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Scienze

14 giugno 2012

Ritorno a Rio, venti anni dopo

Nicola Nosengo

“I libri di storia parleranno di questo giorno come di una pietra miliare nella lotta per salvare il pianeta dalla distruzione”. Così parlava venti anni fa, intervistato dal New York Times, Richard Benedick, delegato statunitense all'Earth Summit delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro nel maggio del 1992. Il summit, che radunava oltre 100 capi di stato e delegati da 178 paesi, doveva porre un argine a quelle che già allora apparivano come le grandi

emergenze ambientali a livello mondiale: perdita della biodiversità e cambiamento climatico. Come sempre succede in questi casi, le negoziazioni si chiusero decisamente al ribasso rispetto alle promesse iniziali. Gli interessi contrastanti tra paesi sviluppati e in via di sviluppo produssero comunque un accordo globale, il primo su alcuni obbiettivi di fondo (senza realmente imporli): stabilizzare le emissioni di gas serra, ridurre la perdita di biodiversità, invertire il processo di desertificazione. Tra poco, tra il 20 e il 22 giugno, i leader del mondo ritorneranno a Rio per rifare il punto sullo stato di salute del pianeta, e sui risultati degli accordi presi venti anni fa.
Come prima cosa, dovranno constatare un fallimento. Le tre Convenzioni (quella sul clima, quella sulla biodiversità e quella sulla desertificazione) firmate a Rio 1992, che a loro volta sono state le basi per accordi e trattati successivi, non hanno realizzato i loro obbiettivi fondamentali.
Partiamo da quella sul clima. Le emissioni di anidride carbonica erano 22,7 miliardi di tonnellate nel 1990, anno preso come riferimento dal primo vertice di Rio. Nel 2010 erano arrivate a 33 miliardi di tonnellate, un aumento di circa il 45 per cento. Con un impennata addirittura del 5 per cento nel 2010, la crescita più brusca negli ultimi venti anni, a seguito della ripresa dopo la crisi del 2007/2008. Ma nel complesso, il tasso di crescita annuale delle emissioni non è cambiato molto dal 1970. È vero però che la convenzione ha realizzato almeno qualcuno dei suoi obbiettivi minori. Gli investimenti nello studio del clima sono cresciuti, l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) produce da anni report scientifici periodici che sono diventati negli anni via via più attendibili, diventando la base per le discussioni politiche. Molti governi prendono sul serio l'adattamento al cambiamento climatico, l'agricoltura sostenibile, la lotta alla deforestazione. La borsa delle emissioni creata dal protocollo di Kyoto si è dimostrata un efficiente strumento per incentivare l'innovazione in campo energetico e per aiutare i paesi più poveri a far fronte al cambiamento climatico. Anche se poi, il problema fondamentale quando si tratta di ridurre le emissioni resta quello: chi deve fare cosa, e chi deve pagare?
Non va meglio per la biodiversità: ad oggi, secondo le stime, circa il 30 per cento degli anfibi, il 21 per cento degli uccelli e il 25 per cento dei mammiferi sono a rischio estinzione. Secondo molti esperti, la Convenzione sulla Biodiversità ha fallito in buona parte perché ha fissato obbiettivi troppo vaghi, senza metodi affidabili per misurare eventuali progressi, e perché non ha creato un organismo scientifico che seguisse l'applicazione dell'accordo (come l'IPCC nel caso del clima). Inoltre, i fondi per la conservazione della biodiversità non sono mai stati sufficienti.
E per finire, la desertificazione. Lo sfruttamento e il degrado delle aree asciutte, che rappresentano per superficie circa un terzo della terraferma pianeta, costituisce secondo la FAO una minaccia per la sicurezza alimentare di oltre un miliardo di persone. Anche qui, le cose peggiorano anziché migliorare. La percentuale di terraferma che sta degradando è passata dal 15 per cento del 1991 al 24 per cento del 2008. Come al solito sono i paesi in via di sviluppo i più vulnerabili, perché qui gli agricoltori non hanno accesso alle tecniche, più costose, che permettono di preservare il suolo.
Il combinato disposto di questi fallimenti ha portato addirittura un gruppo di ricercatori guidato da Anthony Barnosky dell'Università della California a Berkeley, a sostenere in uno studio su Nature che la Terra potrebbe essere ormai alle soglie di un “collasso planetario”. Potrebbe cioè arrivare, nel giro di solo qualche generazione, al “tipping point”, il punto in cui la degenerazione del clima, della biodiversità e della qualità del suolo diventerà irreversibile. E hanno avvisato i governanti che si preparano a tornare a Rio che, in questo caso, le conseguenze sarebbero gravi per tutti, e non solo per i paesi più poveri (considerazione che, cinicamente, ha finora frenato l'azione dei paesi più sviluppati”. “Ci sarebbe un severo impatto su tutto ciò su cui dipendiamo per sostenere il nostro attuale stile di vita, inclusa la pesca, l'agricoltura, le foreste e l'acqua potabile”. E nessuno sarebbe al sicuro. Auguriamoci che se ne ricordino a Rio, ma soprattutto nei venti anni che seguiranno.

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