Un ponte naturale fra Europa ed Asia, la propaggine sud-orientale del “Mondo dei liberi” in contrapposizione al moloch totalitario sovietico, un alleato geostrategicamente fondamentale negli equilibri bipolari: così era percepita la Turchia negli anni della “rigidamente precaria” contrapposizione in blocchi. Lo Stato anatolico come terra di confine, snodo cruciale
nell’intricato “risiko geopolitico” della Guerra Fredda: un ruolo a cui la Turchia si era progressivamente abituata. A poco più di vent’anni dalla fine di quelle logiche, lo scenario è mutato profondamente:
Ankara non è più una pedina – per quanto decisiva – del gioco bipolare che riguardava principalmente altri attori; è essa stessa attore geopolitico di grande rilevanza. L’accentuato multipolarismo che ha caratterizzato l’era “post-americana” iniziata con il lento declino dell’iperpotenza democratica ha reso ancora più tangibile il vuoto di potere creatosi nel delicato scacchiere medio-orientale già dopo la disgregazione dell’Urss. Ed è qui, come in altre aree, che la nuova Turchia intende far valere la sua “profondità strategica” e proporsi come grande egemone regionale. Non più – o comunque non solo – attore determinante per la geostrategia occidentale, ma protagonista sul palcoscenico globale.
Con l’avvento al potere nel 2003 di
Recep Tayyip Erdogan, il volto della Turchia è cambiato radicalmente, sia entro i suoi confini che nelle relazioni internazionali. L’eredità kemalista, che pur dovrebbe ancora rappresentare il substrato teorico-politico della laicità dello Stato turco, è stata incisa nella sua carne viva, in uno dei pilastri fondamentali su cui il regime di Ankara si è a lungo fondato: l’esercito. Le forze armate, “custodi” della laicità anche attraverso il poco ortodosso metodo del colpo di Stato in odore di eventuale deriva islamista, hanno visto ridimensionato il loro potere e nel braccio di ferro ingaggiato, il primo ministro Erdogan ha finora avuto la meglio. Non sono addirittura mancati arresti eccellenti fra gli alti gradi dell’esercito – qualcosa di inimmaginabile fino a dieci anni fa - nell’ambito del caso Ergenekon sul presunto golpe ordito contro il governo di Erdogan, che ha ovviamente negato qualsiasi ingerenza nella questione.
In politica estera invece, la rivoluzione ha il nome ed il volto di Ahmet Davutoglu, professore di relazioni internazionali ad Istanbul, per alcuni anni consigliere personale di Erdogan e dal 2009 Ministro degli Esteri di Ankara. Alternando paradigmi fondati su un lucido pragmatismo a teoremi nei quali riecheggia un temerario revanscismo pan-turco e neo-ottomano, Davutoglu ha lanciato un messaggio chiaro: la Turchia non può – né tanto meno vuole – essere soltanto una cerniera geopolitica nel quadro di equilibri di potenza che non la vedano giocare un ruolo di primo piano. “A questo punto – ha scritto nel 2010 - il Mondo si aspetta grandi cose dalla Turchia, e noi siamo pienamente consapevoli della responsabilità di delineare un’attenta politica estera”. È quanto traspare del resto dalle pagine di
Profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia, l’imponente volume che l’accademico Davutoglu pubblicò nel 2001 e che rappresenta l’imprescindibile punto di partenza per comprendere il “Davutoglu pensiero” come ministro degli Esteri. Sotto questo profilo, il fatto che nessuno si sia premurato di tradurre l’opera in lingua inglese è un handicap grave per le diplomazie occidentali. Il professor Davutoglu individua otto aree nelle quali lo Stato anatolico dovrebbe esercitare la propria influenza:
Balcani, Mar Mediterraneo, Mar Nero, Mar Caspio, Caucaso, Medio-Oriente, regione del Golfo Persico, Asia Centrale turcofona. Eredità storiche e culturali, analisi geopolitiche che spesso spaziano dal rigore scientifico alla dimensione storico-ideologica per sconfinare talvolta in un’affascinante ma discutibile “mistica pan-turca”, richiami al concetto di potere nelle sue varie sfaccettature (Davutoglu propone anche una “equazione della potenza”) si mescolano in un saggio che non può essere ignorato se si vuole capire la politica di Ankara fuori dai confini anatolici, in particolare nelle aree di crisi che rientrano nello spazio d’influenza turca delineato da Davutoglu. Il ministro degli Esteri ha poi puntualizzato: “L’unicità demografica della Turchia influenza le scelte di politica estera. In Turchia ci sono più bosniaci che in Bosnia, più albanesi che in Kosovo, più ceceni che in Cecenia, più abkhazi che nell’Abkhazia georgiana… I conflitti nelle aree di crisi hanno effetti su quelle popolazioni e dunque un impatto diretto sulla politica interna turca”. Quasi a dire che, anche se volesse, la Turchia non potrebbe rinunciare ad esercitare il ruolo di potenza regionale nei vicini fronti instabili.
Spesso la politica estera di Davutoglu viene associata al famoso motto “zero problemi con i vicini”, che lo stesso ministro ha definito
“uno dei princìpi operativi della diplomazia turca”. E se da una parte il quotidiano turco in lingua inglese
Today’s Zaman ha ironizzato parlando di “zero vicini senza problemi” facendo riferimento ai terremoti geopolitici che lambiscono i confini turchi, dall’altra non si può negare che i rapporti fra la Turchia e molti dei suoi vicini siano migliorati: si è registrata una distensione con lo storico nemico greco, Turchia, Siria ed Iran sono a lungo andate d’amore e d’accordo, i rapporti bilaterali con la Russia si sono notevolmente intensificati, si è persino cercato di aprire un canale di dialogo con l’Armenia, in contrasto con lo Stato anatolico per il mancato riconoscimento del genocidio perpetrato durante la Prima Guerra Mondiale e per l’appoggio fornito agli azeri in Nagorno-Karabakh. Sono invece peggiorati i rapporti con Israele, soprattutto dopo l’intervento israeliano sulla
Mavi Marmara, nave che batteva bandiera turca ed era diretta verso
Gaza. L’Occidente guarda con preoccupazione a tale situazione, ma la Turchia ha guadagnato crediti presso l’opinione pubblica medio-orientale, anche per il convinto sostegno che ha deciso di offrire alla causa palestinese.
Nei tumulti della “
Primavera araba”, la Turchia ha cercato di proporsi come modello di riferimento per la ricostruzione politico-istituzionale dopo la cacciata dei dittatori. Molti analisti politici hanno spiegato che Ankara è percepita come il luogo dove democrazia, sviluppo ed
Islam convivono e si rafforzano reciprocamente e questo gioca a favore dello Stato anatolico e del suo Primo Ministro Erdogan. La partita siriana è sicuramente quella più complessa, per il ginepraio di interessi geopolitici in ballo: sul fronte di Damasco si è infatti incrinata quell’alleanza fra Ankara e Teheran fondata sulla partnership energetica e consolidatasi con la difesa turca delle ambizioni nucleari iraniane.
Aḥmadīnizhād continua a sostenere Assad, Erdogan ha invece preso le parti dei ribelli: il primo ministro turco sa bene infatti che un’eventuale deposizione del dittatore siriano – caldeggiata anche dall’Arabia Saudita – lascerebbe l’Iran pressoché senza alleati in Medio-Oriente (Aḥmadīnizhād sta puntando su un’intensificazione delle relazioni con l’Iraq sciita) e darebbe una grossa mano alla Turchia nell’ottica di una possibile egemonia nella regione, anche se gli scenari sono ancora troppo intricati per capire quali saranno gli esiti finali.
Davutoglu ha riconosciuto che “l’importante ruolo regionale della Turchia ha creato tensioni fra le alleanze strategiche esistenti e le nuove responsabilità assunte”, ma ha aggiunto che questo non deve preoccupare l’Occidente. La Turchia può contemporaneamente essere alleata degli Usa e dell’Europa, mantenere buoni rapporti con la Russia ed essere protagonista nei fronti caldi dell’instabilità geopolitica. Davutoglu la chiama “politica estera multidimensionale”, ossia un modo per far coesistere le vecchie alleanze e la teorizzata
profondità strategica, anche se parzialmente ridimensionata rispetto alle originarie ambizioni neo-ottomane.
E dare così vita ad una
geopolitica autenticamente turca.
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