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Cultura

19 giugno 2012

Una poetessa dimenticata: Caterina Franceschi Ferrucci

Francesco Ursini

Tra le molte voci poetiche dimenticate del nostro Ottocento che si vorrebbero richiamare dall’oblio è quella di Caterina Franceschi Ferrucci (1803-1887), educatrice e letterata divenuta così celebre in vita da meritare attestati di stima da parte di Leopardi e Manzoni, l’elezione a membro corrispondente dell’Accademia della Crusca (prima donna a

ricoprire tale ruolo) e persino una visita dell’imperatore del Brasile. Sebbene a darle notorietà siano stati innanzitutto gli scritti sull’educazione, e in particolare sull’educazione femminile, vale la pena riprendere in mano il volume di Prose e versi (Firenze, Successori Le Monnier, 1873), che può riservare anche qualche sorpresa ai lettori più attenti e curiosi.
Il libro, tutto permeato dell’intima familiarità che l’autrice intratteneva con gli autori classici, è aperto, dopo la dedica ai nipoti Filippo e Paolo Ferrucci, dalle Vite d’illustri bolognesi, cui segue più avanti una serie di Elogi, ma sono le Letture morali la parte certamente più vitale e interessante della sezione delle prose. La mendicante, L’esule, Santa Croce di Firenze o i grandi uomini, Libertà e religione: sono testi dal chiaro intento pedagogico e edificante, talora in forma di exempla, nei quali non mancano occasionali inserti di intonazione sapienziale.
Particolare interesse rivela, a una lettura meno superficiale, Il vecchio solitario, apologo in cui si narra l’incontro tra Alberto, un ricco giovane annoiato di tutto e della stessa vita, e un vecchio che vive da solo, isolato dal mondo, in una villetta sperduta tra i boschi: naturalmente il “buon vecchio” riuscirà, con l’esempio e l’ammaestramento, a guarire Alberto dal suo spleen: “Se vuoi pertanto recuperare la pace che tu hai perduto, intendi a ben conoscere il vero fine del viver nostro, e guarda che né il tuo ingegno nell’ozio s’indebolisca, né si corrompa il tuo cuore. Ama se vuoi essere amato, e cerca la compagnia di te stesso con quell’ardore con che cercasti gli svagamenti mondani. […] E quante volte sarai assalito dal tedio, tante risveglia dentro al tuo cuore gli affetti di carità, nulla potendo la noia in chi vive per fare il bene e si adopera ad alleviare le altrui sventure”.
Ma il racconto, a ben vedere, cela sotto sembianze narrative una vera e propria riscrittura di una delle Epistole a Lucilio di Seneca (9): il tema – il taedium vitae – è lo stesso, l’argomentare del personaggio che dà il titolo alla prosa è precisamente sovrapponibile a quello del modello senecano, e affatto sintonica è anche l’ispirazione sentimentale, per così dire, dei due testi. Coincidenze, si dirà. Non proprio: nel passo appena citato, il vecchio solitario dice al giovane bisognoso dei suoi insegnamenti: “Ama se vuoi essere amato”, citazione inequivocabile del celebre si vis amari, ama di Seneca, che – guarda caso – è proprio nell’epistola in questione. Il racconto si rivela in tal modo un esempio davvero notevole di rifacimento in forma narrativa, per fini educativi, di un testo classico, a segnare una felice fusione delle molte anime di Caterina Franceschi Ferrucci, che fu studiosa e traduttrice degli autori latini, scrittrice, educatrice.
Tra le poesie, di cui fanno parte anche cinque inni (al Sole, all’Armonia, alla Morte, alla Provvidenza, alla Terra), si legga la chiusa della canzone, del 1856, In morte di Ebe e Ada Benini, nella quale l’autrice immagina che dal cielo le due fanciulle, “l’una e l’altra angioletta”, rivolgano al padre, afflitto per la loro perdita, queste parole:
 

                                               Deh! perché sì ti duole
                                               della nostra partita?
                                               Di noi non pianger, no! Sogno fugace,
                                               anzi l’ombra del sogno è nostra vita:
                                               qui è secura letizia, eterna pace:
                                               qui al di sopra del sol, sopra le stelle,
                                               noi nel grembo di Dio siamo più belle.

 

“Sogno fugace, / anzi l’ombra del sogno è nostra vita”: questi versi, al di là della comune ascendenza pindarica (“sogno d’ombra, / l’uomo”), sono il modello diretto di una delle più note e amate espressioni carducciane, quel “Contessa, che è mai la vita? / È l’ombra d’un sogno fuggente” con il quale Jaufré Rudel, in punto di morte, prende commiato dalla contessa Melisenda di Tripoli, di cui si era innamorato de lohn, nel finale della romanza eponima, composta nel 1888.
Sembra impossibile? Eppure si faccia attenzione: l’oggetto della metafora è lo stesso (“nostra vita”, “la vita”); il “sogno” è definito in un caso “fugace”, nell’altro “fuggente”; persino il contesto è identico: in entrambi i componimenti il momento del passaggio dalla vita alla morte induce a prendere coscienza della vanità della vita terrena. Ma Carducci – si dirà – conosceva questi versi? Certamente, se pochi anni più tardi, sulla Nazione del 14 novembre 1861, formulava l’auspicio di veder pubblicate in una raccolta le poesie di Caterina Franceschi Ferrucci.
Sono solo due esempi delle sorprendenti parentele letterarie che possono rivelarsi a chi sfogli le pagine di questo libro dimenticato ma da recuperare e riscoprire, preziosa e ancora vitale testimonianza della personalità e dell’arte di una figura comunque di notevole rilievo nella cultura italiana dell’Ottocento.

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