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Geopolitica

01 agosto 2012

Il caso (geo)politico di Ye Shiwen

Vincenzo Piglionica

La rivalità fra Stati Uniti e Cina è tornata ad accendersi. Questa volta però, Pechino non ha rifiutato di rivalutare lo yuan come chiede Washington, né gli Usa hanno dato ospitalità ad un attivista cinese per i diritti umani come Cheng Guangcheng. Le acque della discordia non sono quelle dell’Oceano Pacifico di cui i due Paesi si contendono il controllo, bensì quelle “insospettabili” della piscina olimpica di Londra.

Sabato 28 luglio, prima giornata di gare olimpiche, la sedicenne nuotatrice cinese Ye Shiwen ha vinto la medaglia d’oro nella competizione dei 400 misti, con tanto di record del mondo. Fin qui, nulla di strano. Ad insospettire sono però i tempi: la giovane olimpionica ha infatti nuotato in 4 minuti, 28 secondi e 43 primi, risultato impressionante e che ha fatto sobbalzare sulla sedia gli addetti ai lavori. Fra questi John Leonard, uno dei dirigenti più importanti della nazionale di nuoto statunitense. La Shiwen ha percorso le ultime due vasche della gara totalizzando un tempo migliore di quello di due mostri sacri del nuoto americano, Ryan Lochte e Michael Phelps, entrambi impegnati nella competizione olimpica londinese, oramai da anni – è proprio il caso di dirlo – sulla cresta dell’onda e soprattutto…uomini.

Leonard ha immediatamente avanzato sospetti di doping sulla giovane cinese: “Mi ritornano in mente tanti brutti ricordi. Bisogna stare attenti quando si parla di doping, ma voglio solo dire che ogni volta che abbiamo avuto a che fare con qualcosa di incredibile come questa nel nostro sport, la storia ci ha detto che il doping c’entrava qualcosa”. Il tecnico americano ha poi aggiunto che gli ultimi 100 metri della Shiwen gli hanno ricordato “le vecchie nuotatrici della Germania orientale”, che non erano propriamente note nell’ambiente per l’incontestabilità e correttezza dei loro risultati sportivi.

La giovane atleta, catapultata all’improvviso in una situazione che probabilmente non immaginava di vivere, ha cercato di difendersi, sostenendo che il suo record è solo frutto del “duro lavoro” e che la federazione del suo Paese ha una politica estremamente rigida contro il doping.

Chi ha invece affilato le armi sono stati i milioni di internauti cinesi profondamente offesi per i sospetti avanzati dagli americani: “L’unica ragione per cui attaccano Ye Shiwen è perché è cinese!”, ha tuonato un blogger su un social network “made in China”; ed un altro navigatore del web ha rincarato la dose, invitando provocatoriamente gli occidentali a non credere che “solo i loro atleti sono capaci di vincere medaglie d’oro”. Come giustamente osservava Kathrin Hille sul Financial Times, molti giovani cinesi sono convinti che il mondo esterno non riservi al loro Paese il rispetto che meriterebbe e per quanto essi stessi siano consapevoli della drammatica corruzione e del grave deficit democratico interni, spesso considerano la Cina eccessivamente demonizzata o comunque fraintesa dall’Occidente. Di qui il sussulto d’orgoglio, l’ostentazione di un “Chinese pride”  che metta tutti di fronte all’evidenza: il mondo è chiamato a fare i conti con il gigante dagli occhi a mandorla, anche nello sport.

Le Olimpiadi di Pechino del 2008 sono state un trionfo per il nuovo egemone emergente, sia sotto il profilo organizzativo che dal punto di vista dei risultati sportivi: tutto il mondo è rimasto a bocca aperta davanti alle meravigliose coreografie della cerimonia inaugurale dei Giochi nell’avveniristico “Stadio del nido d’uccello”, la precisione e la puntualità nella preparazione delle singole gare è stata incredibile, le strutture ospitanti hanno incantato atleti e spettatori. E poi, nel medagliere, la Cina si è assicurata ben 15 ori in più rispetto ai rivali statunitensi.

Sin dagli anni della Guerra Fredda, la rivalità sportiva ha rappresentato uno dei “terreni di scontro” fra superpotenze e le Olimpiadi sono state il campo di battaglia preferito. La vittoria della nazionale sovietica di pallacanestro contro gli inarrestabili Stati Uniti nella finale delle Olimpiadi di Monaco ’72 è entrata di diritto nella storia del basket e dello scontro Usa/Urss negli anni della competizione bipolare, il dominio nel medagliere era un risultato da esibire per mettere in mostra la superiorità di un Paese rispetto all’altro, i reciproci boicottaggi nelle Olimpiadi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 lanciavano messaggi politici molto più forti di qualsiasi proclama.

Lo sport è uno straordinario strumento di soft power e l’establishment comunista di Pechino lo ha capito: ospitare i Giochi olimpici, organizzare un gran premio di Formula 1, attirare campioni del calcio come l’attaccante Didier Drogba o l’allenatore italiano Marcello Lippi a suon di milioni di yuan, formare atleti imbattibili nelle sofisticate palestre del regime sono scelte che rientrano in una precisa strategia di promozione dell’immagine del Paese a livello internazionale, come si addice ad una grande potenza.

E la giovane Ye Shiwen, nell’innocenza dei suoi 16 anni, è uno dei prodotti di questa imponente macchina. “Non penso sia giusto concentrarsi sui nuotatori cinesi solo quando ottengono buoni risultati; alcune persone mancano di imparzialità” ha detto Jiang Zhixue, a capo della sezione anti-doping dell’Amministrazione Generale dello Sport in Cina, aggiungendo che “Michael Phelps ha battuto tantissimi record, ma noi non abbiamo mai avanzato sospetti”. Non sono arrivati commenti da parte di esponenti politici dei due Paesi, ma non stupirebbe se qualcuno decidesse di prendere la parola e rendesse ufficialmente un record del mondo un vero e proprio caso (geo)politico.

Nel frattempo, Ye Shiwen sta continuando a gareggiare a Londra e a demolire primati su primati.

Forse qualcuno dovrebbe suggerirle di andare più piano.

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