Le Parole Valgono

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In questa sezione abbiamo selezionato per voi le canzoni italiane condivise sulla nostra pagina facebook che hanno avuto più successo nel 2019. La classifica si chiuderà a fine anno. Per ogni brano, troverete i link alla nostra playlist di Spotify, "Le parole delle canzoni", e alle nostre piattaforme social, dove abbiamo descritto in breve il testo a partire dall'analisi di una parola particolarmente significativa all'interno della canzone.
🎤 DICE CHE SONO PAZZESKA SARÀ IL FASCINO DELLA TEDESCA

PAZZESCA/O È UN AGGETTIVO CHE DERIVA DA PAZZA/O E INDICA COSE, PERSONE O SITUAZIONI CHE SONO O SEMBRANO IRRAGIONEVOLI, ASSURDE, INSENSATE. DA PAZZI, APPUNTO. CON SIGNIFICATO IPERBOLICO INDICA QUALCOSA DI ESTREMAMENTE GRANDE, ENORME, ECCEZIONALE.

IN "PAZZESKA" DI MYSS KETA, LA NARRATRICE RACCONTA UNA NOTTE DI ECCESSI: LA FESTA COMINCIA SOLO QUANDO LEI ARRIVA IN PISTA E, CON LA SUA AURA DI ECCEZIONALITÀ, CONTAGIA L'ATMOSFERA E TUTTI I PRESENTI. 
I PERSONAGGI STORICI CITATI PIÙ AVANTI, MARIA ANTONIETTA E CLEOPATRA, CONFERMANO L'IDEA DI UNA FIGURA MEMORABILE, FUORI DAGLI SCHEMI, CORAGGIOSA NEL SUO ANDARE CONTRO LA NORMA.
IL FASCINO DELLA TEDESCA SI RIFERISCE PROBABILMENTE AL FATTO CHE M¥SS KETA È BIONDA: NELL'IMMAGINARIO COLLETTIVO MASCHILE, È FORTE LO STEREOTIPO DELLA DONNA TEUTONICA, TRADIZIONALMENTE OGGETTO DEL DESIDERIO. IL VERSO SUCCESSIVO ("VUOLE UNO SPICCHIO DELLA MIA PESCA") MOSTRA COME LA NARRATRICE SCELGA DI NON SUBIRE PASSIVAMENTE QUESTA SITUAZIONE, MA DI GIOCARE CON L'OCCHIO DESIDERANTE DEL MASCHIO E CON QUESTO PARTICOLARE CODICE DELLA SEDUZIONE, COERENTEMENTE CON IL SUO STILE.

SE VOLETE CONTINUARE A ESSERE PAZZESKI PER TUTTA LA SETTIMANA, NON SOLO NEL WEEKEND, ASCOLTATE LA NOSTRA PLAYLIST SU Spotify: bit.ly/TreccaniPlaylist.

🎤 Guaglio', guaglio' Don't go, don't go Cu 'sta voce 'ngap c'allucca

"Guaglione" è un sostantivo napoletano di etimo incerto, forse di origine onomatopeica, o forse dal latino "ganeo, ganeonis" (crapulone, frequentatore di postriboli) o dal francese "guagnor" (giovane aiutante nel lavoro nei campi). 
Con il termine guaglione/a (spesso troncato in guaglio') si indica un ragazzo o una ragazza tra l'adolescenza e la giovinezza.

In "GUAGLIO'", LIBERATO racconta il distacco di un guaglione dalla sua amata. Nella prima strofa, il narratore le chiede di lasciare tutto e scappare via con lui: una richiesta disperata a cui seguirà l'"appocundria" della strofa successiva, ovvero una malinconia, un sentimento di vuoto causato dalla mancanza della donna amata. Quello che resta al nostro guaglio' è una voce in testa che urla il dolore per questa separazione.

Guagliu' di tutto il mondo unitevi e ascoltate la nostra playlist su Spotify:bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Ne ho combinate un paio E ho fatto l'operaio Coi soldi su un solaio Mai stato in un solarium

L'operaio è un lavoratore subordinato che esplica mansioni prevalentemente manuali, diverse a seconda delle varie specializzazioni e della preparazione tecnico-pratica. Nel pensiero di Marx, la classe operaia è il gruppo sociale sviluppatosi insieme al capitalismo industriale, costituito dagli individui che, esclusi dalla proprietà della terra e dei mezzi di produzione, possiedono, come fonte di reddito, la sola capacità lavorativa (forza-lavoro) che vendono in cambio di un salario monetario.

In "Sabbie d'oro", Massimo Pericolo racconta la sua storia personale, dal lavoro come operaio ai problemi con la giustizia, dal luogo in cui vive (Brebbia, sulle sponde del Lago Maggiore, dov'è stato girato il video della canzone) ai litigi con la madre. Da questo racconto emerge un contrasto stridente tra povertà e ricchezza, tra uno stile di vita modesto e il lusso in cui vivono immerse le classi più agiate ("Io non so quanto costi un volo per i Tropici / Tu non sai quanto cazzo costa essere poveri"). Come si evince dal ritornello (cantato da Generic Animal), Massimo Pericolo preferisce la sua vita, nonostante le ristrettezze economiche, la rabbia e i bisogni imposti da una società che non lascia possibilità di scelta. 

Se anche voi ne avete combinate un paio, ascoltate la nostra playlist su Spotifybit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Se muore un tossico a nessuno frega un cazzo Tranne se il tossico è tuo padre o il tuo ragazzo

"Tossico" è un sostantivo che viene dal latino "toxĭcum" e dal greco "τοξικόν", (sottinteso "ϕάρμακον", ovvero "veleno per la freccia"). È una voce del linguaggio dotto o letterario adoperata talvolta anche nell’uso comune, per indicare un veleno molto potente, o in frasi figurate e iperboliche per definire cibi o bevande dal sapore molto amaro. Usato come aggettivo significa velenoso, dotato di tossicità e viene adoperato per indicare più genericamente quanto appartiene, deriva o ha rapporti con un qualsiasi agente d'intossicazione.
Nell'uso gergale, "tossico" è un accorciamento di tossicodipendente.

È proprio in quest'ultima accezione che il sostantivo viene usato da Ketama Centoventisei e Massimo Pericolo in "SCACCIACANI". Nei versi presi in esame è denunciata l'indifferenza nei confronti della vita dei tossicodipendenti, tranne quando questi fanno parte della famiglia e degli affetti.
Secondo GeOverdose, il progetto che mappa le morti per overdose in Italia, nell'ultimo anno (dal 2 giugno 2018 a oggi) sono morte per overdose 247 persone. Geoverdose è citato nell'articolo de Il Tascabile "Storia di una crisi" (bit.ly/TascabileOppioidiEroina), in cui Vanessa Roghi racconta l'epidemia degli oppioidi negli Stati Uniti d'America e fa il punto sulla situazione italiana.

Anche "SCACCIACANI" entra nella nostra playlist su Spotify, la trovate qui:bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Mmiezzo a tutto 'stu cazzo 'e bailamme ce stanno doje rose Tengo 'a capa gloriosa nennè, dimmane te sposo (No, nun è cosa)

“Bailamme” viene dal turco “bayram“ (che significa propriamente “festa“) e indica situazioni di confusione e grida di gente che va e viene, baraonda.

Al centro di “TU ME FAJE ASCÌ PAZZ’“ di LIBERATO c'è il tormento causato da una relazione amorosa. 
Il racconto di questo amore procede tra riferimenti a vecchi giochi di carte come la passatella (“Scarte frusce e po' piglie primera“) e inserti in inglese (“Comme si bella, tu want to go home?“), tra lacrime e preghiere accorate. Il narratore vorrebbe recuperare dei momenti di intimità con l'amata (“Turnammo a casa, parlammo p''a via“), nonostante la gran confusione che li circonda, sia in senso figurato che in senso proprio. È pronto anche a gesti forti: “tenere 'a capa gloriosa“ è un'espressione napoletana usata per indicare una persona adusa a soluzioni istintive e improvvisazioni assurde, come una proposta di matrimonio.

Mmiezzo a tutto 'stu bailamme ce sta 'a nostra playlist 'ngopp'a Spotify:bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Che schifo avere vent'anni Però quant'è bello avere paura

“Paura” è un termine che definisce uno stato emotivo caratterizzato da un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario, o dinanzi a cose o fatti che siano o si credano dannosi.

Insicurezza, ansia e inquietudine: proprio come avere vent’anni.
Come in un famoso programma televisivo degli anni ‘90, in "MANCARSI" i Coma Cose raccontano la fretta, la fame, l’incoscienza e gli sbagli dei vent’anni, con uno sguardo malinconico e appassionato.

La narrazione, quasi un flusso di coscienza, si snoda seguendo una serie di immagini sullo sfondo di una “giungla di cemento”: il mondo incomprensibile (“senza le istruzioni per usarlo”), gli amici persi lungo la strada (“A chi è rimasto indietro / e quanto è ancora è difficile dirgli: mi manchi”), l’instabilità emotiva (“sbalzi d'umore che ci causano drammi”).

Ma tutta questa paura è “bella” perché è l’inquietudine che si prova, durante la giovinezza, davanti a una strada che si apre davanti a ciascuno di noi, bisogna “percorrerla tutta per andare lontano”. Sbagli e inciampi inclusi.

Ma ci pensate mai, alla nostra playlist su Spotify? bit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Le velleità ti aiutano a dormire Quando i soldi sono troppi o troppo pochi E non sei davvero ricco, né povero davvero Nel posto letto che non paghi per intero

Velleità è un sostantivo femminile che deriva dal latino medievale della scolastica "velleĭtas -atis", derivato a sua volta dal verbo "velle" (volere). Nel linguaggio filosofico o più elevato indica una volontà imperfetta, e perciò inefficace e vana, o un desiderio che non riesce a definirsi in volontà. Nell'uso corrente definisce un'aspirazione, un desiderio o un proponimento che non hanno effettive possibilità di realizzazione, in quanto non sussistono le capacità adeguate o la volontà e l'impegno necessari.

E le velleità cantate da Niccolò Contessa nel brano omonimo sono proprio le aspirazioni (frustrate) nutrite dalle persone che ambiscono alla realizzazione delle proprie sensibilità artistiche. Nel brano si parla di aspiranti fotografi, scrittori, musicisti, attori, registi, tutti impegnati in una costante operazione di promozione di se stessi, di ricerca di contatti e di disperati tentativi di restare a galla. Come ha dichiarato lo stesso Contessa: "la velleità è questo sogno di riuscire a fare il jackpot, cioè riuscire a guadagnare facendo una cosa che non solo ti piace, ma anche ti dà quella soddisfazione e quel prestigio che viene dal fare un lavoro creativo". 
Una generazione che abbiamo imparato a conoscere anche grazie a Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura.

Se stanotte vi attende un posto letto che non pagate per intero, consolatevi con la nostra playlist su Spotifybit.ly/TreccaniPlaylist.

🎤 Il Duomo di Milano è un paracetamolo Sempre pronto per le tue tonsille Domani non lavoro, puoi venire un po' da me Ma poi da me non vieni mai Che poi da te non è Versailles

Il paracetamolo è un composto organico di sintesi (CH3CONHC6H4OH). Si presenta in cristalli bianchi, pochissimo solubili in acqua fredda ed è il maggior metabolita dell’anilina e della fenacetina. Svolge la sua azione antipiretica a livello centrale, con inibizione della cicloossigenasi nei centri termoregolatori cerebrali. L’attività antidolorifica ha efficacia simile a quella esercitata dall’acido acetilsalicilico. Sono note anche alcune proprietà antinfiammatorie di tipo periferico.

In "Paracetamolo", Calcutta racconta una relazione a distanza, con i suoi tormenti, le sue gioie e le sue malinconie. Dopo un ragionamento sul dosaggio (il paracetamolo viene infatti venduto in compresse da 500 o 1000 mg), nella seconda strofa il narratore paragona il Duomo di Milano al celeberrimo principio attivo per la capacità che ha di calmare il malessere della donna di cui è innamorato. Quest'ultima è sempre felice quando la coppia si incontra nel capoluogo meneghino, un po' meno quando deve raggiungere il fidanzato nella sua città. Nonostante le recriminazioni sul luogo in cui incontrarsi, il narratore è così innamorato da avere il batticuore quando la donna lo prende per mano.

Se anche voi sentite il cuore a mille quando siete vicini alla persona che amate, ascoltate la nostra playlist su Spotifybit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 ’Na rosa ’e cient’ spin’ Seje mise senz’’e te ’Na bott’ dint’’o cor’ Tu t’e scurdat’’e me

“Rosa” è il nome delle varie specie di piante della famiglia delle rosacee, diffuse nell’emisfero boreale. Si tratta di arbusti nani, cespugliosi e anche rampicanti con aculei (comunemente chiamati spine); hanno foglie in prevalenza caduche, pennate, con stipole concresciute con il picciòlo; i fiori, grandi e di vario colore, sono riuniti in infiorescenze racemose, spesso a corimbo o solitari; il calice è pentamero e la corolla è formata da cinque petali nelle specie selvatiche e da un numero più o meno grande nelle rose coltivate.

Nella tradizione letteraria, la rosa è un topos ricco d’interpretazioni e di simboli: la purezza della fanciulla amata, l’Amor divino, l’amore terreno e carnale, la fugacità della vita e dell’amore, la sensualità, solo per citarne alcuni tra i più ricorrenti.

LIBERATO si inscrive in questa tradizione di donne angelicate, desiderate, portatrici di salvezza o dannazione: in “TU T’E SCURDAT’’E ME”, infatti, la rosa e le sue cento spine sono il simbolo della relazione tormentata del protagonista e narratore, che “accusa” la ragazza amata di averlo dimenticato dopo sei mesi di separazione. La rosa con le spine è un leitmotiv di tutti gli artwork di LIBERATO, a cominciare dalla sua prima canzone, “NOVE MAGGIO”, che già nel titolo fa riferimento al mese in cui fioriscono le rose, mese per la tradizione cattolica dedicato alla Madonna (Rosa mistica infatti è attributo di Maria Vergine nelle litanie lauretane).

Nota a margine: LIBERATO si ricollega alla tradizione melodica napoletana e la innova sia dal punto di vista tematico, che da quello linguistico, passando senza soluzione di continuità dal dialetto napoletano a versi e parole in inglese.

Se questa sera avete a piogg’ dint’’o cor’, ascoltate la nostra playlist su Spotifybit.ly/TreccaniPlaylist

🎤 Le Lomo, le Polaroid, l'immagine di sé che mette ansia Le finte ansie Giuro, non c'è posto nel mio cuore per un post in più su Facebook con Daniel Johnston alle quattro del mattino

“Post“ è un sostantivo inglese che, tradotto alla lettera, significa “posta, corrispondenza“. Nel linguaggio di Internet indica un messaggio (un articolo vero e proprio o un breve intervento) pubblicato in uno spazio pubblico come social network, blog, forum o altri luoghi di discussione che consentano agli utenti di lasciare messaggi (sono esclusi i sistemi di messaggistica privata come Facebook Messenger, WhatsApp o Telegram App).

Di un post (nello specifico, su Facebook) si parla in “Hipsteria“ de I Cani. La canzone racconta la storia di Caterina, giovane hipster romana.
Prima di tornare a “post“, facciamo un breve approfondimento su “hipster“: negli anni '40 e '50 negli Stati Uniti d'America questo sostantivo indicava giovani anticonformisti, amanti del jazz, attenti alle mode, disinteressati alla politica (descritti anche da Norman Mailer in un saggio del 1957). Nei primi anni Duemila, il termine si è diffuso molto anche in Italia, per indicare persone con le caratteristiche della Caterina raccontata da Niccolò Contessa in “Hipsteria“, animate da velleità artistiche, da un vago anticonformismo, accomunate dall'adesione a certi canoni estetici (il ritorno all'analogico delle Lomo e delle Polaroid, per esempio) e dal consumo di alcuni prodotti culturali, come i libri dello scrittore David Foster Wallace e il cantautore e artista Daniel Johnston (morto, purtroppo, lo scorso 10 settembre). Proprio a quest'ultimo è legato il post su Facebook a notte fonda che, questa volta, Caterina preferisce non fare (“Giuro, non c'è posto nel mio cuore per un post in più su Facebook con Daniel Johnston alle quattro del mattino“): Johnston, “guru sepolto della musica indie, schizofrenico, innocente tenerissima icona dei seguaci della melodia laterale“ (come l'ha descritto Marco Rossari) è stato uno dei punti di riferimento per la cultura hipster, eletto a simbolo di una sensibilità in lotta con un profondo disagio. Quello di Johnston è stato un disagio reale (era affetto da schizofrenia e disturbo bipolare) ben diverso da quello esibito dagli hipster (“le Lomo, le Polaroid, l'immagine di sé che mette ansia / le finte ansie“ e “tu fumavi ed ostentavi una malinconia / che male si intonava coi tuoi leggings fluorescenti“). Questo non significa che un personaggio come Caterina non provi una forma di sofferenza: come ha dichiarato lo stesso Niccolò Contessa in un'intervista, “il vero dramma esistenziale di tutti i personaggi del primo disco è quello di non essere all’altezza dei propri stessi desideri, di dover continuamente innestare un loro mondo ideale immaginario nel quotidiano del mondo reale in cui vivono“.

Se anche nel vostro cuore non c'è posto per un post in più su Facebook, speriamo almeno ci sia posto per la nostra playlist, la trovate su Spotify: bit.ly/TreccaniPlaylist

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