Tra le molte voci poetiche dimenticate del nostro Ottocento che si vorrebbero richiamare dall’oblio è quella di Caterina Franceschi Ferrucci (1803-1887), educatrice e letterata divenuta così celebre in vita da meritare attestati di stima da parte di Leopardi e Manzoni, l’elezione a membro corrispondente dell’Accademia della Crusca (prima donna a
Deh! perché sì ti duole
della nostra partita?
Di noi non pianger, no! Sogno fugace,
anzi l’ombra del sogno è nostra vita:
qui è secura letizia, eterna pace:
qui al di sopra del sol, sopra le stelle,
noi nel grembo di Dio siamo più belle.
“Sogno fugace, / anzi l’ombra del sogno è nostra vita”: questi versi, al di là della comune ascendenza pindarica (“sogno d’ombra, / l’uomo”), sono il modello diretto di una delle più note e amate espressioni carducciane, quel “Contessa, che è mai la vita? / È l’ombra d’un sogno fuggente” con il quale Jaufré Rudel, in punto di morte, prende commiato dalla contessa Melisenda di Tripoli, di cui si era innamorato de lohn, nel finale della romanza eponima, composta nel 1888.
Sembra impossibile? Eppure si faccia attenzione: l’oggetto della metafora è lo stesso (“nostra vita”, “la vita”); il “sogno” è definito in un caso “fugace”, nell’altro “fuggente”; persino il contesto è identico: in entrambi i componimenti il momento del passaggio dalla vita alla morte induce a prendere coscienza della vanità della vita terrena. Ma Carducci – si dirà – conosceva questi versi? Certamente, se pochi anni più tardi, sulla Nazione del 14 novembre 1861, formulava l’auspicio di veder pubblicate in una raccolta le poesie di Caterina Franceschi Ferrucci.
Sono solo due esempi delle sorprendenti parentele letterarie che possono rivelarsi a chi sfogli le pagine di questo libro dimenticato ma da recuperare e riscoprire, preziosa e ancora vitale testimonianza della personalità e dell’arte di una figura comunque di notevole rilievo nella cultura italiana dell’Ottocento.
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