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Geopolitica

11 giugno 2012

La polveriera siriana ed il Piano Annan

Vincenzo Piglionica

Due mesi, qualche centinaio di morti in più e nessun passo in avanti: si potrebbe riassumere così la situazione nella polveriera siriana dall’entrata in vigore del Piano Annan ad oggi. Non che la cosa sorprenda, ad essere cinicamente sinceri: pochi erano persuasi del fatto che la mediazione diplomatica dell’ex segretario generale dell’Onu potesse portare ad una interruzione delle ostilità. Forti perplessità sull’efficacia del piano

predisposto dall’Inviato Speciale per le Nazioni Unite e la Lega Araba erano state espresse dalla stampa internazionale subito dopo la sua elaborazione, anche se per ragioni diverse: attraverso le colonne del New York Times, l’analista politico Aaron David Miller aveva evidenziato come “a dispetto delle buone intenzioni, il Piano Annan non può porre fine alla crisi, ma peggiorarla” e addirittura che ogni suo punto nascondeva insidie che di fatto avrebbero potuto favorire il regime di Assad; mentre Sergei Balmasov lasciava intendere sulla Pravda che tutti i fattori, Piano Annan compreso, giocavano contro il dittatore alawita e che comunque la Siria non si sarebbe salvata. 

Anche su questo magazine, in un articolo sull’Asse Mosca-Damasco nella “primavera siriana”, avevamo mostrato scetticismo sulle reali possibilità di successo della missione di Annan: sin da aprile, l’inconciliabilità delle posizioni delle fazioni in contrasto sembrava lasciare poco spazio alla speranza di una soluzione politica negoziata del conflitto.

Il 10 maggio, quando il Piano ed il cessate il fuoco erano operativi da circa un mese, un convoglio di osservatori Onu è stato attaccato alle porte della città di Deraa e 8 uomini della scorta sono rimasti feriti: la tenuta dell’accordo vacillava e lo stesso Annan si diceva preoccupato di una ulteriore escalation che avrebbe definitivamente fatto precipitare la Siria nella guerra civile.

Gli spettri più cupi si sono materializzati il 25 maggio, con il massacro di civili (molti dei quali donne e bambini) ad Houla che il Wall Street Journal non ha esitato a definire la “Srebrenica siriana”. La condanna del mondo occidentale è stata unanime e anche Israele ha rotto il silenzio degli ultimi mesi dicendosi “disgustata” per quanto accaduto; dall’altra parte invece la Russia – finora piuttosto generosa verso Assad - ha parlato di responsabilità congiunte di esercito regolare e ribelli. Dal canto suo, il Presidente siriano ha gridato al “complotto internazionale”, si è scagliato contro i “terroristi” responsabili della carneficina di Houla ed ha garantito che i colpevoli saranno assicurati alla giustizia.

Nelle ultime due settimane, la tensione è andata crescendo ed il fronte di opposizione si è detto non più vincolato dal cessate il fuoco, mentre il regime ha formalmente confermato il suo impegno nell’attuazione del Piano Annan. Tra il dire ed il fare c’è però di mezzo un mare procelloso, nel quale gli esperti nocchieri della diplomazia internazionale appaiono disorientati e soprattutto in disaccordo sulla rotta da seguire.

Russia e Cina hanno ribadito fermamente il loro “no” a qualsiasi intervento armato, il Presidente francese Hollande non esclude una soluzione militare avallata dal Consiglio di Sicurezza Onu ma sa bene che Mosca e Pechino alzerebbero le barricate se il tema fosse posto in agenda al Palazzo di Vetro, la Turchia continua a rifocillare i ribelli, gli Usa non hanno intenzione di impegnarsi in un altro teatro di guerra a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

L’ultima proposta lanciata da Obama è quella di una transizione sul modello yemenita, con Assad in esilio ed alcuni esponenti del suo governo alla guida temporanea del Paese. Le condizioni per una soluzione di questo tipo non sembrano tuttavia sussistere: la leadership del Presidente siriano è infatti ancora relativamente solida, una parte neanche tanto esigua della popolazione continua a sostenerlo e le defezioni nell’esercito regolare sono state tutto sommato contenute. L’ipotesi che il dittatore alawita decida di abbandonare “volontariamente” (le virgolette sono d’obbligo in questo caso) la scena come ha fatto lo yemenita Saleh è dunque da escludere per il momento. Perché in futuro possa prospettarsi uno scenario del genere, sarebbe necessaria la costituzione di un fronte internazionale compatto che spinga in tal senso, ma Mosca si convincerebbe a sposare questa linea soltanto se Assad fosse con le spalle al muro.

Nell’impasse attuale si preme dunque per un rafforzamento del Piano Annan, che gli Usa hanno dichiarato di voler continuare a sostenere e Russia ed Unione Europea hanno riconosciuto come “migliore opportunità per far cessare le violenze” nell’ultimo vertice congiunto tenutosi ad inizio giugno a San Pietroburgo.

Come ci ha detto in una conversazione il professor Mark Katz, esperto di questioni medio-orientali, “l’importante è che si dia l’impressione di fare qualcosa anche quando, e anzi soprattutto quando, non si sta facendo nulla”.

I ribelli hanno fatto sapere che, per quanto li riguarda, il Piano Annan è morto. O forse, ci permettiamo di aggiungere, non è mai nato.

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