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Cultura

14 maggio 2012

Adozioni ai gay, ma solo a coppie non sposate

Massimo Faggioli

La pubblica presa di posizione di Obama a favore del “same sex marriage” segna il punto finale della “evoluzione” del presidente su una questione che lo ha visto, nel corso della sua carriera politica, muoversi dal terreno delle “unioni civili” per i gay fino ad appoggiare il diritto al matrimonio per gli omosessuali. Questa è la questione-simbolo

per il dibattito sul futuro della società americana perché intreccia il discorso sui diritti dell’ultima delle minoranze trasversali tra generazioni e classi sociali e il discorso sulla famiglia, cellula fondamentale di un paese, l’America, in cui domina la “società” e l’idea di “Stato” è talmente debole da essere identificato, nel linguaggio comune, con government. Ma ha colpito la reazione dell’avversario politico di Obama, il candidato repubblicano Romney, che ha affermato di essere contrario al matrimonio gay ma favorevole all’adozione da parte delle coppie gay – che a suo avviso dovrebbero poter adottare senza poter essere sposate.
Si tratta di una goffa reazione ad un annuncio che pone il Partito repubblicano nell’angolo di quanti appaiono recalcitranti a percepire il terreno che si sposta da sotto i piedi della politica e della legislazione. Consapevole che il compasso morale degli americani si sta velocemente spostando secondo un arco simile a quello di Obama, il partito repubblicano ha reagito non sul piano della sostanza della presa di posizione del presidente (che non ha effetti legislativi immediati), ma sui suoi elementi accidentali. I repubblicani tentano infatti di stare alla larga della questione, per non irritare l’ala religiosa e social-conservative del partito e non antagonizzare la fetta crescente della popolazione americana (specialmente tra i giovani) favorevole ai diritti matrimoniali per i gay. Di recente, le dimissioni di Richard Grenell, uno dei più importanti consiglieri della campagna elettorale di Mitt Romney a motivo del suo orientamento sessuale, testimonia l’indisponibilità del mormone politicamente più importante d’America a prendere su questa questione una posizione diversa da quella “tradizionale” http://www.esquire.com/blogs/politics/richard-grenell-fired-8534269 .
In secondo luogo, quella di Romney sembra la reazione tipica di una cultura americana che tende sempre più ad assegnare o riconoscere diritti in un modo che rispecchia le relazioni di potere così come esse sono, senza interrogarsi su come questi nuovi diritti possano e debbano mutare di segno le relazioni di potere, quelle che rendono effettivi i diritti. Negare il diritto di sposarsi ad una coppia che poi si vorrebbe capace di adottare potrebbe ostacolare la creazione di un nucleo familiare stabile per il minore da adottare: dal punto di vista affettivo, ma anche da quello giuridico, economico (la questione grave della copertura dell’assicurazione sanitaria), previdenziale, ereditario. Per le adozioni interne, negli Stati Uniti, non serve molto (nulla, a confronto di quello che viene richiesto in Italia), e sono facilmente fruibili tanti altri surrogati come le gravidanze su commissione, ecc. Dal punto di vista delle adozioni internazionali, poi, è noto che questo paese non ha ratificato la Convenzione dell’Aja http://adoption.state.gov/hague_convention/countries.php rendendo molto, troppo facili questo genere di adozioni. Basta poco, denaro soprattutto, per adottare, e la mancanza di regole negli Stati Uniti ha finito col costituire da elemento corruttivo in molti paesi del mondo che affidano i bambini all’adozione internazionale. Alla sacralizzazione del matrimonio non corrisponderebbe insomma analogo atteggiamento nei confronti del rapporto genitori-figli all’interno dell’istituto dell’adozione. Si tutelerebbe il matrimonio, insomma, più che il minore adottato.
Infine, la risposta di Romney rivela il disagio del candidato mormone a misurarsi col presidente Obama sul terreno dei valori sociali quando essi sono pericolosamente vicini a riferimenti di tipo religioso. Romney è mormone, membro di una religione, quella della “Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni”, che sulla questione omosessuale ha una posizione pubblica che potrebbe assomigliare a quella ufficiale della chiesa cattolica (gli atti omosessuali sono moralmente cattivi, ma gli omosessuali vanno accettati), ma che dal punto di vista sociale ancora impone un giudizio teologico-morale forte (più forte di quello che si può vedere nelle chiese cristiane storiche) su quanti non si sposano e non procreano. Il terreno religioso è l’ultimo sul quale Romney, membro di una minoranza a lungo perseguitata negli Stati Uniti, vuole misurarsi con un cristiano come Barack Obama, sia pure sui generis (come la gran parte degli americani). Ma una presa di posizione come quella di Romney è destinata ad infastidire altri oppositori del matrimonio gay, come i vescovi cattolici, che sulla libertà della charities cattoliche di non dare bambini in adozione a coppie gay hanno recentemente mosso guerra all’amministrazione Obama e a quelle locali in nome della “libertà religiosa” http://www.usccb.org/issues-and-action/religious-liberty/our-first-most-cherished-liberty.cfm.
In questa reazione di Romney si vede che la “questione mormone” è ancora in sonno, ma tende ad emergere in superficie su queste questioni sociali-teologiche: essa non si presta, per molti motivi, ad essere arruolata nella cultura sociale del Partito repubblicano di oggi. È sempre più problematico nell’America contemporanea l’utilizzo dei “Judeo-Christian values” http://www.nytimes.com/2012/05/13/us/politics/romney-woos-evangelicals-treading-lightly-on-gay-marriage.html?_r=1&hp – assieme alla bomba atomica, uno dei residuati della Guerra Fredda.

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