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Scienze

30 luglio 2012

La scienza delle Olimpiadi

Nicola Nosengo

Le Olimpiadi che stanno per iniziare a Londra non saranno solo una grande festa dello sport, ma anche una occasione per la ricerca scientifica. Lo ricorda il numero di questa settimana della rivista Nature, che dedica uno speciale ad alcuni dei ricercatori impegnati in questa sorta di “esperimento a cielo aperto” che sono i giochi olimpici, e il cui lavoro spazia dalla

biologia, alla tecnologia, fino all’epidemiologia.
Prima di tutto, naturalmente, ci sono i tecnici di laboratorio che dovranno condurre migliaia di test antidoping. Gli atleti di Londra saranno i più controllati della storia dei giochi. Un laboratorio appositamente costruito nel sobborgo di Harlow, a 35 km dal villaggio olimpico, e diretto da Chris­tiaan Bartlett del King’s College di London, analizzerà migliaia di campioni di sangue in cerca di stimolanti, steroidi e altre sostanze proibite, come la famigerata EPO (eritropoietina). Impossibile sapere con esattezza quali nuove tecniche verranno utilizzate: nell’eterna lotta con il doping, i tecnici del settore puntano sulla segretezza per sviluppare analisi sempre più sensibili e non dare a spregiudicati medici sportivi idee su come aggirarle. Sempre più spesso, ha spiegato Bartlett a Nature, gli atleti imbroglioni si rivolgono a laboratori in Cina e India per farsi preparare versioni modificate dell’EPO o di altre sostanze, fatte in modo da sfuggire ai test più diffusi. Ma Bartlett assicura che il suo laboratorio è attrezzato per scovare ogni forma geneticamente modificata della proteina.
Altre forme di doping sono meno ovvie, e richiedono un altro tipo di scienza. Jan Burns, a capo del Dipartimento di Psicologia Applicata della Christ Church University di Canterbury, guiderà un gruppo di psicologi incaricati di verificare che gli atleti iscritti alle paralimpiadi per disabilità mentali non stiano fingendo. Sembra assurdo, ma è successo ai giochi paraolimpici del 2000, dove la squadra spagnola di basket comprendeva giocatori che dichiaravano un ritardo mentale ma non lo avevano affatto (vinsero la medaglia d’oro, revocata dopo che un’inchiesta giornalistica rivelò l’inganno). Per le due edizioni successive, le disabilità dell’apprendimento non sono più state accettate per l’iscrizione alle paraolimpiadi. Da quest’anno lo saranno di nuovo, in alcuni sport. Burns, con il suo team, ha sviluppato una batteria di test intellettivi per stabilire in modo affidabile il QI (deve essere rispettivamente sotto il 75, e l’atleta deve aver manifestato disturbi dell’apprendimento prima dei 18 anni). Test che comprendono riprese filmate dell’atleta mentre pratica il suo sport per confrontare i suoi movimenti a quelli di altri e verificare se denotino davvero ritardi nell’apprendimento. Il tutto analizzato indipendentemente da diversi esperti per assicurare totale correttezza agli atleti.
Naturalmente, la scienza è all’opera anche per migliorare le performance degli atleti restando all’interno dei regolamenti, in particolare migliorando le tecniche di allenamento. Uno degli esempi più interessanti viene dal nuoto. Dopo la sbornia di record seguita qualche anno fa all’introduzione dei nuovi costumi, la federazione internazionale del nuoto è corsa ai ripari vietandoli. Questo ha costretto gli atleti a cercare altri modi per migliorare le prestazioni, e i nuotatori inglesi si sono rivolti a uno dei maggiori esperti di dinamica dei fluidi, Stephen Turnock dell’Università di Southampton. Che ha raccontato a Nature come ha costretto i nuotatori a allenarsi con una sorta di verricello mobile fissato al corpo, misurando istante per istante le variazioni della tensione del filo sul verricello e quindi la resistenza offerta all’acqua in ogni momento. Le ricerche hanno permesso di capire come minimi dettagli, dalla postura ai peli sul corpo alla posizione della cuffia, possano influenzare la resistenza offerta all’acqua e quindi la velocità.
Se tutto questo riguarda soprattutto gli atleti, anche gli spettatori delle olimpiadi possono diventare soggetti di ricerche scientifiche. Portando milioni di persone a Londra prima e durante i giochi, le olimpiadi smuoveranno inevitabilmente virus e altri agenti patogeni da un capo all’altro del mondo. Un gruppo di lavoro coordinato da Kamran Khan dell’Università canadese di Toronto analizzerà i dati di diversi database, come Bio.Diaspora, che raccoglie informazioni sugli itinerari di volo per ricostruire i movimenti di grandi quantità di persone; e HealthMap project, che invece raccoglie da fonti ufficiali, fonti giornalistiche e social network tutte le segnalazioni sulla comparsa di malattie infettive in una zona. Se, per esempio, comparisse una nuova forma di influenza in Cina, il gruppo di Khan è in grado di descrivere la possibile diffusione del virus e la probabilità che raggiunga Londra portata dai turisti, in questo modo allertando le autorità sanitarie locali per tempo. Secondo Khan, le olimpiadi saranno un terreno di prova unico per questo tipo di “medicina di massa”, resa oggi possibile dalle tecnologie di raccolta e analisi dei dati.

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