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Cultura

07 maggio 2012

Il dio mercato

Massimo Faggioli

“The business of America is business”, secondo il trentesimo presidente degli Stati Uniti, Calvin Coolidge (1923-1929). Da allora l’idea che del business hanno gli americani è cambiata non di poco, fino ad assumere i tratti di una pratica religiosa all’interno di quella fede chiamata capitalismo. Negli Stati Uniti, oggi, la bestemmia più grave non è contro la divinità ma contro le capacità salvifiche del libero mercato, in un clima culturale che ricorda per certi versi quello dell’ideologia di Stato dei tempi della guerra fredda.

Una possibile radice della fideizzazione del pensare economico dell’americano medio sta forse nel fatto che l’America è il paese più religioso tra i tutti i paesi occidentali. Dal punto di vista delle teorie economiche, una delle spiegazioni più in voga, retaggio della guerra fredda, è legata alla superiorità del capitalismo sul sistema comunista. Ma una spiegazione più interessante giunge da David Rothkopf, amministratore delegato e editor di Foreign Policy, e già viceministro dell’amministrazione Clinton per il commercio estero. Nell’articolo pubblicato sulla rivista Foreign Policy intitolato “Inside Big Power”, e nel libro Power, Inc.: The Epic Rivalry Between Big Business and Government--and the Reckoning That Lies Ahead, Rothkopf afferma che attualmente è in corso una lotta di tipi diversi di capitalismo, e che il capitalismo americano è solo una versione del capitalismo, in cui alcuni ricchissimi cittadini sono diventati “Supercitizens” e alcuni Stati del mondo, soggetti al dominio delle multinazionali, sono diventati “Semistates”, grazie alla rinuncia della politica (nazionale e globale) a regolamentare il business. Questo è alla radice della crescita delle ineguaglianze economiche, ad un livello senza precedenti, all’interno degli Stati Uniti.
Il parallelo tra fede religiosa e fede economica si addice a questa analisi. Rothkopf traccia la storia della relazione tra Stato e mercato e afferma che per comprendere questa relazione bisogna metterla in parallelo con il conflitto tra Chiesa e Stato tra il secolo XI e l’età moderna. Durante gli ultimi trent’anni, afferma Rothkopf, abbiamo adottato l’idea che politica e mercato sono alleati: libertà in uno significava anche libertà nell’altro. Il risultato è l’emergere di una supremazia del business all’interno dei due partiti politici americani, con un’agenda legislativa di liberalizzazioni e deregulation. Dal punto di vista della cultura religiosa, va notato che questo spostamento di equilibri di potere dallo Stato al business è stato accompagnato, negli ultimi trent’anni almeno, da uno spostamento di attenzione da parte del cristianesimo in America verso il cosiddetto “prosperity gospel”: il Vangelo della prosperità, che invita i fedeli ad arricchirsi come modo di rendere gloria a Dio.
Questo non sorprende in un paese come gli Stati Uniti, in cui tutte le religioni e le confessioni (cattolicesimo compreso) hanno assorbito il sostrato calvinista che risale ai Padri Pellegrini. Quello che invece sorprende è vedere la progressiva scomparsa, dall’attenzione delle chiese storiche più ricche di tradizione e meno esposte allo “spirito del tempo”, di un’attenzione al problema dell’uguaglianza, se non altro eguaglianza di opportunità. Sono rimasti in pochi a denunciare il regime plutocratico, come la rivista dei cattolici liberal americani Commonweal. Il problema, infatti, non è solo etico e sociale, ma anche teologico. Se la lotta tra Chiesa e Stato nel basso medioevo fu il preludio alla separazione tra Chiesa e Stato, la lotta attuale tra Stato e mercato sta avendo un effetto sull’equilibrio dottrinale delle chiese americane, che hanno sposato il mercato in un modo sempre più acritico: tanto che qualcuno ha iniziato a parlare di una nuova eresia “americanista” all’interno del cattolicesimo americano dimentico della propria dottrina sociale http://commonwealmagazine.org/more-relic. I recenti richiami dei vescovi americani ai nuovi “profeti” del dio mercato sono un atto di resipiscenza tardivo quanto benvenuto http://www.washingtonpost.com/opinions/paul-ryans-faith-based-lesson/2012/04/27/gIQAH76TlT_story.html?hpid=z2. Forse non tutto è perduto.

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