Ora che si sentono gli effetti dell’egemonia tedesca sull’Europa, in molti rimpiangono l’egemonia americana sul continente dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. In questo gli europei sono secondi solo agli americani, che da tempo si interrogano sul destino della nazione: la coscienza americana è passata dal “manifest destiny” dell’Ottocento, un’ideologia geopolitica non priva di significati religiosi che aveva
consegnato agli
Stati Uniti un ruolo speciale nel dominare gli spazi dell’America e degli oceani che la circondano, al “national decline” causato dalla crescita dell’Asia e rappresentato visivamente dalla crisi finanziaria iniziata nel 2008? La domanda è legittima, se perfino il presidente
Obama nell’ultimo discorso sullo stato dell’unione, del 26 gennaio 2012, ha ritenuto di dover affrontare la questione – naturalmente per negare che ci sia un declino. In seguito a quel discorso del presidente Obama, è stata fatta circolare l’idea che Obama sia stato influenzato da un
articolo di Robert Kagan – una delle menti della supremazia americana - pubblicato su “The New Republic” qualche giorno prima. In quell’articolo Kagan metteva in discussione “il mito del declino americano” affermando che è difficile asserire il declino degli Stati Uniti, sulla base del fatto che il declino degli imperi avviene sempre lentamente e su un periodo molto lungo. Nondimeno, Kagan concedeva che i segnali provenienti dallo scenario mondiale contribuiscono a creare l’immagine di una ridefinizione della potenza americana, quando altri protagonisti appaiono sulla scena, come Turchia, India, Cina, Brasile. Gli effetti dell’11 settembre sono innegabili su questa percezione sull’America sia da parte degli americani, sia nel resto del mondo.
Per quanto affascinante (o inquietante) sia l’idea di un presidente democratico come Obama influenzato da un intellettuale neo-con come Kagan, l’idea del declino americano non è una mera ipotesi di scuola intrattenuta solo negli think tank che costituiscono una delle forze tipiche del sistema politico e culturale americano. Una serie di libri sono usciti di recente che affrontano la questione. Tra questi,
Sovereignty or Submission: Will Americans Rule Themselves or be Ruled by Others? by John Fonte e il più ideologico
Bowing to Beijing: How Barack Obama is Hastening America’s Decline and Ushering a Century of Chinese Domination by Brett M. Decker and William C. Triplett II. Da non perdere, per gli amanti del declinismo americano, la serie di tre volumi di Morris Berman, tra cui
The Twilight of American Culture . Non meno declinisti, ma meno catastrofisti, i volumi di Edward Luce
Time to Start Thinking: America in the Age of Descent e di Daniel Gross,
Better, Stronger, Faster: The Myth of American Decline and the Rise of a New Economy.
La lista potrebbe allungarsi ulteriormente, specialmente in un anno elettorale in cui il sogno americano è un articolo di fede che nessun candidato alla presidenza intende mettere in discussione. Da questa sponda dell’Atlantico l’impressione che si ricava è alquanto diversa, specialmente a giudicare dai
maître à penser del nuovo ordine mondiale: quanti non si rassegnano ad un’Europa consegnatasi nelle mani di una Germania mercantilista devono non solo credere al persistere di un’altra supremazia, quella americana, ma devono anche credere a quel pilastro della percezione occidentale dell’ordine mondiale sulla base degli argomenti proposti da una strana alleanza tra neo-conservatori e
liberal tecnocrati come Obama.
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