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Geopolitica

02 aprile 2012

Dai media arabi: Tunisia

Anthony Santilli

Negli ultimi giorni il governo tunisino ha dovuto far fronte ad un diversificato fronte di critiche, nato dall’atteggiamento provocatorio di alcune forze salafite. Queste ultime sono infatti salite agli onori della cronaca sia per alcuni atteggiamenti vandalici che per alcune proposte portate all’attenzione dell’Assemblea costituente.
Molta visibilità è stata accordata ai disordini avvenuti lo scorso 25 marzo, quando un gruppo di salafiti

si è scagliato contro una manifestazione di artisti programmata da mesi di fronte al Teatro municipale nella Avenue Bourghiba, una delle strade centrali della capitale tunisina, in vista della giornata mondiale del Teatro prevista per il 27 marzo 2012.
Altrettanta attenzione è stata accordata alla profanazione, lo scorso 29 marzo, delle tombe di tre storiche figure di marabutti (santi locali oggetto di devozione popolare), presso il cimitero di Sidi Aasila, al Bardo. Anche questa volta i protagonisti erano alcune centinaia di salafiti, ideologicamente avversi al culto dei santi, presenti nel cimitero per la sepoltura del padre di Yassin Bdiwi, il salafita noto per aver tolto qualche giorno fa la bandiera nazionale tunisina dall’edificio della Facoltà di Lettere dell’università di al-Manûba.
Questi episodi si inseriscono in un escalation di violenze di marca salafita maturata nel paese dalla seconda metà del mese di febbraio.
Tuttavia, ad essere messo sotto accusa è stato il governo tunisino. Sul quotidiano al-Sabâh (lett. “Il Mattino”), l’immobilismo dell’esecutivo di Hamadi Jebali è stato interpretato come sintomo dell’incapacità da parte del governo di conferire una precisa traiettoria politica al processo di transizione democratica in atto. Critiche molto più aspre sono venute invece dal sito indipendente Nawaat.org. La giornalista franco-tunisina Laure Gaida ha evidenziato gli atteggiamenti ambigui che da molti mesi oramai il governo dominato dal partito di tendenza islamica Ennahdha ha adottato nei confronti delle forze salafite e dei suoi leader più radicali. In particolare il partito guidato da Rashid Ghannushi viene accusato di aver permesso ad alcuni tra i leader più radicali del panorama islamista tunisino di rientrare nel paese; questo mentre si proclamava la volontà da parte del partito islamista moderato di isolare i gruppi più violenti.
In riferimento invece alle ingerenze salafite nei lavori dell’Assemblea costituente tunisina, molto inchiostro è stato versato circa la proposta di voler introdurre la sharî‘a nella nuova carta fondamentale come fonte principale del diritto tunisino. Ancora una volta, forti critiche sono state avanzate nei confronti di Ennahdha, soprattutto per l’atteggiamento piuttosto ambiguo dei primi giorni, quando nessuna posizione chiara era emersa dall’establishment. In effetti, solo lo scorso 26 marzo Ennahdha ha comunicato la propria volontà di mantenere, per il prossimo testo costituzionale, l’articolo primo della Carta approvata nel 1959.
Walid Khefifi, dalle pagine del quotidiano tunisino Le Temps, ha insistito sull’inesperienza della squadra ministeriale messa in piedi qualche mese fa, scelta a suo avviso più per il proprio background ideologico che non per l’abilità politica nel gestire situazioni così delicate. Quotidiani più marcatamente di sinistra, tra cui al-Badîl (organo del Partito comunista dei lavoratori tunisini), hanno invece voluto evidenziare l’acceso dibattito che si è prodotto all’interno del partito di Ghannushi alla vigilia della “difficile” scelta.
Sul versante opposto, il noto quotidiano al-Fajr (lett. “L’alba”), tradizionalmente vicino alle posizioni del partito Ennahdha, ha tentato di giustificare le scelte del partito pubblicando le considerazioni del noto intellettuale Muhammad el-Haddad, professore di Islamistica all’Università di al-Manûba, nonché titolare della cattedra UNESCO di Studio comparato delle religioni. Secondo l’accademico, il “dinamismo” delle correnti salafite, sia per le strade che nelle istituzioni rappresentative messe in piedi dopo la caduta di Ben ‘Alî, è oggi utilizzato come uno strumento nelle mani delle opposizioni per delegittimare la nuova formazione di governo.
Un dibattito acceso e polifonico, che rivela l’impatto esercitato dal fattore religioso sulla stampa tunisina, così come sull’opinione pubblica. È evidente come il ruolo svolto dalla galassia salafita sullo scenario politico-istituzionale tunisino vada ben al di là delle reali capacità di mobilitazione che questa ha nel paese: una incisività accentuata evidentemente dalla loro sovraesposizione nel panorama mediatico.

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