La vicenda dei soldati italiani messi sotto processo in stato di custodia nello stato indiano del Kerala ha ingenerato una spirale di ricostruzioni approssimative, di isterie, di dietrologie, di strumentalizzazioni e complottismi. Scorriamo brevemente qualcuno di questi elementi.
Il nostro governo è stato accusato di contare poco nella scena internazionale. La vicenda
rappresenterebbe dunque una mortificazione per il nostro paese. L’appunto può ritenersi fondato e la debolezza diplomatica dell’
Italia è però piuttosto fatto di lunga durata, antico frutto di disattenzione, improvvisazione, assenza di strategie. Nello specifico dell’
India una decina di anni fa un ambasciatore indiano in Italia diceva delle difficoltà, se non delle mortificazioni, che incontrava quando arrivava dal suo paese una delegazione politica o economica. Il diplomatico cercava di organizzare incontri ai massimi livelli, ma a questi poi partecipavano inevitabilmente in effetti funzionari minori che non avevano nulla da dire e da fare. Negli ultimi dieci anni, decisivi per il successo del paese asiatico, tra un pasticcio e l’altro (quello di una visita di stato in India annullata all’ultimo momento per motivi mai chiariti), una sola lodevole iniziativa, celebrata anche dalla stampa indiana, rappresentata dalla massiccia missione imprenditoriale e istituzionale a New Delhi, Mumbai e Chennai, che si è svolta tra il 5 e il 13 marzo 2007. Nessun paese si era mai presentato in India con una delegazione siffatta, il che, si ripete, fu enormemente apprezzato. Poi il nulla, o quasi. L’ultima visita ufficiale di un primo ministro indiano risale alla notte dei tempi; si ricorda invece quella di un ministro degli esteri che anni fa sottolineò, in una conferenza nella sala del cenacolo della Camera, come sembrava che agli italiani interessassero solo i lavoratori del latte del Punjab che svolgevano più del 50% delle mansioni legate alla produzione del parmigiano, e non altre forme di
know how importabili dall’India. Non dunque ingegneri, esperti di software, ecc. Anch’egli sostenne di avere l’impressione che di fronte ad imprenditori indiani che venivano a chiedere collaborazione per grandi intraprese, gli italiani ritenessero erroneamente che si trattasse di ricerca di forme di elemosina e non concepivano che i grandi progetti in atto in India, allora soprattutto la costruzione di un’immensa rete autostradale, potessero rappresentare un’opportunità in primo luogo per loro stessi.
Si è parlato di uno spirito anti italiano in India soprattutto legato al ruolo di
Sonia Gandhi. È un dato di fatto che il governo nazionale, guidato da un’ampia coalizione centrata sul partito del Congress di cui Sonia è stata l’anima nell’ultimo decennio, sia in crisi e che sia avviluppato in una sorta di agonia in attesa di prossime, per quanto non vicinissime nuove elezioni. La signora Gandhi viene accusata dall’opposizione di molte colpe e tra queste quella di essere forestiera, e tuttavia Sonia è da qualche mese in difficoltà per ben altro, una grave malattia che l’ha recentemente costretta ad un lungo ricovero negli USA. Le sue recenti apparizioni pubbliche, tutti i suoi interventi, sono molto
low profile, e la donna che ha saputo, sorprendendo tutti, prendere in mano le redini del Congress e, con quelle, dell’India, gode comunque ancora di grande prestigio e seguito nel paese. C’è poi la questione – su cui si è, a mio parere erroneamente, molto puntato – dell’elezione suppletiva per un solo seggio del parlamento locale in corso nel Kerala. È indubbio che la tornata elettorale sia stata caratterizzata fortemente dalla vicenda dei nostri marò: nelle campagne elettorali si tende ovunque ad utilizzare ogni strumento a disposizione, ma c’è in questo da considerare come quello stato da millenni si può dire avvezzo a rapporti con forestieri (quando Vasco de Gama lo scoprì via nave alla fine del 400 sentì parlare genovese e portoghese e trovò antiche comunità ebraiche e cristiane); sia integralmente alfabetizzato e possa anzi vantare tassi di scolarità assai significativi; sia caratterizzato da una popolazione che ha avuto in buona parte esperienze dirette di migrazione o comunque contatti col fenomeno (di sé gli abitanti del Kerala scherzano dicendo che sono dovunque, probabilmente anche sulla Luna); sia infine una delle regioni dell’India a più alta vocazione turistica; abbia infine una significativa percentuale di cristiani (20% circa) e, tra questi, di cattolici.
In questo quadro è scoppiata la crisi dei marò. In qualche luogo i Municipi hanno provveduto ad esporre le loro immagini con appelli alla loro salvezza, si è auspicato il boicottaggio delle attività economiche indiane in Italia (frivolezze che hanno avuto molto risalto sulla stampa del subcontinente), nella capitale sono apparsi manifesti dove, sotto la scritta “Riprendiamoci subito i nostri soldati”, si è arrivati ad inneggiare al conflitto: “ad un atto di guerra si risponde con la forza così come avrebbe fatto qualsiasi altra nazione”. Manca solo questa, verrebbe da dire: dichiariamo guerra all’India!
“Salviamo i nostri marò”, insomma. Ma da cosa? Da un paese ostile e dittatoriale? L’India non lo è ed è anzi la più grande democrazia del mondo, un paese che ha livelli di partecipazione alla vita democratica, al dibattito politico forse addirittura superiore a quelli cui siamo abituati noi. Dobbiamo allora salvarli da un procedimento sommario e ingiusto, senza garanzie? Certo qui si pone la questione del conflitto di giurisdizione, che non è piccola cosa: l’Italia sostiene che il presunto incidente sia avvenuto in acque internazionali, oltre che su un naviglio italiano, e che perciò la giurisdizione sia sua, gli indiani, che hanno una concezione assai rigida della loro sovranità, sostengono tesi diverse, ma sulla base di ciò che si sta svolgendo è impossibile sostenere che non ci si trovi in un ambiente processuale “normale”. Il dibattimento segue le proprie regole, con un’accusa e una difesa che si confrontano e un giudice che decide in autonomia e gli osservatori e la stampa assistono ad ogni fase del dibattimento.
Da cosa si vuole insomma salvare i marò? La
diplomazia farà il suo corso e l’Europa assisterà l’Italia nel far valere le proprie ragioni quanto al conflitto di giurisdizione. Chi scrive spera che la tempesta venga superata con reciproca soddisfazione delle parti e i tempi che si vanno dilatando dell’inchiesta in corso in India sembrano autorizzare a pensare che si stia cercando una soluzione. Sarebbe però anche fortemente auspicabile che i risultati delle analisi balistiche, le rilevazioni satellitari sulla posizione della nave italiana, le testimonianze dei pescatori e dei marinai dell’Enrica Lexie sollevino i nostri soldati dalla pesante imputazione. Nessuno, o quasi in Italia ha sollevato il problema, considerandolo quasi secondario. I nostri soldati hanno sparato o no all’equipaggio disarmato di un peschereccio di poco più di una decina di metri in un’area che pare per la verità immune dall’attività di pirati somali o indiani? Ricordano gli italiani il senso di rabbia e di frustrazione vissuti in tanti casi più o meno recenti dove parte lesa eravamo stati noi (la strage del Cermis, l’omicidio Calipari)? Cerchiamo insomma non di salvare, ma di difendere, sulla base delle ragioni del diritto i marò, ma cerchiamo anche di salvare l’Italia e gli italiani dalla demagogia e dalle strumentalizzazioni improprie.
Aggiornamento : La perizia balistica confermerebbe le accuse ai marò
L'importante quotidiano nazionale The Hindu riporta per primo la notizia dei risultati della attesa perizia balistica condotta sulle armi dei marò imbarcati sull'Enrica Lexie. Secondo il giornalista Anand Haridas, la perizia conferma che ad uccidere i due pescatori, Ajesh Binki e Valentine Jelastine, sarebbero stati due fucili d'assalto Beretta ARX 160, in dotazione al Reggimento San Marco. L'articolo precisa che tutta la perizia si è svolta in presenza di esperti delle forze armate italiane e aggiunge che l'esito di queste prove e l'individuazione delle armi potrebbero ora consentire alla nave italiana Enrica Lexie di lasciare le coste del Kerala.
Nei giorni scorsi, il Times of India ha dato invece notizia della visita di due preti cattolici provenienti direttamente da Roma ai familiari delle vittime dell'incidente attribuito dalla polizia del Kerala alla responsabilità dei soldati italiani. In tale visita, descritta nei dettagli, viene individuato un tentativo di diplomazia parallela. I familiari dei pescatori uccisi in relazione all'episodio hanno solo descritto un momento di preghiera comune, mentre il portavoce della diocesi di Kollam ha rilasciato una secca dichiarazione che nega qualsiasi interferenza nel caso affermando che la posizione ufficiale della Chiesa è che tutto si svolga secondo la legge indiana e che la diocesi appoggia le decisioni assunte dal governo del Kerala.
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