide sulla pelle, lieve o profondo, il segno di una lacerazione provocata dalle unghie: le unghie usate come uncini, proprio come racconta l’origine della parola, che risale a una voce longobarda (probabilmente krapfo). Gli antichi parlari di area germanica portarono nel latino tardo e poi in italiano tante voci bellicose e minacciose (guerra, grinfia, arraffare, guardia, elmo, sbreccare, zuffa).

In senso figurato Elisa adopera graffi intendendo le ferite dell’anima, da mettere nel conto perché l’esistenza per forza di cose lascia il segno, anche in negativo. Il testo della canzone Vivere tutte le vite fa pensare a una raggiunta maturità, alla serenità di una persona che, nell’incontro con l’altro, può permettersi, “con gli occhi annegati nel mondo / senza più malinconia che [mi] porti via”, di autorizzare sé stesso a dire: “non mi importa più / di quello che non ho”, perché l’importante non sarà “vivere tutte le vite” o “vincere tutte le volte”

Ecco allora, a conferma di una diversa gerarchia dei valori, che in un controcanto intimistico e colloquiale, la voce di lui srotola il ricordo dell’incontro: niente di epico, ma certamente prezioso sì. Lei di Cremona, lui di Roma: Carl Brave snocciola sapientemente rime e assonanze che accoppiano differenze (il “baretto semivuoto” con “ma mi hai visto e manco poco” – scocca la scintilla anche in una cornice modesta –) e alterità perfino culinarie (“tu ti mangi gli edamame / io che so’ andato pe’ una vita a amatriciane”).

La diversità paga, ha fatto bene lui a circondare lei con un eros insieme tenero e guascone, da romano schietto di Trastevere: “E ti spizzavo in mezzo ai fianchi di un barolo”, per dire, con una parola di marca dialettale (spizzare ‘guardare di sottecchi’), che, agli occhi di lui, con le sue forme la bottiglia di vino (un vino di gran qualità, il barolo) ripete quelle di lei.

Mangiando un sushi o un’amatriciana, stare insieme può meritare la colonna sonora di bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Io voglio colmare il vuoto che ho Con i piedi nudi sopra la brace Facciamo la guerra per fare la pace

Simbolo vivido, per metafora, delle passioni in attesa di avvampare, brace è parola che risale all’antico germanico brasa, una forma che svilupperà, nell’italiano antico e in vari dialetti anche le varianti brage e bragia. In molti ricorderanno il dantesco nocchiero infernale “Caron dimonio, con occhi di bragia”. Nel testo di Avocado toast di Annalisa, “i piedi nudi sopra la brace” richiamano una tradizione millenaria, localizzata in zone del globo distantissime tra di loro (dal Tibet alle isole Fiji), che ritualizza prove di iniziazione e contatti con la divinità.

Più laicamente, qui la prova della donna è tesa a cercare un equilibrio nella relazione oscillante e contraddittoria con il proprio uomo, tra “guerra” e “pace”. Non è facile, visto che lei stessa mette in discussione la figura del partner, in riferimento tanto alla metaforica contesa erotica (“una sparatoria di rose nel letto / tardi per uscire e per dormire presto”), quanto, in modo pungente, alle doti di carattere dell’hombre vertical (“Fai il bravo, fai il bravo”, dice lei a lui, come ad ammansire un cane).

Sarebbe forse comodo ridurre lui a uno sfizioso e leggerino “avocado toast”, ma, disseminando ardite assonanze per l’orecchio (Van Gogh, dropbox, toast), Annalisa suggerisce che il rischio che i conti non tornino è alto, perché le affinità di fondo o non emergono o non ci sono (“siamo yin e yang, ma all'incontrario / siamo sotto sopra, siamo odi et amo”).

Cercare una camera di compensazione efficiente e protetta (dropbox, un tecnicismo informatico usato in senso metaforico) può non bastare a “colmare il vuoto” e la camminata sulle braci può perfino portare al rovesciamento dei ruoli: dall’iniziale visione turbolenta ma poetica del cielo alla Van Gogh siamo infine alla “casa […] diventata un Mirò”, come a dire, un guazzabuglio incoerente di forme. E in questo caos, canta Annalisa, ora “io sembro un avocado toast”.

Per tranquillizzare gli animi nelle afose serate tirate troppo per le lunghe, potrebbe proprio convenire lasciarsi andare con bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Calipso Corri ragazzo nei vicoli Cento sirene negli angoli Nessuno cercherà nel tuo cuore

Piccolo miracolo di questa canzone è di riuscire a mettere insieme i due significati, tra di loro collegati, della parola calipso: il nome proprio della ninfa (Calipso, appunto), che, innamorata di Odisseo/Ulisse, lo ammaliò e trattenne per sette anni nella sua dimora, l’isola Ogigia, e il nome del ballo afroamericano, originario delle Antille, che deriva da quello della ninfa.

Proprio il ritmo tipico del calipso, una rumba moderata, accompagna il team trap capeggiato dal produttore Charlie Charles e costituito da Sfera Ebbasta, Mahmood e Fabri Fibra. Ma qui, nel cuore di Napoli, tra i vicoli, il “miracolo” sempre atteso è un inganno: “La gente aspetta i miracoli / a braccia aperte, sì, come i tentacoli / spera che risolva tutto il Signore / ma non è così” (Sfera Ebbasta).

Mentre nel video scorrono le immagini di guaglioncelli che corrono per i vicoli, il testo ci invita a concepire il tema mitologico di Calipso come metafora di tutte le vane corse verso la strada fatata del successo.

E chi meglio del rapper o trapper può saperlo? Si lascia la sana via dell’amore e dell’altruismo dietro al miraggio/miracolo del successo e dei soldi, questa è la realtà. Si perde il cuore: “forse l'ho scordato / dentro ad una ventiquattrore” (Sfera Ebbasta), “cento sirene negli angoli / nessuno cercherà nel tuo cuore” (Mahmood), “basta guadagnare per aver ragione / chissà dove ho lasciato il mio cuore” (Fabri Fibra).

C’è da riflettere, se sono proprio i trapper a consigliare un po' di ponderazione; perciò può essere interessante capire se ci sono segnali diversi nella bit.ly/TreccaniPlaylist

(In copertina: Ulysses and Calypso, 1882, dipinto di Arnold Böcklin)

In italiano fortuna è una parola chiara e dal significato ben preciso: indica la sorte favorevole, o più concretamente un avvenimento felice. Eppure, ancora oggi, nell’uso di fortuna ci sono tracce del significato antico, che era ambivalente. Pensiamoci: se la fortuna è automaticamente benevola, perché, allora, augurriamo “buona fortuna” a qualcuno?

Perché in effetti, in latino, fortuna era una “voce media”, cioè neutra, a metà strada tra un senso positivo e uno negativo. Derivava dal nome fors, che significava semplicemente “caso, sorte”. E la sorte poteva essere di volta in volta buona o cattiva. Gli antichi Romani veneravano perfino una dea Fortuna, bendata, che guidava e avvicendava i destini degli uomini, ai quali distribuiva ciecamente felicità, benessere, ricchezza, oppure infelicità e sventura.

Una Loredana Berté in gran forma, sorretta da un testo ammiccante di Calcutta, Tommaso Paradiso e Takagi e Ketra, in Tequila e San Miguel invoca la fortuna perché la indirizzi verso una giusta via, al di là e al di fuori dell’estate, percepita come noia, non senso, vuoto. Perfino la crociera con lo yacht è fonte di malessere, non si sa quanto solo fisico (“non ne posso più / di questo odore di mare / dammi una mano tu / a non sentirmi male).

Le distrazioni sono a somma zero: “passo il tempo in piscina mi schianto tequila col San Miguel” ma è già subito insofferenza (“non ne posso più”) e si passa alla dieta salutista (“mangio un’insalata / con frutta secca e una minerale”). Il testo suggerisce la necessità del ritorno a una ricerca di sé e degli altri più autentica (“cerco fra le stelle / il grande carro e le mie sorelle”), per non perdersi nelle apparenze dei rituali estivi (“non ne posso più […] di te e di me / che sembriamo felici”).

In spiaggia, in crociera, in montagna come in città di può tentare la fortuna di agganciarsi al testo e alla canzone giusta per l’estate con bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 La luna di notte non ci scalda più Le bombe alla crema, i morsi sulla schiena La televisione la tua depressione il telegiornale

La bomba di cui parla il testo di Polynesia, canzone del romano Gazzelle, è un’arma speciale: un’arma calorica, a causa del suo alto tasso glicemico. La parola infatti designa un tipo di dolce a base di pasta di farina e uovo, lievitata, fritta e inzuccherata, dalla tipica forma sferica, spesso farcita con un po’ di marmellata o crema o cioccolata (detta anche bombolone).

Bomba alla crema è locuzione precisa e piena (in più di un senso), quasi quanto è vago e vuoto l’etimo di bomba: un suono, un’onomatopea rimbombante come il bombus latino, che nei secoli, trasferendosi in italiano, si costruisce intorno una copertura perlopiù sferica, che si tratti di armi (anche atomiche) o di dolci.

Nel testo Gazzelle evoca, delle bombe alla crema, proprio la pienezza scomparsa, immagine-simbolo di una tipica meta gastronomica di giovanili vagabondaggi notturni di amici o amanti. Tutto è svanito e non è che poi – sottolinea l’autore – dentro all’amore tutto splendesse (“La luna di notte non ci scalda più / le bombe alla crema, i morsi sulla schiena / la televisione, la tua depressione, il telegiornale”).

Nel testo, la catena di elencazioni introdotte da “e” è una specie di verbale poetico sull’integrazione mancata tra lui e lei (“e di quello che voglio n’esaudisci solo un po’ / e di quello che hai dentro, te ne ho tolto solo un po’ / e di quello che hai perso non ne ho vinto neanche un po’”).

Accanto a questo, sta la voce quasi cocciuta e malinconica, ma consapevole, di chi getta la bomba, per niente dolce, della propria visione poco accomodante del mondo: “voglio scappare / non mi va di andare al mare / non mi va, ah, la Polynesia / non mi va di fare le cose soltanto per fare”, “non mi va che arrivi l’estate e puoi fare cose”.

Se pensate che questa sia una visione dell’estate molto particolare, sappiate che non mancheranno altre sorprese con bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Mi offri un drink, via da qui Uber drive, limousine Rock'n'roll nella suite Metti l'ice, togli jeans

I jeans sono un indumento così popolare da attraversare di corsa almeno un secolo e mezzo di storia mondiale. Nella parola, scorciamento di blue-jeans, che ci ricorda l’unico colore originario della tela adoperata per fare i robusti e pratici pantaloni da lavoro, c’è un pezzo d’Italia: jeans infatti è la pronuncia all'americana della pronuncia francese (Gennes, Jennes) del toponimo Genova. A quanto pare è con la tela ruvida da là proveniente che si confezionavano i pantaloni già noti a metà dell’Ottocento al grande romanziere Herman Melville, l’autore di Moby Dick.

I jeans nel testo dalla DPG non sono più blue: o meglio, potranno anche esserlo, ma la scelta è molto più varia nel costosissimo catalogo della griffe per uomo Amiri. Equipaggiati di “Amiri jeans”, bevendo un “sex on the beach”, cocktail nordamericano (e titolo della canzone), si può prenotare una “limousine” (perché “con la Dark va così”) e farsi scodellare in una “suite”, che diventa la scena edonistica del successo, “sex” vero incluso: e lei non può che essere, con molta esplicitezza, una “bitch” consenziente (in rima con “beach”), cui rivolgersi dicendo “metti l’ice, togli i jeans”.

Il testo della DPG è una specie di piccola summa dell’immaginario trap standard ed è molto tipico anche nell’assemblaggio di un vocabolario americaneggiante: drink, drive, rock’n’roll, suite, ok, bitch, film, jet no economy, no basic, bluetooth, iced out (‘tagliato fuori’), VVS1 cioè Very Very Slightly Included 1 (l’altissimo grado di purezza del diamante, altro oggetto-feticcio). Non manca il riferimento al paesaggio umano dei coetanei da Instagram che contano, come Bella Hadid o Justin (Bieber).

E sempre, come in tanto rap e trap domestico o internazionale, è in auge il meccanismo dell’autocitazione: nel testo vengono interpellati l’amico produttore Sick Luke, Tony Effe (uno del gruppo), la “Dark” stessa. Con riferimento intertestuale, si dice che il verso della “nuova auto” è “sku sku”, che è anche il titolo di un'altra hit della DPG in cui “la nuova auto” di allora faceva “skrt, skrt, skrt”.

Jeans, bermuda o bikini, l’estate si può vestire in mille modi diversi, e anche di mille parole e suoni differenti se ci muoviamo su bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 E tu che quando balli si gira il locale Perché sei diventata la hit dell'estate In piedi fino all'alba a vederti ballare Una musica che fa Una musica che fa

Musica è una parola che entra prestissimo nella lingua italiana, agli inizi della storia letteraria. Siamo nel XIII secolo e non può che essere così: l’arte (nome sottinteso) delle Muse (l’aggettivo musico/a), come dice l’etimologia prima greca e poi latina dell’italiano musica, era necessaria a integrare i testi dei primi componimenti della poesia lirica e ad accompagnare le laudi religiose.

Ma, se musica è anche gioia di vivere (per gli antichi Egizi hy, cioè musica, voleva dire anche gioia), la Hit dell’estate di Shade si propone, nel ritmo e nel testo, come una sorta di bloc notes in cui sono appuntati le parole chiave e i temi emergenti dell’estate del 2019: festa, yacht, spiaggia, la bevanda refrigerante (qui il mojito), “in piedi fino all’alba a vederti ballare”, il muoversi smart ("dai andiamo, aspè, chiamo l'Uber"), la bellezza e la sensualità della donna (“e tu che quando balli si gira il locale”).

A ciò si aggiunga il tipico sguardo metatestuale di tanto trap e itpop contemporaneo: con un passaggio senza mediazioni, la donna che ballando fa girare le teste agli astanti è di fatto la canzone stessa (“perché sei diventata la hit dell'estate”); in buona compagnia, Shade, insieme con J-AX e Max Pezzali, quest’estate sa come cantare per tutti con simpatica ironia e autoironia, senza rinunciare al divertimento del ritmo.

Se questa canzone sarà effettivamente l'hit dell'estate 2019, ce lo dovranno dire like, condivisioni e ascolti. Fate la vostra parte su bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Sabbia a colori, le palme di cocco Tre gradi all'interno all'esterno trentotto Sole tramonto dal lato sbagliato Notti da vivere tutte d'un fiato

L'iperrealistica “sabbia a colori” cantata da Max Pezzali in Welcome to Miami (South Beach) ci ricorda che nella parola colore c'è anche un elemento di soggettività. Colore, infatti, in quanto termine della fisica, indica sia la luce, monocromatica (colore oggettivo semplice) o policromatica (colore oggettivo composto), costituita cioè da una sola o da più radiazioni elettromagnetiche di determinate lunghezze d’onda; ma indica anche la sensazione fisiologica che si prova sotto l’effetto di luci di diversa qualità e composizione (e questo è il colore soggettivo).

I colori della sabbia di Miami e, in particolare, di South Beach, sembrano essere molto più soggettivi dei colori fondamentali, quelli dell'iride, di cui per fortuna c'è traccia nel mare ("guarda l'oceano un po' verde, un po' azzurro, un po' blu / come ai Caraibi / L'America del Nord si incontra con quella del Sud"), unico confine naturale alla marea di colori e suoni un po' artificiali dell'America scintillante cantata con affetto e ironia da Pezzali.

Il testo sfrutta un abile meccanismo di canto e controcanto: per la famigliola italiana in vacanza diventa realtà la fantasmagoria di oggetti, insegne, locali imparati a memoria tra internet e serie tv, (non manca una Lamborghini da ricconi intasata nel traffico), ma l'impatto fisico e visivo è subito accompagnato dal sorridente smontaggio ironico della realtà, che il sano e concreto italiano di provincia porta sempre con sé: "si va tutti sulla Lincoln Road / entro nell'Apple Store cerco le novità / tutto uguale più o meno / quello di Rozzano almeno c'è il Wi-Fi che va".

E può succedere che in un giorno di pioggia il viaggio verso il mare da cartolina (o da TripAdvisor) si trasformi in un'immersione nel villaggio globale del consumismo, tra i colori chiassosi dei tessuti stampati: "cosa si può fare? Andiamo nello shopping mall / sono quasi tutti outlet / delle grandi marche qui facciamo il carico / tre t-shirt prezzo di due / stampe e fantasie che forse mai mi metterò / ho già l'ansia che mi sale / le dovrò imbarcare chissà quanto pesano".

Decidete voi se conviene passare le domeniche nei centri commerciali nazionali o nei mall "esotici" o connettersi con bit.ly/TreccaniPlaylist

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