Le Parole Valgono

Scopri tutte le liste #leparolevalgono

Torna alle liste

In questa lista la redazione del portale Treccani ha selezionato per voi alcuni dei brani musicali in lingua italiana che potrebbero caratterizzare maggiormente la primavera 2020. Per ciascuno di essi è indicata una parola chiave, ispirandosi alla rubrica "Le parole delle canzoni" pubblicata ogni fine settimana sui social Treccani

🎤 Ci beccavamo nel bando, sopra il Booster Anna fattura e no, non parlo di buste Mando tutto io, svuota il freezer C’ho il passaggio assicurato sopra questo diesel

Primo step. Pronuncialo bene. Si scrive “bando” ma in realtà si pronuncia “bendo”, perché deriva dallo slang inglese “abandoned house”, un modo di dire che richiama i luoghi abbandonati (detti anche “Trap house”) adibiti allo smercio di droghe e di sostanze non regolari. Secondo step. L’unico mezzo di trasporto compatibile in questa realtà deve essere velocissimo, rumoroso e di tendenza, come l’iconografia trapper insegna. Del resto non è la prima volta che questo simbolo diventa centrale nella narrazione della vita “da strada”. Come DrefGold (aka Kanaglia) – “E giro sopra il mio Booster, Booster, Booster / Non sai quante ne ha viste, viste, viste” (Booster) –, anche Anna lo cita nel primissimo verso, chiudendo un binomio inconfondibile che diventa motivetto reiterato: i termini bando e booster, allitteranti nella bilabiale /b/, vengono infatti presentati entrambi con due preposizioni (nel è articolata e sopra impropria), quasi a voler sovrapporre le due realtà. Nello specifico, il booster, famoso scooter che ha segnato la generazione degli anni ‘90, diventa così l’espressione dei luoghi di ritrovo, dove però, non si parla di “buste”. Nella traccia Bando, infatti, nonostante siano presenti tutti gli stilemi del mondo trap – dallo stesso booster, alla pratica del dissing (“Non dare opinioni se vesti Fila”; “Fate gli zanza e poi passa la sese e piangete”; “Non rappi di nulla, zia, proprio di niente”), dall’autocelebrazione (“Dico cose e le faccio, no, non parlo e basta”; “Per fare sti bands mi divido in tre”) al vocabolario trappistico generazionale (“flow”, “bitches”, “zanza”) e all’uso della figura retorica della giustapposizione (“Divido le acque, Mosè”), che velocizza la creazione delle immagini e del pensiero – , non sembra esserci spazio per gli elementi espliciti o impliciti dello spaccio. Il booster di Anna, che viene presentato nel testo anche con la metonimia “diesel” (“Ho il passaggio assicurato sopra questo diesel”), secondo la tipologia che sostituisce l’oggetto con il suo materiale, nel nostro caso il carburante, rimanda solo a qualcosa che ha un motore inesauribile e scattante (“to boost” significa non a caso “spingere”), come è la mente di un teenager.

 

🎤 Bell'atmosfera Ti prego non mi uccidere il mood, dai Chi se ne frega dei tuoi "ma", dei tuoi "se", dei tuoi "bla-bla"? Voglio stare in good time (voglio stare in good time)

Avete presente quanto è complesso per un insegnante creare un clima di classe positivo? E per un genitore in famiglia? Al fine di favorire un rapporto migliore, gratificante e stimolante per tutti, è necessario trasformare l’ambiente in uno spazio dove tutte le energie circolano nella misura in cui si manifestano i sentimenti, che in esso trovano una sede privilegiata. “Bell'atmosfera / Ti prego non mi uccidere il mood, dai / Chi se ne frega dei tuoi "ma", dei tuoi "se", dei tuoi "bla-bla"?". Lo sa bene anche Ghali, che interpreta l’atmosfera non con un uso solamente descrittivo, bensì come giudizio complessivo di un'attitudine negativa esercitata dall’interlocutore, tra l’altro via chat, come si evince dal verso “Ho già risposto a 'sta domanda, se rileggi”. Con un'esplicita ironia il trapper italo-tunisino ci racconta di una “bell’atmosfera”, continuamente intralciata da lamenti in stile drama queen, che hanno la forma di due congiunzioni (“ma” e “se”) e un’onomatopea (“bla-bla”) usata per indicare un chiacchiericcio vano, futile, senza costrutto. Quest’ultima espressione, nel messaggio di Ghali, non è casuale per la sua internazionalità, esattamente come il mood, la traduzione inglese di “atmosfera”, che nel vocabolario giovanile (soprattutto social, basti pensare alla frequente espressione “mood of today”) indica l’umore necessario per far sì che una determinata circostanza possa essere come ci si aspetta debba essere oppure, specialmente nel linguaggio della moda, rimanda allo stile di un luogo e di una situazione. Nel caso del brano Good time, lo dice il titolo stesso, Ghali aspira a vivere qualche ora di spensieratezza, e prega l’interlocutore di prestare più attenzione all’importanza del mood giusto. “Ti prego non mi uccidere il mood, dai”: non c’è scelta stilistica più pregnante di questa iperbole, variante del sintagma giovanile “mi uccidi”, che significa però “mi fai morire dalle risate”.

 

🎤 Dimmi cosa c'è Le vedo scendere Sono rapide, chiuse nell'iride Che scalerò, scalerò, scalerai, scalerò Come non lo so

Finisce un amore ed è subito pianto. Anche le emozioni più complesse e impermeabili acquistano nelle lacrime una potentissima universalità, che non ha bisogno di domande o spiegazioni. Vanno lasciate scorrere, con la velocità di cui hanno bisogno, esattamente come le rapide, quei tratti di fiume in cui il deflusso dell’acqua assume un moto piuttosto accelerato, a causa della maggiore inclinazione del fondo. Al limite tra una corrente tranquilla e una cascata, l’acqua che sgorga dagli occhi del tu al quale Mahmood si rivolge nel brano, sembra intrappolata nell’iride, sorgente misteriosa della nostra anima. In questa porzione della membrana vascolare dell’occhio, che appare, attraverso la cornea, di forma circolare e di colore variabile nei diversi soggetti, la pupilla risplende di raggi luminosi e si gonfia di liquido, diventa insomma una centrifuga pronta a scoppiare. Il riferimento alle “rapide”, pertanto, è curiosamente ambiguo, perché da sostantivo può diventare aggettivo, indicando la potenza e la velocità delle lacrime. “Dimmi cosa c'è / Le vedo scendere / Sono rapide, chiuse nell'iride / Che scalerò, scalerò, scalerai, scalerò / Come non lo so”. Se consolare è difficile, impossibile sembra essere l’impresa dichiarata da Mahmood: risalire il flusso, addirittura scalarlo, come se recuperare la fiducia nell’amato fosse un’esperienza scivolosa e confusa, a volte rinnegata (“Nelle tue rapide non cadrò”), ma comunque troppo forte per non essere ascoltata nel profondo (“Mi chiedo se ritornerai / Nonostante i miei mille guai / Mi chiedo se ritornerai, ah / Con il solito paio di Nike”).

 

🎤 Babe ti do la mia parola Che ce ne andremo via di qua Come quando ti aspettavo sotto l'acqua fuori scuola Con un milione d'idee, senza biglietto del tram Io ti do la mia parola Anche se non so più parlare, yeah Babe ti do la mia parola, ma tu devi saperla usare, yeah

Nel ritornello Lazza dice quello che John Langshaw Austin definiva atto performativo. La dedica all’amata (“babe”) prevede una promessa che produce immediatamente un fatto reale: la frase di uso comune “dare la propria parola” significa giurare la verità, tener fede a ciò che si dice, e nel nostro caso riflette la volontà dell’Io lirico di intraprendere un viaggio – quello dell’amore, perché in quel “Ce ne andremo via di qua” non c’è solo uno spostamento fisico – che lo vede responsabile e sicuro delle conseguenze. La sua non è però una promessa unilaterale, come è definita nel linguaggio giuridico, secondo cui obbliga solo chi la dichiara. Per Lazza, infatti, è importante che questo testimone passi subito nelle mani della sua destinataria, senza frasi fatte o dichiarazioni verbose, inutili (“Anche se non so più parlare”). La responsabilità che scaturisce da una promessa coinvolge entrambe le parti, come indicano le sfumature del verbo latino spondēre, da cui deriva la trafila semantica di “dare la parola”: sponsĭo e sponsum, per esempio, allargano la sfera degli impegni e delle garanzie alla dimensione amorosa, in particolare matrimoniale, indicando una “promessa solenne” e soprattutto “obbligazione reciproca”. Ecco perché la parola, per Lazza, deve essere ben “usata” dall’amata. Una promessa è materiale che scotta, insomma.

 

🎤 Quanto mi manca gridarci tutto in faccia Con il verde che scatta Noi che ci spezziamo come sigarette in tasca Che tanto poi ci passa Non voglio che tu vada via Ora che casa nostra è soltanto casa mia E il tuo profumo non va più via

Il profumo non è mai qualcosa che ha che fare col tempo presente. Non può, proprio per il fardello etimologico e culturale che si porta dietro, e che ci porta indietro, a quella dimensione ancestrale in cui era uso comune diffondere gli aromi bruciati per fumum, cioè attraverso il fumo, nei riti religiosi delle civiltà antiche. Non solo. La Bibbia ci insegna che il profumo era anche la sede di un incontro: nel libro dell’Esodo il Signore ordina a Mosè di creare una polvere profumata nella sua tenda, nel quale potrà manifestarsi (Esodo 30, 34-36). Il profumo della pelle funziona allo stesso modo, anche senza l’uso di incensi: il ricordo stesso è il fumo che ci distanzia dalla realtà, che ci riconnette alle emozioni provate in passato, ai rimpianti delle cose dette, che fanno male. “Noi che ci spezziamo come sigarette in tasca / Che tanto poi ci passa / Non voglio che tu vada via / Ora che casa nostra è soltanto casa mia / E il tuo profumo non va più via”: l’amata, dunque, può ancora manifestarsi, in un balsamo pungente che le dà vita. Persino le litigate hanno un odore, così come quella sensazione che tutto poteva risolversi (“Noi che ci spezziamo come sigarette in tasca / Che tanto poi ci passa”), anche se Fred, come ci racconta, deve ricredersi.

🎤 Una volta mi bastavano due drink e le chiamavo col repeat Più che una rubrica avevo una playlist Le pompavo in discoteca e in macchina dopo i live Le dimenticavo dopo un mese come Gangnam Style

Sciupafemmine o esperto dj? J-Ax in questo brano gioca con le ambiguità dei riferimenti musicali per raccontare il suo periodo di conquiste. Esattamente come si fa con i dispositivi, basta un “repeat” per chiamare qualcuna insistentemente, magari dopo “due drink” di troppo. E la pratica è sofisticata: J-Ax non fa lo scroll su una semplice rubrica, attinge a un preciso database: la playlist. Ciò che differenzia le due è la possibilità di riunire più elementi in una stessa categoria, che definisce il mood di ascolto. Anche su Spotify, del resto, è così: esistono le playlist per ogni momento, dal risveglio muscolare alla concentrazione per studiare, dall’attività sportiva all’atmosfera da aperitivo. Le conquiste di J-Ax vengono così ordinate in una selezione molto ampia di situazioni e atmosfera, pronte all’utilizzo come canzoni. Ma come spesso capita al primo appuntamento o al primo ascolto, ciò che si sembra perfetto si trasforma in un flop. “Ognuna mi illudevo fosse il top, ma nada / pensavo fosse una gran bella scop, scoperta / la credevo indipendente ma era diventata pop / e i deejay se la passavano tutti nella consolle”. J-Ax è alla ricerca di una hit assoluta, qualcosa di inedito e non commerciale, qualcosa che, insomma, non si possa dimenticare facilmente, come quel tormentone estivo di Gangnam Style.

 

🎤 Che poi con te è tutto un flirtare Tanto non concludi mai T'ho preso due o tre girasoli per farmi perdonare E dai

Tra la friend zone e la relazione cosa c’è? Ce lo spiega Carl Brave in Che poi, un brano che racconta la difficoltà di mantenere un rapporto amoroso al confine. Il cosiddetto flirtare, che in linguistica viene definito un prestito apparente, precisamente un derivato dalla base inglese flirt, esplicita molte sfumature del significato di “breve relazione”: sinonimo anche di “civettare” e “corteggiare” indica tutte le schermaglie amorose che costruiscono a poco a poco un passatempo privo di intenzioni serie. L’irrilevanza di tale esperienza è dimostrata infatti dalla frase di uso comune “È stato solo un flirt”. Quasi sempre, infatti, finisce tutto senza capirne il perché, e, come canta Carl, è tutta una gran fatica che non porta a nulla: “Tanto non concludi mai / T’ho preso due o tre girasoli per farmi perdonare / E dai”. Il confine tra l’amicizia e l’amore, tra il corteggiamento e i silenzi, rende tutto molto confuso e frustrante: nel flirt è comunque previsto tutto, anche l’incomprensione e musi lunghi, soprattutto il non dare alcune spiegazioni dopo aver raggiunto finalmente un po’ di complicità: “Da amici a fratelli siamesi, siamesi / E poi sei sparita per mesi, per mesi”; “Eravamo un duo-uo ma ora non lo siamo più”.

 

🎤 E casa tua mi sembra un po' una gabbia di matti Con tuo fratello strafatto che mette a tavola i piatti Tuo padre ha capito bene che cosa vorrei farti Ha tolto apposta dalla porta le chiavi e mi ha sbattuto fuori a calci

Più comune di “pazzo”, specialmente nelle regioni settentrionali della penisola, è presente in diverse varianti per indicare una situazione bizzarra e insopportabile (“c’è da diventare matti qui”) oppure per rivolgersi a chi si comporta in modo anormale o fa discorsi irragionevoli, folli (“sei matto nel cervello”, per esempio). Nel linguaggio familiare “matto” è una locuzione frequente, soprattutto quando ci si riferisce a un nucleo numeroso e decisamente rumoroso. Nel brano Sto bene, non è dunque casuale la reiterazione della dentale doppia /t/ nelle parole “matti” e “piatti”, che sono in rima perfetta. Il disordine della cosiddetta “gabbia di matti” è associato proprio al rumore delle stoviglie, a un ambiente in cui regna confusione e disorganizzazione, dove cadono le cose. Ci mancava solo il “fratello strafatto”, che in rima interna rafforza la tensione della scena. Insomma, la famiglia della nuova fidanzata dell’Io lirico non ha nulla a che vedere con l’Eden biblico, soprattutto se all’immagine di uno zoo umano si aggiunge la scena del padre che lo caccia fuori di casa, forse per qualche parola di troppo sulla novella relazione con la figlia.

 

🎤 Fiori di carta nei vasi Sorrisi stampati sopra una postcard E giacche di seta appoggiate Sulle lancette del tempo che passa Ma restiamo soli a cercare L’erba riflessa, sto fuori di testa Per quello che a te può importare Lasciami, lasciami, lasciami stare con me

Di solito, quando decidiamo di scrivere una lettera a noi stessi, siamo spinti da una ricerca di ordine e di pulizia nella nostra vita. È quello che Mara Sattei, insieme al fratello in arte tha Supreme, spiega in questo brano, che assomiglia a un flusso di coscienza, a uno sfogo personale sulla recente storia d’amore finita. Al centro le “lancette del tempo che passa”, un tempo tiranno dal quale la cantautrice vorrebbe fuggire (“A stare ferma, come un fermacarte sopra un’agenda / Ma chi frena e parte, prima rallenta / Poi la pioggia batte, io scalo in terza”), un tempo che si risveglia guardando dei volti su una cartolina (“sorrisi stampati sopra una postcard”), ora ridotti forse a semplici brandelli che hanno preso posto nei vasi, come fiori appena nati. Ma la carta di cui si parla nella canzone potrebbe essere anche l’altra faccia della cartolina, dove solitamente si può scrivere un augurio o un pensiero da destinare a qualcuno. Che sia stampato su una cartolina o su una foto, l’oggetto del suo ricordo riesce ad avere i colori anche nel buio, perché quando Mara decide di chiudere gli occhi non intende spegnere del tutto i suoi pensieri: “Ma no, qui siamo appesi come l’ignoto / Si sopra le ciglia mi sdraio e cullo / Poi riflesse negli occhi come una foto / E chiudo per restare sola al buio”.

🎤 Ho un cruciverba nella testa ma quasi mai la soluzione e non so darmi una risposta solo puntini di sospensione

Lo sa bene chi ha attacchi di ansia. Spesso avviene di notte. Può portare allo sviluppo di diversi disturbi mentali, come l’insonnia. Questo è il cruciverba del cruciverba, cioè della ruminazione mentale che attanaglia Galeffi. “Sono bravissimo ad aver paura / sono bravissimo con la sfortuna / e quando scende la notte mi manca l’ossigeno”: la notte attiva nella sua testa il gioco enigmistico, dove l’incastro, la sua forma grafica a croce − dal complemento arbitrario del latino crux-ucis “croce” e verba “parole” − via a via, con lo scioglimento di tutte le definizioni (stringate), produce il caratteristico reticolato. Per Galeffi è frustrante trovarsi ogni sera a fissare le caselline vuote (“e non so darmi una risposta / solo puntini di sospensione”) e a non riuscire a trovare il filo rosso dei suoi pensieri. A un certo punto questi sembrano trasformarsi in un labirinto senza scampo, in cui però l’Io lirico, sotto sotto, ci sta bene: “Ho un labirinto nella testa / Michelangelo nel cuore / un settebello sulle labbra / ma quanto è bello immaginare?”. Lasciamolo allora così, in un dolce naufragar, come direbbe Leopardi.

 

0