Le Parole Valgono

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In questa lista la redazione del portale Treccani ha selezionato per voi alcuni dei brani musicali in lingua italiana che potrebbero caratterizzare maggiormente l'estate 2020. Per ciascuno di essi è indicata una parola chiave, ispirandosi alla rubrica "Le parole delle canzoni" pubblicata ogni fine settimana sui social Treccani

🎤 Quando balli il tuo corpo si muove con il mio e questa notte sembra l’ultima non ti voltare da qui da qui le strade sembrano il tetto del mondo e una musica mediterranea, mediterranea

Mediterraneo non è solo il Mare, è molto di più. Dal latino mediterraneus, composto di medius (“medio”) e terra, l’aggettivo sostantivato indica una regione lontana dall’acqua, dunque continentale, ma che dell’acqua non può fare a meno, come la Mesopotamia appunto, definita da Giambattista Vico “la terra più mediterranea di tutto l’universo abitabile”. Anche Irama sembra essere d’accordo, e per questo prepara sulla spiaggia una sintesi perfetta della sua storia, pluriforme e antichissima, a partire dalle caratteristiche salienti del clima. “Nella bocca una melodia / gli occhi che rincorrono / un bagliore in mezzo a una via / delle labbra che scorderò / mentre il vento soffierà via / anche l’ultimo falò”: il background estivo è abbracciato da un vento tropicale, che nel grande bacino consente, durante l’estate, lo stazionamento di masse d’aria calde e secche che costituiscono sistemi ciclonici. Per questo motivo il clima mediterraneo è spesso considerato un clima subtropicale, piuttosto che temperato. Ma l’atmosfera bollente non è solo uno dei tanti dettagli – geofisici – della dichiarazione d’amore che Irama rivolge a un tu che conosce per la prima volta nel ballo – “Potrei dirti un’altra bugia / potrei dirti qualcosa di me / ma non so niente di te” –, perché mediterraneo è un aggettivo che si sposa benissimo con la musica, un sostrato di lingue, costumi e colori diversissimi tra loro. Il mediterraneo prima di essere un Mare e un confine geografico è da sempre stato considerato un crocevia di scambi per tutti i popoli che si affacciavano alle sue coste. La festa – dunque la condivisione – è iniziata quando ci si è resi conto che l’integrazione poteva trasformare questo territorio, tra terra e mare, nel “tetto del mondo” che cita la canzone, un tetto da cui si ascolta un’eco inconfondibile, che abbraccia i suoni di Occidente e Oriente.

🎤 Voglia di ballare un reggae in spiaggia Voglia di riaverti qui tra le mie braccia In una piazza piena Per fare tutto quello che non si poteva (dance to the rhythm) Karaoke Guantanamera

Nei servizi televisivi durante la quarantena è diventato il luogo-simbolo che meglio poteva rappresentare il nuovo volto delle città. Quadrata, rettangolare, circolare, poligonale…dal latino platĕa, “via larga”, la piazza esiste per essere calpestata e attraversata, in quanto costituisce sin dalle più antiche civiltà il centro della vita economica e politica della città. Non stupisce che il cosiddetto assembramento, termine che è diventato virale per la sua rapida entrata nel vocabolario Covid, venisse proprio associato alle “adunate nelle piazze” e all’“affollamento” banditi dai decreti ministeriali. Ora che fortunatamente qualcosa è cambiato, ci pensano i Boomdabash e Alessandra Amoroso a risvegliare il sentimento estivo, la felicità conquistata a fatica di chi può tuffarsi di nuovo nella movida – “Stanotte facciamo tardissimo, la luna è lassù” – e ballare proprio con tutti (esistono ancora i congiunti?): “Voglia di ballare un reggae in spiaggia / Voglia di riaverti qui tra le mie braccia / In una piazza piena / Per fare tutto quello che non si poteva”. Nella canzone emergono con forza i desideri soffocati, a partire dalla sfera degli affetti: “Tu abbracciami forte per tutte le volte che non hai potuto ieri”; “Il suono delle tue risate” (dal vivo, mica su Zoom!); “Se mi stringi così”. Non stupisce allora che il verbo del ritornello sia proprio “voglio”, a testimoniare la forza esplosiva della libertà, che si dirige verso la musica e il movimento del corpo, che presenta le ferite di una stasi coatta.

🎤 Sale il fumo dall'asfalto e l'ombra si nasconde Ho un tuo messaggio, un bacio sulla fronte Giro sospesa nei quartieri Quant'è bella Milano senza veli

Non sappiamo con certezza se Elodie stia aspettando Godot, ma nelle sue parole si percepisce la voglia di evadere da una polverosa metropoli insieme all’amato e di vedere, con gli occhi dell’attesa, anche gli angoli più insignificanti della città. Milano può diventare bellissima poco prima delle ferie? La risposta è sì. “Giro sospesa nei quartieri / Quant’è bella Milano senza veli”: in effetti, spostarsi da un quartiere all’altro potrebbe già essere una degustazione di vacanza, dato che il quartiere per definizione è quel nucleo o un settore che, all’interno della città, si individua rispetto al restante agglomerato per particolari caratteristiche geografiche e topografiche (rione di Trastevere a Roma), etniche (quartiere arabo), storiche (quartiere medievale) e funzionali (quartiere residenziale). Ma le tante realtà urbane diversissime tra loro non bastano a far dimenticare la routine e i suoi elementi insopportabili: “Te lo spacco quel telefono, oh-oh / L'ho sempre odiato il tuo lavoro, oh / Tiro su le cuffiette in metropolitana / Sopravvissuti come gli iguana”. Senza alcuna risposta, ma con il pensiero ormai oltre l’asfalto

🎤 Sono un bravo ragazzo, yeah Un po' fuori di testa Ai miei cari do il mondo, oh Spesso non tengo niente per me Se lo penso lo dico, ah Se lo dico lo faccio Emozioni in matita, eh Certe cose non fanno per me

E se vi dicessi che la calma ha a che fare con il calore ardente? Riconducibile al greco greco kàuma, il termine viene tradotto con “vampata, calura” e indica in senso geofisico lo status placido del mare e non agitato dei venti che fa segnare al barometro l’alta pressione, il che significa sole, caldo e bel tempo. La calma, per come viene trattata nella sua storia etimologica, dovrebbe assomigliare al cielo rovente di mezzogiorno o all’asfalto che fuma all’orizzonte in un pomeriggio di luglio. Non è detto che nel nostro immaginario ciò non possa verificarsi anche nelle persone, in questo caso, calme. Per Random non c’è infatti alcuna contraddizione nel mantenere il controllo e ascoltare le pulsioni emotive, anzi nel ritornello rivendica chiaramente la sua calma e la sua schiettezza, figlia di un cuore che è fiero di ardere sempre: “Sono un bravo ragazzo, yeah / Un po' fuori di testa / Ai miei cari do il mondo, oh / Spesso non tengo niente per me / Se lo penso lo dico, ah / Se lo dico lo faccio”. Il bravo ragazzo non deve, per Random, essere confuso con un “ghiacciolo emotivo” o, peggio ancora, con un individuo privo di pensiero critico: “Certe cose non fanno per me / Quella vita là non fa per me / Certe storie non fanno per me / Questa vita qua non fa per me, eh / Sono un bravo ragazzo”. Solo con la calma, con il calore che emana il mare tranquillo senza vento, si può essere capaci di fare delle scelte e di far sentire la propria voce. Con un altro tipo di calore, magari un fuoco spontaneo forse no. Ma intanto “essere fuori di testa” is the new “bravo ragazzo”.

🎤 L'industria della musica è fallita Ma io ho un futuro perché ora so fare pizza margherita La libreria di Netflix l'ho finita Ora voglio fare binge watching alla vita Gli influencer qua nessuno se li fila

C’era da aspettarselo. Dopo mesi e mesi di dirette, lezioni online e appuntamenti al Tg, lo schermo digitale ci ha davvero stancato. Cosa ci è mancato durante il lockdown? Tutto quello che prima odiavamo, potrebbe rispondere J-Ax, come il traffico, i salvagenti a forma di fenicottero e la musica house (e forse quella anche un po’ trash). Insomma, la vita così com’è: “Adoro il traffico della città / Il mio odio per la gente è sparito come i no vax / Al futuro penso poco perché mi manca il presente / E il passato vorrei fosse remoto / Tipo chat di gruppo, andrà tutto bene, non so / So solo che vorrò più bene a tutto”. Nell’atmosfera di esaltazione generale per il ritorno alla realtà fuori dalle mura domestiche, uno dei nuovi desideri potrebbe essere quello di fare binge watching alla vita, cioè “abbuffarsi” della vita, come se questa fosse una serie infinita – e interessantissima – di Netflix. L’espressione inglese, composta da binge (“gozzoviglia”) e watching (“osservazione, visione”), rende bene l’idea di una maratona del presente per recuperare il tempo perso in quarantena, ma è in contraddizione con la “voglia assurda / Di stare tra la gente, urlare come in curva / Cantare Acqua Azzurra, nudi in riva al mare” che manifesta J-Ax nel brano. Eppure il binge watching è un atteggiamento mentale figlio del nostro tempo: per cancellare il sentimento di attesa, gli episodi (della vita, nel nostro caso) sono già tutti disponibili. Ma, pensiamoci, il “tutto e subito” crea confusione alle nostre percezioni: siamo sicuri che J-Ax nel tempo post-Covid adorerà proprio tutto della vita, anche “Quando giocano in spiaggia / E la palla poi gli arriva in faccia”?

🎤 Ora in questa follia Ho imparato a danzare Cento giorni senza rincontrarsi Non credevo che poi mi mancassi

Sono stati tempi duri per le relazioni amorose iniziate prima del Covid. Per la Fase 2, la nota di Palazzo Chigi elencava, fra le persone che era possibile rincontrare con le dovute precauzioni, risultavano solo i cosiddetti congiunti, cioè «parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili». Il brano Ciclone racconta in modo esplicito la mancanza degli affetti che ha caratterizzato il lungo periodo di quarantena – “Cento giorni senza rincontrarsi / Non credevo che poi mi mancassi” –, che per molti ha rappresentato una vera e propria prova del nove per un’amore recentemente dichiarato. Dal latino tardo incontrare, derivato dall’avverbo incontra, l’andare incontro di nuovo (rincontrarsi, appunto) esprime il senso di confronto, di contatto tra due elementi o forze che possono convergere in un luogo comune, come in un abbraccio, oppure, dal lato opposto, che si sfidano a duello, una di fronte all’altra. Nella passione questo confine non è mai del tutto chiaro, soprattutto in una situazione, come quella cantata da Elodie, in cui da un lato la solitudine è stata fondamentale per recuperare il contatto con il sé – “Ora in questa follia / Ho imparato a danzare” –, dall’altro è stata utile per far ammettere al proprio cuore che il corteggiamento non è ancora perduto, anzi, forse si è trasformato in qualcosa di più profondo. In ogni caso, a detta della canzone, meglio non essere troppo diretti con l’interessato: “Scriverò di amarti sulle note di un iPhone / Fisso la parete tanto non ti chiamerò neanche stasera / Non vale la pena”.

🎤 La morte mi ossessiona e che il mio corpo muoia E che l'anima viva, lo sai, non mi consola Pensavo di essere meglio, spero che domani mi sveglio Cosa c'è nell'aldilà? Vorrei fare un backup

Che tu ci creda o no, anche Guè Pequeno pensa alla vita dopo la morte. Come un eroe greco che sogna di trasformarsi in una stella dopo l’ultimo respiro, fa i conti con ciò che potrà sopravvivere alla materialità delle cose e del corpo, persino di alcuni pensieri. Da qui la necessità di salvare tutto per il grande passo con una copia di sicurezza – non si sa mai – l cosiddetto backup, letteralmente “sostegno”, “rinforzo”, che nel linguaggio informatico indica una procedura comune per conservare un insieme di dati. Il successo, in questo momento di ricognizione, non è un elemento da tenere in considerazione, anzi, è paragonato a un pezzo di carta, e anche le strategie relazionali sono ormai abbandonate senza rimpianto: “Sono messo male, mi spiace scriverti a quest'ora / Ma, sai, 'sta merda mi divora, spero che il tipo non ti scopra / Mentre dorme a fianco a te e sente vibrare il cell / Magari leggerai domani, vorrei mollare tutti i piani / Vorrei prendere i contratti e farci degli origami. Il rapper, nella sua rassegna caotica di eventi, si accorge che solo la musica sarà l’unica eco a resistere al «ciclo universale di produzione e distruzione» delle cose, di cui parlava Giacomo Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese: nel ritornello c’è infatti un riferimento alla pratica della libagione, un rito antico secondo cui in omaggio a una persona scomparsa si versa simbolicamente a terra quello che quest’ultima avrebbe bevuto in vita, in riferimento alle parole e ai suoni che da quel momento in poi viaggeranno in eterno: “Stappa una bottiglia, versa a terra una goccia (No) / Grida: "Non ti dimenticherò" / Ma la mia voce è immortale / La mia parola è immortale”.

🎤 Borderline, allungo il gin col lime Co' uno sputo di Sprite Chi nasce tondo può avere gli spigoli Ti ho abbracciata e so' pieno di lividi

Almeno uno nella vita l’avete incontrato, rimanendone folgorati. Carl Brave, nell’introduzione del brano Spigoli, con il suo inconfondibile romanesco descrive più o meno in questi termini il ritratto dell’amata e il loro rapporto, che viaggia costantemente al limite, sul filo di un rasoio: “Una forchetta che infilza la presa / Ti tengo la mano, tu molli la presa / Sogno che muori e t'allungo la vita / Più ti vorrei fuori, più resti decisa / A tornare di nuovo, ma sei fuori moda”. E poi, negli ultimi versi, arriva la parola-chiave, borderline, un composto di border «limite, confine» e line «linea», che si riferisce alla posizione marginale di una condizione, che nel linguaggio medico è inquadrabile tra normalità e patologia. Insomma, nella continua ricerca di equilibrio tra due mondi, di incastri possibili tra gli Spigoli, Carl ci esorta a fare attenzione alle trasformazioni a cui le persone possono andare incontro: chi è tondo non è detto che, come recita il proverbio, «possa morire quadrato», anzi, nell’abbraccio (metaforico) la novità che sorprende l’Io lirico sono proprio gli spigoli spuntati in superficie: “Chi nasce tondo può avere gli spigoli / Ti ho abbracciata e so' pieno di lividi”.

 

 

🎤 Ricordi babe dove e quando E ciò che siamo Ricordo ancora quel tuo top bianco, odi et amo Che se Catullo poi ci avesse conosciuti ora Avrebbe scritto di noi due Nei suoi testi in prosa

Sul tempo e sulla sua analisi, come sosteneva Agostino d’Ippona nelle Confessioni, non c’è nessuna certezza. A pensarci bene, persino l’avverbio ora nasconde delle ambiguità. È vero che indica il tempo presente, spesso nell’uso di sinonimo di “adesso”, ma può significare anche un tempo passato (“l’ho incontrato ora, è stato qui ora”, cioè un momento fa) e addirittura futuro (“ora vengo, ora te lo dico, ora mi sentirà”, cioè fra un momento, fra brevissimo spazio di tempo). In merito alla sua traduzione nel brano di PATRIK abbiamo alcuni elementi importanti, come il riferimento a Gaio Valerio Catullo, poeta lirico latino vissuto tra vissuto circa tra l'84 e il 55 a.C., che funge da contrapposizione esplicita al passato: l’ora è il tempo in cui si consuma la storia dei due innamorati, una storia a noi contemporanea, che viene attraversata da pulsioni amorose universali ed eterne: nei versi “Ricordi babe dove e quando / E ciò che siamo / Ricordo ancora quel tuo top bianco, odi et amo” il dualismo odio-amore del carme 85 sembra essere valida ancora oggi: da un lato c’è un’azione (anche emotiva) che il poeta-amante gestisce, cioè fa razionalmente, dall’altro il volere cieco della passione senza logica, che non può essere spiegato. Eppure PATRIK ci prova: “Ho scritto pagine di noi, noi, noi, noi” recita il ritornello. Se riguardo al contenuto amoroso il poeta potrebbe essere interessato, sulla verbosità dell’autore non sarebbe d’accordo, proprio per la sua poetica caratterizzata da frasi brevissime, che compongono le nugae, letteralmente “sciocchezze, frivolezze”, e gli epigrammi.

🎤 Noi siamo Superclassico E riempirei di mazzate quel tuo nuovo ragazzo Che è un coglione galattico E c'è una parte di te che è una parte di me Che non andrà via in un attimo

Ernia usa una metafora calcistica per rappresentare la tensione che intercorre tra lui e l’amata: il “Superclassico” è infatti la rivalità storica che nel calcio si concretizza quando le due squadre di Buenos Aires, River Plate e Boca Juniors, si sfidano nel derby. Nei ritornelli, che scandiscono le diverse fasi della relazione, il comune denominatore è una inguaribile gelosia, che l’io lirico non riesce a governare e sfoga nel desiderio di prendere a mazzate tutte le figure maschili che hanno accompagnato e accompagneranno la ragazza, in quanto vere e proprie minacce da allontanare dalla scena. Nel suo significato di colpo inferto con una mazza (“prendere a mazzate qualcuno”, “fare a mazzate”), la mazzata può significare anche una bastonata subìta in più situazioni, da quelle umane (di amicizia e/o amore) a quelle finanziarie, di salute o di lavoro. L’impulsività della mazzata pronta cede ben presto il posto alla riflessione. Ernia, dopo un iniziale avvertimento che riguarda la nuova relazione dell’amata, abbassa le difese e apre il suo cuore a una verità amara: “Ti annoierai / Un giorno proprio quando meno te lo aspetti / Come se togliessi la maschera e tu t'accorgessi / Che a stare vicino vediamo meglio i difetti / E mi dimenticherò e tu ti dimenticherai / Come se tutto tra noi non fosse successo mai”. Tutti siamo imperfetti per chi ci conosce in modo profondo. Ma la scoperta dei difetti dell’altro non corrisponde alla fine di una storia (“Ti annoierai”), bensì proprio l’inizio. “Forse dovrei essere elastico”: ecco che l’idea della mazzata viene abbandonata e la maschera scivola a poco a poco a terra, così come la gelosia, la rabbia e l’impazienza.

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