Il generale Carl von Clausewitz ha scritto che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, sottolineando come la contrapposizione bellica sia in continuità e non in rottura con l’agire politico. Del resto le parole pòlemos e politiké, che in greco antico significavano “guerra” e “politica”, avevano la medesima radice.
Essendoci illusi di vivere nell’epoca che avrebbe
abolito la guerra, avevamo dimenticato la profonda interconnessione fra i due fenomeni, ma il conflitto che sta dilaniando la Siria sembra quasi volercela ricordare.
Kofi Annan si è arreso ed ha rimesso nelle mani di Onu e Lega Araba il suo mandato di inviato speciale: troppo nette le fratture, troppo avanzato il conflitto per pensare che la rivalità fra le fazioni potesse essere risolta con una pseudo-conferenza di pace ed una stretta di mano fra Assad e i ribelli.
Sullo sfondo della guerra civile, si articola poi la competizione fra le potenze regionali desiderose di aumentare la loro influenza nell’area medio orientale.
Arabia Saudita, Qatar e Turchia sono oramai apertamente schierate a favore dell’Esercito Libero Siriano, che supportano economicamente e logisticamente. Desta sorpresa il fatto che la dinastia dei Saud, alla guida di un paese in cui il consiglio consultivo di nomina regia è l’istituzione più simile ad un’assemblea rappresentativa, abbia così a cuore la democratizzazione della Siria; ma ipotizzando che così nobili sentimenti alberghino nella coscienza del quasi novantenne re Abd Allah, diventa poi inspiegabile la decisione saudita di fornire ai monarchi del Bahrein i carri armati per reprimere le proteste popolari del marzo 2011.
La logica crudele del ragionamento geopolitico ci induce a pensare che Riyad, da tempo impegnata in una lotta di contenimento dell’espansionismo iraniano in Medio Oriente, sia soprattutto interessata ad un cambiamento dello status quo nella regione: far cadere il regime alawita-sciita di Bashar al-Assad farebbe mancare la terra sotto i piedi all’Iran, che ha nella Siria (paese a maggioranza sunnita) l’unico alleato storico nell’area e che grazie al sodalizio con Damasco mantiene un accesso privilegiato al Mediterraneo e può proiettarsi verso il Libano, dove il regime degli
ayatollah finanzia copiosamente
hezbollah.
Viceversa, l’instabilità nel vicino Bahrein sciita retto da una monarchia sunnita come quella dei Saud, non è vista di buon occhio a Riyad, che si è sempre dimostrata pronta a calmare i bollenti spiriti della ribellione a Manama. Resterà ora da capire come i petromonarchi sauditi convivranno con questo “disturbo bipolare” della loro personalità geopolitica e soprattutto come potranno mettere a tacere le richieste di un regime meno opprimente che, anche se ancora allo stadio embrionale, stanno prendendo sempre più corpo all’interno dei confini sauditi. In fondo, perché quel che vale a Damasco non dovrebbe valere a Riyad?
Il dinamico e ricchissimo Qatar, invece, sembra voler emergere come protagonista regionale dopo anni di politica estera anonima. Secondo la studiosa della regione del Golfo Jane Kinninmont, il Qatar avrebbe fiutato un trend che ritiene vincente e ha deciso di sostenerlo, prima appoggiando i rivoluzionari in Libia ed ora sostenendo i ribelli siriani. Quanto questa strategia potrà avere successo ed influenzerà i rapporti fra Doha e i suoi vicini, sarà il tempo a dirlo.
Gli equilibri regionali interessano anche alla Turchia, che dall’inizio del “sultanato” di Erdogan ha chiare ambizioni di egemonia regionale sul Medio Oriente in contrasto con le aspirazioni “uguali e contrarie” di Teheran. Sotto questo profilo, la strategia adottata da Ankara in Siria non appare molto diversa da quella saudita, ma la matassa geopolitica che lo stato anatolico è chiamato a sbrogliare è molto complicata: innanzitutto, nelle ultime settimane il flusso di siriani in uscita dal proprio paese si è intensificato e la principale meta di destinazione è la Turchia. Ankara ha assicurato che accoglierà i profughi in cerca di rifugio e protezione, ma ha comunque chiuso i valichi di frontiera con la Siria per “motivi di sicurezza”.
Assai spinosa è poi la questione curda: Assad ha abilmente evitato di inimicarsi la minoranza curdo-siriana nell’ultimo anno di tumulti e di fatto il Kurdistan siriano è ormai nelle mani degli autoctoni, che hanno vanamente aspettato una mano tesa da parte dei ribelli. L’auspicio era che l’Esercito Libero Siriano avviasse una trattativa per definire il futuro status delle regioni del paese a maggioranza curda e si mostrasse disponibile alla concessione di ampie autonomie; ma aperture in tal senso non si sono registrate.
La fazione anti-Assad sa bene che il prezioso alleato turco non accetterebbe alcuna elargizione verso il Pyd, importante attore politico nella Siria nord-orientale, ma braccio siriano del Pkk e per questo guardato con estrema diffidenza ad Ankara. In un incontro con il Presidente del Kurdistan iracheno Massoud Barzani, il ministro degli esteri turco Davutoglu ha voluto mettere in guardia tutti gli interlocutori interessati: un rafforzamento del potere politico di chi è considerato “terrorista” non sarà ammesso dalla Turchia, che sarebbe addirittura pronta ad un intervento militare in Siria se i confini anatolici fossero minacciati.
I due principali alleati internazionali di Assad, dal canto loro, rimangono irremovibili sulle originarie posizioni: il presidente russo Putin continua a difendere lo status quo ed ha osservato che la deposizione del dittatore alawita determinerebbe una pericolosa destabilizzazione di tutta la regione. Oltre ad avere interesse a mantenere gli accordi politici ed energetici con gli attuali vertici del regime, il Cremlino teme che i pollini della rivoluzione possano essere portati dal vento sia nel vicino Caucaso russo, dove la ferita cecena potrebbe riaprirsi, che nelle piazze di Mosca e San Pietroburgo, dove i giovani russi si sono già riversati agli inizi dell’anno per protestare contro l’autocrazia dello zar Vladimir pronto a ritornare presidente dopo l’interregno di Medvedev.
Anche l’Iran, dopo la proposta di Kofi Annan di giocare un ruolo strategico nel processo di mediazione politica fra le fazioni, è tornato a spalleggiare Assad: evidentemente, il ruolo di paciere non si addice al regime degli
ayatollah.
Nel frattempo, il conflitto ha raggiunto le città di Damasco ed Aleppo, dove i lealisti hanno concentrato i loro sforzi: l’obiettivo sembra essere quello di evitare che la capitale politica ed il principale centro economico del paese cadano nelle mani degli insorti. Dopo una prima fase a favore dei ribelli, i fedelissimi del regime hanno riconquistato terreno ed espugnato alcune delle roccaforti degli avversari, come il quartiere Seyf ad Dawla ad Aleppo. Il conflitto pare oramai nella sua fase più drammatica, quella che non prevede vie d’uscita se non attraverso la vittoria di una fazione e la definitiva sconfitta dell’altra. Nessuno ha più il coraggio di negare che siamo di fronte ad una guerra civile e addirittura Kenneth Pollack del Brookings Institution si è spinto ad affermare che la situazione siriana è sempre meno vicina agli esempi della Primavera araba e sempre più accostabile ai Balcani degli anni ’90. L’impressione è che anche una eventuale deposizione di Assad non determinerebbe la cessazione delle ostilità, perché con margini di negoziazione politica praticamente inesistenti, gli alawiti continuerebbero a combattere per rimanere al comando anche senza un membro della famiglia Assad al vertice della piramide.
Intanto, gli Usa hanno aperto alla possibilità di una no-fly zone nella speranza che questa possa servire ad accelerare la caduta del regime, ma Obama non pare intenzionato ad interventi più incisivi in piena campagna elettorale.
Il dramma siriano così continua, e la sua soluzione pare ancora lontana.
E chiedersi se Clausewitz avesse ragione sulla guerra come continuazione della politica o se essa non rappresenti piuttosto la negazione stessa della politica, ha poco senso di fronte alle migliaia di cadaveri coperti dalla polvere e agli occhi pieni di lacrime dei bambini siriani che sembrano chiedersi e chiederci il perché di tutto questo
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