Molti sono gli aneddoti, più o meno verosimili, legati al ritorno a Venezia di Marco Polo dopo il viaggio in Cina compiuto insieme al padre e allo zio, che si era protratto per ben diciassette anni (1275-1292). Tra i più caratteristici, quello per il quale i Polo, giunti di fronte al portone del loro palazzo, dal quale mancavano da così tanto tempo, avrebbero bussato e, alla domestica
che si era affacciata alla finestra ed aveva chiesto chi fosse ("chi xè?"), avrebbero risposto semplicemente, come se stessero rientrando da una normale passeggiata, «i parόni». Ma l’aneddotica poliana non si nutre soltanto di tradizioni popolari: alla metà del Cinquecento il biografo di Marco Polo – e, soprattutto, curatore di una celebre edizione del
Milione –
Giovanbattista Ramusio riferisce come degno di fede, nella sua
Prefatione sopra il principio del libro del magnifico messer Marco Polo, un episodio piuttosto sorprendente.
Secondo Ramusio, dunque, Nicolò, Maffio e Marco Polo, giunti a
Venezia in abiti dimessi e di foggia straniera, e molto cambiati fisicamente dopo tutti quegli anni, non sarebbero stati riconosciuti dai loro parenti, convinti peraltro che fossero già morti da tempo: per uscire da tale spiacevole situazione, avrebbero deciso di invitarli ad un banchetto, durante il quale li avrebbero stupiti con le vesti preziose e i tesori che avevano portato con sé dalla Cina, convincendoli così della loro identità: «Hor questa dimostratione di così grande et infinito thesoro di gioie et pietre preciose, che furono poste sopra la tavola, riempié di nuovo gli astanti di così fatta maraviglia che restarono come stupidi et fuori di sé stessi, et conobbero veramente ch’erano quegli honorati et valorosi gentil’huomini da Ca’ Polo, di che prima dubitavano, et fecero loro grandissimo honore et riverentia».
L’aneddoto, è stato osservato, è riconducibile a motivi propri delle narrazioni popolari, forse anche di ascendenza favolistica. Ciò che più sorprende, però, è la vicinanza del racconto a un episodio della vita di
Numa Pompilio narrato da Plutarco e da Dionigi di Alicarnasso: il secondo re di Roma, come è noto, si incontrava con la ninfa Egeria, che gli impartiva quegli ammaestramenti grazie ai quali il sovrano aveva dato alla città appena fondata leggi, culti religiosi e costumi civili. I suoi sudditi, tuttavia, erano scettici al riguardo, e così Numa, per convincerli, avrebbe invitato a casa propria molti di loro e, dopo aver mostrato l’interno dal modesto arredamento e manifestamente sprovvisto dell’occorrente per imbandire un pranzo per molte persone, li avrebbe invitati tutti a cena; la sera costoro, trovando viceversa una casa lussuosamente arredata e tavolate ricolme di ogni genere di vivande, quali nessuno avrebbe potuto preparare neppure avendo a disposizione molto tempo, si sarebbero convinti del fatto che Numa godeva dell’amicizia di una dea: «presentò loro tappezzerie bellissime – così
Dionigi – e mense colme di nappi numerosi e brillanti, e cena per gl’invitati con tanta varietà d’ogni cibo, quanta non era facile a niuno di prepararne in gran tempo».
La somiglianza, come si vede, è impressionante (e per certi aspetti lo è ancor di più nella versione plutarchea, nella quale la ‘trasformazione’ avviene, miracolosamente, durante lo svolgimento del banchetto): come Marco Polo deve convincere i propri concittadini di essere davvero tornato dalla Cina, così Numa si trova a dover persuadere i suoi sudditi di aver davvero incontrato la ninfa
Egeria; e in entrambi i casi lo stratagemma prescelto è quello di un banchetto nel corso del quale, a sorpresa, viene rivelato ai convitati uno sfarzo che, già di per sé straordinario, diviene ancor più stupefacente se posto a confronto con l’immagine di ‘povertà’ – propria in un caso delle vesti, nell’altro della stessa casa destinata ad ospitare il banchetto – che lo aveva preparato.
Una simile coincidenza, è chiaro, non può essere casuale, al di là della matrice favolistica che si può ritenere comune ai due aneddoti. Ciò non significa che Ramusio – che d’altra parte riconduceva il racconto a una tradizione orale («per quello ch’io essendo giovanetto n’ho udito molte fiate dire dal clarissimo messer GasparoMalipiero, gentil’huomo molto vecchio et senatore di singular bontà et integrità [...] che riferiva d’haverlo inteso anchor lui da suo padre et avo, et d’alcuni altri vecchi huomini suoi vicini») – si sia ispirato direttamente all’episodio di Numa; si tratterà infatti, più verosimilmente, di reminiscenze diffuse e divenute per gradi, almeno in parte, inconsapevoli. E d’altro canto non per questo meno significative, al contrario: proprio il loro essere così ben mimetizzate nel mosaico della cultura insieme dotta e popolare del quale è espressione il passo ramusiano testimonia a ben vedere la pervasiva presenza della memoria classica nell’orizzonte culturale dell’Europa moderna.
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