Le Parole Valgono

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In questa lista la redazione del portale Treccani ha selezionato per voi alcuni dei brani musicali in lingua italiana che stanno caratterizzando maggiormente l’inverno 2019. Per ciascuno di essi è indicata una parola chiave, ispirandosi alla rubrica "Le parole delle canzoni" pubblicata ogni fine settimana sui social Treccani

🎤 Yah, mi chiedo come fanno, ehi A chiamarsi ancora fre', eh eh eh Ehi, questi stanno rosicando Dagli occhi sgamavano la mia poca sobrietà

Se decidi che è giunto il momento di mostrare realmente la pasta di cui sei fatto, il tuo specchio sicuramente è in grado di sgamarti. Marracash feat. Tha Supreme & Sfera Ebbasta in un soliloquio che assomiglia a un elenco di umane confessioni, registra lo sporco che l’ego si porta dentro, e che a volte decide di sputare: “A scuola avevo la lean nel backpack, lean / Curava le incertezze e l'imbarazzo / Io mi imbarazzo se ripenso che / A scuola avevo la lean nel backpack, lean / Curava le incertezze e l'imbarazzo / Io mi imbarazzo quando penso a te”.

Sgamare tutto questo è molto più di un semplice vedere. Un po’ come quando Adamo sa di averla fatta grossa e si sente per la prima volta nudo. Ed è lì che qualcuno “mangia la foglia” (...di fico). Questa voce gergale che spesso viene associata allo slang giovanile, in realtà ha origini antiche, nota specialmente all’uso romanesco con il significato di “indovinare cose segrete” riferite sia a luoghi – lo diceva anche Pasolini in Una vita violenta (“[...] siccome conosce la zona palmo a palmo, s’accorge di tutto, sgama tutto”) – sia a persone.

Del resto come si fa ad essere anti-sgamo quando da adolescenti ci si muove con “poca sobrietà”, senza avere ancora quella consapevolezza di essere “mezzo uomo, mezzo animale” e di pensare solo ai bisogni primari di cui parla Marra. Ci raccontano da sempre che ogni storia umana è fatta di nascondini (“Lancio la pietra e nascondo il reato”), ma sotto sotto i nostri occhi non mentono mai.

Se anche tu hai voglia di essere sgamato da te stesso, ascolta tutta d’un fiato la playlist di Treccani: bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Cercami nel barrio Come se, come se fossimo al buio Nella notte vedo te Casa mia mi sembra bella Dici: "Non fa per te" Però vieni nel quartiere Per ballare con me

L’esplosiva Barrio di Mahmood ci insegna che un sinonimo può portare con sé nuovi significati. Il quartiere di cui parla, infatti, non è solo la quarta parte della città (quartus in latino), dove originariamente presiedeva un magistrato del governo municipale, e non è nemmeno uno dei centri della metropoli. Il distretto che il personaggio cantato da Mahmood sceglie nella velocità della notte assomiglia quasi a un portale, che nella città prende vita grazie a chi lo vive e lo anima (“Tanto suona sempre il barrio”).

Ed è proprio la dimensione festosa del ballo ad accomunare questo melting pot di culture (“Leggeri come elefanti in mezzo a dei cristalli / Zingari come diamanti tra gang latine”) che fa da cornice alla storia d’amore del signolo. Se quartiere assume una accezione neutra e positiva – poteva dire ghetto o periferia, no? – allora anche il barrio oltrepassa la sua natura di spaccio e violenza, paragonabile alla zona depressa della favela o della baraccopoli, per diventare un nucleo urbano come gli altri, in cui si incontrano (o si scontrano) amicizie, amori e lingue diverse: “Cercami nel barrio / Come se, come se fossimo al buio / Nella notte vedo te / Casa mia mi sembra bella / Dici: “Non fa per te” / Però vieni nel quartiere per ballare con me”.

Per imparare a far suonare un quartiere, la playlist di Treccani può darti qualche spunto: bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Ti ho dato tutto, te no, eri Crudelia De Mon Tutte le volte che ti ho detto basta perché superavamo i limiti Tutti i tuoi drammi, gli inganni, gli scontri e dopo i gesti folli

Solitamente dopo averlo urlato arriva il silenzio. Come insegna quel Pax, Palamedes! che nella commedia latina (Petronio, Cena di Trimalchione, cap. 66) dà un ordine preciso di cambiare discorso (o di spiegarlo meglio), andare oltre, perché si è superato un limite.

La locuzione esclamativa "basta" nel singolo di Marracash è realmente ciò che viene urlato in faccia a Crudelia De Mon, ma nella dimensione del ricordo della loro storia sentimentale assomiglia a un autoconvincimento, alla cognizione di essere stato vittima di una vera e propria manipolazione amorosa: “Mentire senza emozioni, come fai? / Il mio amore è marcito in odio / Forse sei il peggio che abbia incontrato mai / Sicuramente sul podio / Che poi non so perdonare me / Perché ero un complice in fondo / Ti ho dato l'anima e invece te / Mi hai dato solo il tuo corpo”.

Questi pensieri sono difficili da sopportare, perché anche se l’esasperazione del Basta! è rimarcato più volte per far cessare “tutti i drammi, gli inganni, gli scontri e dopo gesti folli”, alla fine il “Ti giuro che è l’ultima volta” – una delle illocuzioni commissive come “prometto”, che in amore funzionano sempre ma non si realizzano quasi mai – è davvero solo un suono, a cui fa seguito un gran senso di colpa e la non azione.

Se anche tu vuoi dire basta davvero a un amore che ti ossessiona, inizia a prendere appunti con la selezione musicale della playlist di Treccani: bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 E se senti il cuore in gola Non avere paura Mi prenderò cura io di te

Sei sicuro che quando vuoi prenderti cura di qualcuno o di qualcosa tu abbia fatto i conti con il carico emotivo che ti sarà richiesto? Per il grande venosino Orazio (65 - 8 a.C.) il vero significato di cura sfata il mito di un’esperienza immediata e semplice. Indica piuttosto un sentimento di premura nei confronti dell’altro, che unisce responsabilità e inquietudine. Definito un eterno “compagno dell’uomo” o “struttura dell’esistenza” da Martin Heidegger nel suo Essere e tempo, questo dolor amoris è stato associato dagli studiosi di etimologia all’espressione quia cor urat, perché scalda, stimola il cuore e lo consuma.

La cura, primariamente, è necessaria a noi uomini per vivere. Ma, secondo altre ipotesi, è la radice indoeropea ku/kau (“osservare, guardare”) che carica il significato di cura del significato di essere attenti nei confronti dell’altro e accogliere in sé ogni evento di crisi della sua esistenza, che altrimenti potrebbe non essere al sicuro (sine cura, appunto). “No, non avere paura / Quando vai a dormire sola / Se la stanza sembra vuota / E se senti il cuore in gola / Non avere paura / Mi prenderò cura io di te, oh, oh, oh”.

La locuzione prendersi cura di qualcuno/qualcosa, pertanto, è un giuramento che ha delle conseguenze: ogni volta che il giorno si farà notte, ogni volta che la paura prenderà il sopravvento, ogni volta, insomma, che l’altro ne avrà bisogno, tu sarai in grado di costruire per lui un’opportunità di crescita.

Per imparare a prenderti cura di qualcuno come Tommaso Paradiso, puoi ripassare la lezione ascoltando la playlist di Treccani: bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Sono in gara Questi cosa fanno per la fama? Yei Sono in para Sto pensando a fare nuova grana (yei)

Se Virgilio fosse un trapper di una gang e volesse raccontare la sua brama di denaro e successo direbbe auri sacra fames (Eneide, III, 57). Capo Plaza invece parla di grana, quella che vorebbe ancora fare nonostante abbia riconosciuto una maturazione del sé artista e uomo. Ma la competizione di questa strada, una via che pare una “giungla urbana” di sirene notturne, lo spinge a non fermarsi mai, anche perché “l’asfalto scotta, sì è il Sahara”. L’espressione fare grana per indicare “fare soldi” deriva dall’utilizzo di grano come moneta, che risale ai tempi di Ferdinando d’Aragona fino agli ultimi sovrani del regno di Napoli e delle Due Sicilie.

Per quanto una moneta di grano corrispondesse a 12 cavalli, il plurale grana è entrato nel nostro vocabolario, già come plurale nelle norme giuridiche del XVIII-XIX secolo, come forma generica di bottino (“esser pieno di grana”). Ma se, come dice Capo, il successo è davvero arrivato, quel fare grana potrebbe significare altro. “Sono in gara / Questi cosa fanno per la fama / Sono in para / Sto pensando a fare nuova grana”: e se la frenesia di questa “gara” lo spingesse a far sentire ancora di più la sua voce, a far casino?

Grana, del resto, come nome singolare femminile significa anche “granello”, quello che può far inceppare un ingranaggio. Un po’ come l’espressione ideomatica seminare zizzania anche piantare una grana indica quel contesto in cui l’ostacolo è nato da un seme. Anche il casino, insomma, prevede una sua “coltivazione”.

Che tu sia alla caccia di un nuovo bottino o abbia semplicemente voglia di far casino nella city, c’è una playlist che ti aspetta: bit.ly/TreccaniPlaylist

 

🎤 La sensazione che a volte mi sale È che stiamo bene come spiagge e mare E come barche all'orizzonte Ci perdiamo tra le onde

Chissà se Leopardi si era immaginato l’orizzonte de L’Infinito come un cerchio. Ebbene, a differenza di quanto comunemente pensiamo, in astronomia la “forma” di questo punto magico che delimita e unisce, indica il limite curvilineo tra la parte della sfera celeste da noi visibile e la terra. Il latino horizon, traslato dal participio greco opìzon (“segnare un confine”), si ricollega al vocabolo sottointeso kyklos, ovvero “circolo”, quasi a voler indicare che l’orizzonte propriamente detto non è qualcosa di statico, ma vive di movimento.

E in effetti, se ci pensiamo bene, la fusione di due elementi che continuamente si incontrano (come le onde) esprime un sentimento di perdita. Nel singolo di Rocco Hunt, J-Ax, Boomdabash è proprio l’amore ad avviare questa sintesi estatica: “La sensazione che a volte mi sale / È che stiamo bene come spiagge e mare / E come barche all'orizzonte, ci perdiamo tra le onde / Bene e male si confonde, tra le nostre ombre”.

Inspiegabile come il tempo che scivola via (“Fino a quando sale il sole, perdi il conto delle ore”), il poetico trova da sempre una corrispettivo nell’immaginario naturalistico. Sceglie qualcosa di non definitivo, che, come l’amore, rimane un po’ sfocato perché non si può spiegare (“Ti volevo dedicare quello che provo e non so cos'è”).

Se anche il tuo amore è come perdersi all’orizzonte, continua a lasciarti cullare dalla playlist Treccani: bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Ya, cash nei miei Vlone Bam bam bam bam Voglio cash, solo cash per i bro

L’iconografia trapper è sempre più precisa e deve lasciare il segno. Per esempio, Shiva non tiene il cash nei suoi pantaloni. Ci parla infatti di Vlone, con una sineddoche, per dire “nelle tasche dei Vlone”. A prima vista il neologismo sembra solo una categoria merceologica, per l’esattezza il brand lanciato da A$AP Rocky, A$AP Bari ed Edison Chen, ma in realtà presenta nella sua costruzione interna una contrazione di due parole, che fungono da motto all’intera linea streetwear: “Live alone, die alone”. Non è comunque qualcosa di nuovo, visto che sembra tratto da una battuta di Orson Welles in Someone to Love (1987).

Comunemente ritenuta una crasi, in realtà il meccanismo di formazione di un nuovo lemma a partire da due elementi linguistici – nel nostro caso live e alone – riguarda la fusione, propria del greco antico, non solo della vocale finale della prima parola con la vocale iniziale della seguente, bensì di due parole diverse che condividono un segmento, qui con anche la caduta della prima sillaba (aferesi).

Ma tornando al messaggio di base, se ammettiamo che ogni esperienza di amicizia e di amore ci fa dimenticare di essere soli nel mondo, la scelta di questo capo da parte di Shiva non è casuale. “Guarda avanti e guardati le spalle (bang bang) / Mi stressi, impara a parlarmi (pam) / Faccio il check, non so se fidarmi (uh ah)”: la vita della gang, “le monete che insegnano i principi” e “il mondo cattivo” ti vogliono riportare alla cruda realtà. “Guarda avanti e guardati le spalle”.

Che tu voglia indossare i pantaloni o i Vlone, ci sono nuove tendenze da scoprire nella playlist di Treccani: bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Quanto mi manca gridarci tutto in faccia Con il verde che scatta Noi che ci spezziamo come sigarette in tasca Che tanto poi ci passa non voglio che tu vada via Ora che casa nostra è soltanto casa mia E il tuo profumo non va più via

È uno dei colori dello spettro visibile, è “splendido” per il suo significato originario di “colore splendente”, derivato dalla radice indoeuropea ghar-. La sua luce brillante nelle strade delle città segnala il via libera, quello che nel singolo di Fred De Palma è fondamentale per sbloccare la sua comunicazione amorosa. “Il verde che scatta” – qui aggettivo sostantivato per indicare “verde del semaforo” – è una questione semantica: la richiesta di una comunicazione più intima e autentica e il conseguente sfogo con il partner è come se prendessero la forma di un missile che sfreccia quando scatta un segnale. «“Che fine” ma non rispondi e pensi: “Che dire” / Sui sentimenti non mi senti mentire / Baby, ma tu non senti niente / Soltanto questa gente che non mi conosce e ti parla di me».

Non si sa se a mancare è solo quel “gridarci tutto in faccia” o il momento giusto (il verde) per farlo, ma è insopportabile il profumo di lei in un mare di parole che allontanano. Anche se si finisce a litigare (“Noi che ci spezziamo come sigarette in tasca”), parlare a cuore aperto senza aspettare un semaforo è sempre la cosa giusta.

Per sentirti meno solo nell’attesa del verde, ascolta la playlist di Treccani: bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Che twerka, twerka e chi twerka trova Con il Losco fai da sé per tutta la gang Ci vorrebbe solo twerk come antistress

Dimentica la pallina antistress da ufficio. I rimedi contro l’inquietudine della metropoli sono tanti quanti i neologismi nati dal prefisso greco anti-, che nella nostra lingua è divenuto molto produttivo e conserva il significato di opposizione e avversione, ma anche di prevenzione e cura (soprattutto in denominazioni di antidoti terapeutici) e di capacità di evitare o impedire.

Che tu voglia sconfiggere o meno lo stress, per MamboLosco e Boro Boro c’è un nuovo rimedio: “Con il Losco fai da sé per tutta la gang / Ci vorrebbe solo twerk come antistress”. Questo ballo, che ha origini tribali africane e abbina scatti con movimenti oscillatori tali da creare un tremolio sulle natiche, risulta essere un piacere per chi lo guarda, non per chi lo fa, anche se proprio l’esercizio fisico è uno dei primi rimedi antistress, in quanto scioglie le articolazioni e riequilibra il sistema nervoso. Il centro dell’attenzione, nel singolo di Losco, è una vera ballerina professionista, che ipnotizza con il suo ritmo: “Mi sa proprio che questa fa palestra”.

Se vuoi seguire il consiglio di MamboLosco e Boro Boro, riascolta la traccia nella playlist di Treccani: bit.ly/TreccaniPlaylist

 

🎤 La prima volta non si scorda mai Sei favolosa con i difetti che hai E quel rossetto rosso sangue sfiora le tue labbra E con dolcezza sposti quel capello dalla faccia

Come si fa a non idealizzare l’amato o l’amata quando brucia il sentimento? Random, che “ci sta ancora sotto”, ripercorre la sua storia finita e i dettagli della sua lei, che è favolosa proprio perché mostra con disinvoltura difetti e fragilità: “La prima volta non si scorda mai / Sei favolosa con i difetti che hai / E quel rossetto rosso sangue sfiora le tue labbra / E con dolcezza sposti quel capello dalla faccia”.

Il valore iperbolico che è attribuito all’amata, sembrerebbe derivare in parte dal latino fabulosus – derivato di fabŭla (“favola”) – , che si connette all’idea sognante di leggendarietà e irrealtà, in parte dal calco formale o strutturale all’aggettivo inglese fabolous, che nel linguaggio informale e soprattutto social (Favolosa!) associato alla variante fabulicious per indicare qualcuno (spesso del pubblico femminile) incredibilmente attraente.

“Mi inviti a guardare il cielo, ma io guardo te sempre / Dal primo giorno / Dalla prima volta in cui hai sorriso / Ho assaggiato il paradiso”.
Per Random, però, la sua Beatrice non ha niente a che vedere con la perfezione glamour di Instagram, bensì si eleva continuamente nel ricordo a “cosa venuta / di cielo in terra a miracol mostrare" (Vita Nova, XXIV, 7-8).

Per riuscire a superare il dolore della prima volta, riascolta ancora la playlist di Treccani: bit.ly/TreccaniPlaylist

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