La vera impresa Mario Balotelli non l’ha fatta segnando due gol alla Germania nella semifinale dell’Europeo, la vera, straordinaria impresa l’ha compiuta impersonando l’icona del nuovo italiano che esiste tra noi e che per la prima volta ha il coraggio di proclamarsi apertamente cittadino di questo paese. Quest’icona è stata costruita attraverso due
gesti diversi ma simmetrici, e che perciò si pongono come due facce della stessa medaglia, dovendo essere letti insieme. Il primo gesto Balotelli l’ha compiuto dopo aver fulminato il portiere tedesco Neuer con un destro imparabile. Egli si è allora tolto la maglia e, facendo una faccia feroce alla Hulk, si è trasformato in una statua sfrontata: imitando le pose teatrali che i campioni di wrestling propongono nei loro show, ha mostrato al mondo il suo fisico scolpito, i bicipiti, gli addominali e la «tartaruga»,. Per un’interminabile momento, eternato dalla mondovisione, Balotelli ha così rappresentato un’immagine che avrebbe ben potuto essere quella dell’uomo nero, dell’orco cattivo delle fiabe, del diverso che preoccupa e perfino dell’alieno che terrorizza. Ma l’effetto non è stato questo. Perché quella posa era il segno di una sfida personale e al contempo collettiva, la sfida di tutta l’Italia che in lui si riconosceva; quasi a dire: non ci credevate, voi altezzosi alemanni, ma noi italiani siamo fatti così, diamo il meglio di noi stessi quando siamo costretti con le spalle al muro, quando non ve l’aspettate. Felice di stupirvi.
Il secondo gesto Balotelli l’ha compiuto a fine partita, avvicinandosi alla madre adottiva e abbracciandola teneramente, come un personaggio da libro Cuore. Ricalcando così curiosamente lo stereotipo vieto dell’italiano mammone, che fatica ad andar via dalla casa dei genitori, quell’ideale maschile incarnato mirabilmente da Alberto Sordi e da Marcello Mastrianni: simpatici e talentuosi sciupafemmine, un po’ Peter Pan e un po’ Amici miei, fidanzati di tutte ma fedeli alla mamma. Per essere compiutamente italiani i nuovi cittadini sembrano dover ricalcare sentieri antichi, fissati nell’immaginario e immobili, un po’ a dispetto della realtà.
E così, riguardando insieme queste due immagini memorabili, gli storici del futuro le utilizzeranno come il segnale che finalmente qualcosa è cambiato e che l’Italia per la prima volta, nell’anno del Signore 2012, ha preso davvero coscienza di essere un paese multietnico.
E tuttavia questa storia dovrebbe farci riflettere. Non fosse stato per i signori Balotelli da Concesio (Brescia), che l’hanno tenuto in affidamento e poi adottato, il Mario nazionale nato a Palermo da genitori ghanesi, si chiamerebbe Barhuaw e non sarebbe un cittadino italiano. La normativa sulla
cittadinanza attualmente in vigore, è regolata infatti essenzialmente dalla legge 30 luglio 2002 n.189, la cosiddetta Bossi-Fini, dal nome dei suoi primi firmatari. Questa legge, se per un verso prevede che ricevano la cittadinanza tutti coloro che sono nati da cittadini italiani (in qualunque parte del mondo essi vivano) non concede la cittadinanza italiana ai nati in questo paese che siano figli di stranieri, anche se vi lavorano e vivono. Questo privilegio dello
jus sanguinis (l’essere figli di), sullo
jus soli, (l’essere nati qui), comporta effetti aberranti. Ci sono italiani che, nati in Australia o in Canada da genitori con cittadinanza italiana ma di fatto italo-australiani o italo-canadesi, hanno tutti i diritti di cittadinanza (compreso il voto) anche se non parlano italiano e anche se non sanno nulla dell’Italia eccetto le storie antiche raccontate loro dai nonni. Viceversa accade che giovani nati e vissuti nel belpaese, che ne frequentano le scuole e la cultura, che ne vivono la vita e ne parlano la lingua, siano trattati da extracomunitari, con pochi diritti e talvolta nessuno.
Sono in corso iniziative parlamentari per una nuova legge sulla cittadinanza, stimolate da un autorevole intervento del Presidente della Repubblica. E vi è anche la proposta di un’iniziativa per una direttiva europea volta ad uniformare i criteri di cittadinanza nel vecchio continente, basandosi sul principio-slogan per cui «è di qui chi è nato qui». È sperabile che giungano in porto. Ma occorre soprattutto che non accada più che qualcuno, com’è avvenuto tante volte in passato, provi a sfruttare politicamente legittime preoccupazioni diffuse nel corpo sociale (come l’insicurezza prodotta dal crimine) tentando di scaricarle su un nemico creato ad hoc, un «diverso» da demonizzare, sia esso meridionale (ieri) o romeno, albanese, zingaro (oggi). Speriamo che chi provi a riproporre un populismo becero e razzista e la retorica allarmistica che inevitabilmente lo anima, incontri una fiera, determinata resistenza. Simboleggiata da una faccia feroce: alla Balotelli.
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