Pietroburgo e Mosca contro il “presidente-zar”, alcune ragazze con il volto coperto da un passamontagna entrano nella Cattedrale moscovita di Cristo Salvatore ed intonano una “canzone-preghiera” punk. Non confidando in un esito positivo delle consultazioni elettorali, le attiviste invocano nel testo del loro brano un aiuto dall’alto dei cieli: se il popolo russo non può sbarazzarsi di Putin, non rimane che sperare nella Madonna. Ma le Pussy riot non si fermano qui; sono un fiume in piena e non risparmiano neanche il patriarca della Chiesa ortodossa russa Cirillo I, reo di “credere più in Putin che in Dio”. La registrazione della performance fa il giro del web – e quindi del mondo – ed immortala l’attacco frontale contro le due “istituzioni” più importanti della Russia: Vladimir Putin, oramai sempre più “istituzione in sé” al di là degli incarichi ricoperti; e la Chiesa ortodossa, che fila d’amore e d’accordo con l’inquilino del Cremlino ed è arrivata recentemente a definirlo “un dono del cielo”. La reazione del patriarca Cirillo I è giunta un mese dopo il misfatto, ad elezioni oramai concluse, e le sue parole sono state di inappellabile condanna: “Non esiste futuro se i luoghi sacri vengono profanati e se la profanazione viene giudicata positivamente da qualcuno e vista come una giusta forma di protesta politica, un’azione appropriata o uno scherzo innocente”. Un messaggio che suonava come un caloroso invito ai giudici – o meglio al succitato “dono del cielo” – a mostrarsi inflessibili e a comminare una punizione esemplare verso chi si era macchiato di “teppismo a sfondo religioso”. Putin, certamente non balzato agli onori della cronaca per la sua tolleranza nei confronti dei dissidenti politici, pareva tuttavia preso fra due fuochi: da un lato, le pressioni della Chiesa ortodossa e l’offensiva lanciata nei suoi confronti a ritmo di punk rock lo inducevano ad usare il pugno di ferro; dall’altro, il timore di compromettere ulteriormente la sua immagine internazionale gli consigliava di usare prudenza e di adottare un approccio più soft. Di qui il compromesso: l’auspico era che i giudici – assolutamente indipendenti e non influenzabili, non si facciano pensieri maliziosi – si mostrassero clementi ed optassero per una pena leggera. Detto, fatto: le tre ragazze arrestate sono state condannate il 16 agosto a due anni di reclusione, quando ne rischiavano sette. Dall’Occidente si sono immediatamente levate le critiche: l’ambasciatore americano a Mosca ha parlato di “sentenza sproporzionata” e l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea, ha definito la condanna “profondamente inquietante”. Commenti dello stesso tenore sono arrivati dalla cancelleria di Berlino e da Parigi, mentre la Casa Bianca ha avanzato dei dubbi sul sistema giudiziario russo pur riconoscendo che la protesta inscenata dalle Pussy riot può aver urtato la sensibilità dei credenti. Sostegno alle attiviste è arrivato anche da moltissimi artisti e cantanti, da Madonna, a Yoko Ono, a Sting, a Paul McCartney. In Russia, invece, l’opinione pubblica appare divisa: una cospicua fetta della popolazione, pur riconoscendo tutti i limiti del regime, si è infatti sentita profondamente ferita da un gesto percepito come “atto di violenza” verso un luogo sacro piuttosto che come eclatante manifestazione di dissenso. Addirittura, nel Paese non sono mancati i rimbrotti verso un Occidente sempre pronto a puntare il dito contro Putin, quando la condanna avrebbe in realtà soltanto motivazioni di carattere religioso. D’altro canto, il 19 per cento della popolazione intervistata per un sondaggio del Centro Studi “Levada”, è convinto che la sentenza sia esclusivamente politica, il 17 per cento ritiene che il processo non sia stato equo ed un robusto 43 per cento giudica comunque la pena comminata eccessiva. Importanti vertici della Chiesa ortodossa, immediatamente dopo la condanna, hanno però annunciato un tardivo perdono verso le cantanti: il loro gesto rimaneva pur sempre un sacrilegio che ha urtato i sentimenti di milioni di credenti, ma si chiedeva “clemenza entro i limiti previsti dalla legge” e si precisava che “la Chiesa aveva perdonato le tre ragazze sin dall’inizio”. Nel frattempo, è stato dato l’annuncio che altre due componenti del gruppo Pussy riot sono ricercate dal Cremlino, si troverebbero in un Paese che non ha accordi di estradizione con Mosca e sarebbero pronte a reclutare altre attiviste femministe per continuare la protesta. Protesta che avrebbe esclusivamente finalità politiche e non sarebbe affatto legata ad una dimensione religiosa, come le stesse Pussy riot hanno voluto precisare stigmatizzando il comportamento di alcune loro sostenitrici che hanno abbattuto una croce monumentale a Kiev e sono state emulate da altre simpatizzanti in due regioni della Russia. Ed è sulla crudezza delle manifestazioni di dissenso e sui loro risvolti che alcuni studiosi hanno chiamato a riflettere anche l’Occidente. Sul New York Times, l’analista Vadim Nikitin ha scritto, con intento chiaramente provocatorio, che “l’uso dei dissidenti politici per guadagnare punti contro il regime russo è pericoloso come adottare una tigre come animale domestico: non importa quanto addomesticate possano sembrare, sono pur sempre spiriti liberi”. Il seguito è facilmente intuibile: estremizzando i termini del suo ragionamento, Nikitin arriva alla conclusione che la prossima “vittima” del dissacrante dissenso delle “anarchiche ed anticapitaliste” Pussy riot potrebbe essere proprio quell’Occidente che oggi difende il loro inalienabile diritto alla libertà di espressione. In quel caso, il sostegno alla loro causa sarebbe ugualmente compatto? Altri commentatori sono invece rimasti ancorati ad una dimensione meno ipotetica e molto più realistica: di fronte ad equilibri geopolitici così precari, con un’Europa in gran parte dipendente energeticamente dalla Russia e con Mosca a giocare un ruolo cruciale sul tavolo internazionale della crisi siriana, quanto conviene provocare Putin e riservargli il consueto biasimo per aver instaurato un regime autocratico? Tanti sono in pronti a scommettere che lo scandalo Pussy riot occuperà le pagine dei giornali ancora per poche settimane e poi finirà nell’oblio sacrificato sull’altare della realpolitik. Tutto sommato, anche i duri suoni del punk rock possono diventare leggero sottofondo semplicemente se si abbassa il volume.
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