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Geopolitica

07 maggio 2012

Che fine ha fatto la Libia?

Bruna Soravia

Scomparsa dalle prime pagine dei giornali di tutto il mondo dall’ottobre dello scorso anno, dopo l’uccisione di Gheddafi e l’insediamento del governo provvisorio guidato dal Consiglio Nazionale di Transizione, la Libia appare ancora lontana dalla normalizzazione politica e sociale, a poco più di un anno dal 17 febbraio 2011, la data d’inizio della rivolta che ha

rovesciato il regime. Il presidente del CNT, Mustafa Abdel Jalil, ha annunziato pochi giorni fa che il governo provvisorio, presieduto dall’ex-dissidente Abdurrahim El-Keib, un ingegnere formatosi negli USA, resterà in carica per permettere lo svolgimento delle elezioni per l’assemblea nazionale costituente, previste in giugno. In realtà, l’autorità del governo, assai debole fin dall’inizio, è stata continuamente sfidata dalle rivendicazioni delle milizie tribali che, distribuite in precedenza sul fronte pro e contro Gheddafi, rifiutano ancora il disarmo ed esprimono richieste puramente territoriali, che è prematuro definire federaliste. A gennaio, nella città tripolitana di Bani Walid, sede storica della tribù Warfalla, sono avvenuti scontri violenti fra le truppe governative e le milizie cittadine, che, schierate con Gheddafi durante la guerra civile, hanno però negato ogni motivo lealista dietro l’insurrezione. A Bengasi, a marzo, un’assemblea di leader locali ha proclamato il governo autonomo di Barca, nome arabo della Cirenaica, ponendovi a capo l’anziano Zubayr al-Senussi, pronipote di re Idris e per oltre trent’anni prigioniero di Gheddafi. La regione, che possiede gran parte dei pozzi petroliferi libici e che è stata all’origine della rivolta contro il regime, esprime oggi le spinte secessioniste più forti. Nel sud, a Sebha e a Qufra, i Tubu, tribù africana stanziata al confine fra Libia, Chad e Niger, combattono tuttora contro le locali tribù arabe lealiste. Lo sparuto contingente armato inviato dal governo per sedare il conflitto è stato costretto a un rapido ritiro, seguito da minacce secessioniste da parte dei capi Tubu, mentre anche il Fezzan, la terza provincia del paese, sarebbe sulla via dell’autonomia. Ad aprile, milizie berbere provenienti di Zuwarah, nel nord-ovest del paese, hanno attaccato la milizia di Riqdalin, una cittadina poco lontana, prevalentemente araba e leale a Gheddafi fino alla fine, mentre i berberi libici sono stati duramente perseguitati dal dittatore per la loro rivendicazione di un’identità linguistica e culturale distinta. Nella stessa regione, nella cittadella di Zintan, sui monti Nafusa, le milizie berbere hanno catturato, lo scorso novembre, Saif al-Islam, il secondogenito di Gheddafi, che si rifiutano di consegnare al governo perché sia processato http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/9241547/Saif-al-Islam-Gaddafi-to-be-tried-in-remote-mountaintop-town.html   A sua volta, il governo libico ha intrapreso una procedura formale, ancora non conclusa, presso la Corte penale internazionale perché il processo a Saif al-Islam si svolga in Libia, dove è probabile che venga richiesta la pena capitale.
Proprio il trattamento dei prigionieri di guerra da parte delle milizie, che detengono tuttora centinaia di prigionieri in condizioni disumane, è, insieme alle violenze sui civili (e sulle donne, in particolare), uno degli aspetti più drammatici della sistematica violazione dei diritti umani denunziata da Amnesty nel rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno http://amnestymena.posterous.com/pages/libya , e che il governo non sembra in grado di arrestare.
E’ già il momento di dichiarare il fallimento della nuova Libia? Analisi più caute http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/9124380/Libya-is-not-a-failed-state-in-waiting.html minimizzano il peso dei fattori destabilizzanti, sottolineando invece i progressi della pacificazione del paese dovuti al rafforzamento dell’esercito e della polizia nazionali, fortemente voluti dal governo provvisorio, ma anche al fermento delle iniziative associative di base, in un paese che non ha mai conosciuto una partecipazione politica autentica.
In realtà, il governo provvisorio, al quale si rimprovera di essere composto da tecnocrati poco attenti alle richieste dei libici e troppo sensibili a quelle occidentali, sembra per il momento l’unico possibile. Perché ha dimostrato di voler restare al di sopra delle parti nei conflitti interni. Perché è il solo legittimato, a livello nazionale e internazionale, ad accedere alle ingentissime risorse finanziarie libiche congelate in Occidente, e a gestire, a beneficio dei libici, i proventi della produzione del petrolio (del quale la Libia è il nono produttore mondiale), di nuovo quasi ai livelli pre-bellici. Nel mese di marzo, in un’intervista sulla televisione nazionale e poi ancora in un incontro ufficiale a Washington http://carnegieendowment.org/2012/03/09/libyan-prime-minister-abdel-rahim-el-keib , il primo ministro El-Keib ha onestamente riconosciuto le difficoltà del suo governo, ma ha anche espresso (e chiesto ai suoi interlocutori internazionali) fiducia nel futuro del paese e nello slancio con cui la società civile libica ha partecipato al rovesciamento del regime.

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