Ci sono località che fanno venire in mente la fine del mondo, che sembrano insomma costituire il punto di passaggio tra l’ambiente che sentiamo nostro e l’incognito o il nulla. La parte settentrionale della penisola del Kutch, nello stato indiano del Gujarat, è, appunto, uno di quei luoghi. Il grande e il piccolo Rann sono nella stagione secca un deserto salato e in quella
umida una sterminata palude che si estende per migliaia di chilometri quadrati al confine con il Pakistan (inevitabile è la contesa sui confini tra questo paese e l’India che controlla comunque buona parte del Rann). Scarsissima la vegetazione, instabile e sempre mutevole il terreno, e nella stagione secca e in quella delle piogge, vi riescono a sopravvivere solo un tipo di
asini selvatici e, ai margini, popolazioni nomadi. Pochissime sono le strade, che occorre continuamente manutenere per impedirne il rapido deterioramento o addirittura lo sprofondamento. Difficile, come detto, immaginare qualcosa che possa sembrare più
inospitale di quel territorio.
Il centro più importante della regione ha per nome Bhuj, città di circa 140.000 abitanti, fondata nel 1510, un tempo fiorente quale centro carovaniero e di attività artigiane e oggi disastrata dal terribile terremoto che colpì la regione nel 2001.
Uno dei monumenti più significativi della città è il palazzo reale, il
Prag Mahal , costruito dal sovrano Rao Pragmalji II a partire dal 1865 su disegno dell’allora colonnello britannico
Henry Saint-Clair Wilkins, in stile gotico italiano. Il palazzo resta suggestivo, malgrado le tracce evidenti del sisma, e ha costituito il set di numerose pellicole cinematografiche. Chissà quanti visitatori italiani si sono però accorti che sul fianco sinistro di questo complesso, al di sopra di un arco, spiccano evidentissimi due medaglioni, uno raffigurante il re d’Italia
Vittorio Emanuele II e l’altro
Giuseppe Garibaldi. Poco lontano, nel giardino, un rilievo col leone di san Marco, con la tradizionale zampa poggiata sul Vangelo.
Testimonianze piccole e sconosciute, che ci riportano ad antichi connazionali, di cui le fonti conosciute riferiscono poche e vaghe notizie testimoniando che vennero compensati con monete d’oro, che arrivarono in quei luoghi per esibire la propria arte a poca distanza di tempo dalla proclamazione dell’unità del Regno. Costoro, fieri della propria identità, dovettero chiedere all’architetto e certamente anche al sovrano di poter celebrare in quel modo l’evento, gli eventi, anzi: l’unificazione del 1861 e la successiva annessione del Veneto nel 1866, che avevano cambiato la loro vita? Oppure semplicemente inserirono quegli elementi spacciandoli per pure decorazioni e questo potrebbe valere soprattutto per il leone marciano? In un caso o nell’altro, molto probabilmente solo per loro la cosa aveva un senso.
Un monumento al
Risorgimento italiano in un’area non solo lontana, ma ancor oggi sostanzialmente remota. Chissà quante altre simili tracce le manovalanze e gli artisti italiani hanno disperso nel mondo. Verrebbe da chiedersi quanti degli italiani attuali sarebbero in grado di riconoscerle. Ma speriamo non sia così: le celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione italiana sono state un indubbio successo.
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