Nelle ultime settimane alcuni tra i più importanti media tunisini sono stati presi di mira da attacchi di diversa natura. A farne le spese soprattutto il canale televisivo al-Hiwar (lett “La conversazione” ) che dallo scorso 24 maggio ha contato più di una decina di aggressioni. Tra gli episodi più gravi ricordiamo il saccheggio avvenuto nella notte tra il 26 e 27 maggio scorsi presso la sede del canale televisivo a Tunisi, più precisamente
nella zona di al-Manouba, e l’aggressione che alcuni suoi giornalisti hanno subito lo scorso 2 giugno presso il governatorato di Sidi Bouzid, mentre stavano riprendendo un meeting ministeriale. Atti che le autorità si sono affrettate a definire come isolati, ma ai quali oggi molti opinionisti in
Tunisia accordano un significato più marcatamente politico.
In prima linea naturalmente Tahar Ben Yassine, direttore del canale
al-Hiwar, che durante una conferenza stampa tenutasi venerdì scorso [8 giugno ndr] ha affermato che “questi atti sono l’espressione più chiara dell’esistenza di un piano volto a terrorizzare le persone per appropriarsi dello spazio pubblico”.
Le responsabilità sono state meglio definite da Aymen Rezgui, capo redattore del canale, in un’intervista apparsa sul quotidiano
La Presse: “I nostri sospetti si rivolgono a quei movimenti che ci hanno già minacciato in passato. Le nostre troupe televisive sono state spesso costrette a confrontarsi con gruppi di salafiti quando andavamo a filmare delle manifestazioni di protesta. Il nostro canale disturba i nemici di tutta la stampa libera e indipendente; il governo ci dà l’impressione di essere totalmente impossibilitato ad agire contro le forze salafite”.
Ancora più duro è stato il giornalista Hassine Bouazra: in un articolo apparso sabato scorso [10 giugno ndr] sul quotidiano
Le Temps, l’autore ci ricorda come “ogni volta che la società civile manifesta, delle milizie vengono ad opporsi. Esiste una strategia politica precisa per mettere le mani sulle strutture dello Stato. Il potere sta tentando di controllare i media e utilizza la violenza per intimidire giornalisti e spingerli all’autocensura”. Affermazioni pesanti, che riflettono in realtà uno stato di agitazione della stampa tunisina sempre presente dall’inizio dell’era post rivoluzionaria.
È ancora vivo il ricordo delle imponenti manifestazioni promosse dal mondo del giornalismo lo scorso gennaio, per protestare contro le numerose intimidazioni subite durante tutto l’anno passato. Nel febbraio scorso, l’arresto di due opinionisti (Habib Guizani e Nassreddine Ben Saida) del quotidiano
At-Tunisiyya, accusati di aver diffuso una foto giudicata “immorale”, aveva provocato l’ennesima ondata di critiche verso il governo e le forze di polizia. Una frustrazione per l’immobilismo del governo provvisorio alimentata poi da nuove e più inquietanti aggressioni, come l’incendio appiccato alla casa di Nabil Karoui, patron di Nessma TV, o le scritte intimidatorie lasciate nel novembre scorso sulla vettura di Sofiane Ben Hamida, definito
Kâfir (lett. “Miscredente”), per le sue critiche alla galassia salafita apparse sulla testata
al-Ula (lett. “La prima”, inteso come “La Notizia principale”).
Il rapporto tra media e potere politico, da quando è iniziata la cosiddetta “
Rivoluzione dei gelsomini”, è stato sin da subito contrastato. Le speranze di veder garantita finalmente una sostanziale libertà di espressione si sono subito scontrate con le numerosissime aggressioni ai danni di esponenti della stampa indipendente e l’immobilismo dei partiti usciti vittoriosi dalle elezioni tenutesi nel novembre scorso per la costituzione dell’Assemblea nazionale costituente.
È quanto denunciato soprattutto dal SNJT (
al-Niqaba al-wataniyya al-suhufiyyin al-tunisiyyin, lett. “Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini”) che, nel “Rapporto annuale sulla libertà di espressione in Tunisia” presentato il mese scorso ha accusato esplicitamente il partito di tendenza islamica
Al-Nahdha (lett. “La Rinascita”) per aver tentato di prendere il controllo dell’informazione pubblica nel paese.
Nel Rapporto si menziona addirittura il testo di un verbale dell’Ufficio esecutivo del movimento, nel quale si proponeva “un rimedio radicale per [ottenere il controllo] dell’informazione pubblica (attraverso la loro privatizzazione, la chiusura o una profonda ristrutturazione)” e “un piano globale per trattare la questione della stampa e manipolarla al fine di smantellare il fronte [anti-
Al-Nahdha]”.
Lo stesso rapporto denuncia inoltre che, dall’inizio della rivoluzione, nel lontano gennaio 2011, si è raggiunta la media di un’aggressione a settimana nei confronti di giornalisti tunisini. Come ha recentemente affermato Sana Farhat, giornalista e membro della Commissione delle libertà del SNJT, “la battaglia per la libertà di espressione in Tunisia non si è conclusa dopo il 14 gennaio, anzi, è appena cominciata”.
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