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Società

27 luglio 2012

Le parole che usiamo: merito

Francesco Benigno

Su un cartello affisso dai collettivi studenteschi all’università La Sapienza di Roma, in cui si criticano le proposte del ministro Profumo per la scuola e l’Università, c’è scritto: «Siamo tutti meritevoli, siamo tutti eccellenti». Non si tratta di una boutade. Già nel dicembre del 2010, in varie facoltà occupate in opposizione al progetto di legge Gelmini, questa parola d’ordine egualitaria si era affermata, e da allora in

poi ha fatto strada, guadagnando consenso. L’idea che la nutre è che la meritocrazia sia un’ideologia reazionaria che copre lo svuotamento progressivo della funzione dell’istruzione pubblica, sostanziata da tagli indiscriminati, dal pacifico proseguimento di pratiche clientelari e baronali, dal finanziamento di scuole e università private. In poche parole, la sbandierata parola d’ordine del merito sarebbe solo una foglia di fico volta a coprire vecchie e nuove vergogne nazionali.
Questa posizione rischia di ritrovare in autunno, passata la calura metereologica estiva (che potrebbe divenire più ardente a causa del ribollire magmatico dei mercati), un’atmosfera propizia, in una stagione che si annuncia segnata della ripresa di scontri sociali virulenti in connessione con l’avvio della campagna elettorale più decisiva della nostra storia recente. Uno scenario da incubo greco (e spagnolo) che si avvicina a larghe falcate e in cui la questione del merito sarà presumibilmente al centro della scena.
È chiaro che vi è chi utilizza strumentalmente il criterio del merito, in ossequio al modello sociale statunitense, perché ha in mente un tipo di società a forte diseguaglianza strutturale, una sorta di sistema sociale d’ispirazione platonica dove a governare siano teoricamente i migliori, oi aristoi, ma in cui di fatto la meritocrazia sfuma nella plutocrazia. E bene ha fatto recentemente su queste pagine Massimo Faggioli (Meritocrazia in Italia e in America) a sottolineare le ambiguità dell’importazione di un sistema che ha recentemente mostrato alcuni rilevanti limiti strutturali. Ma è d’altra parte evidente che la lotta al merito è divenuta il cavallo di battaglia di quell’universo radicale, spesso definito antagonista, che vede nella meritocrazia un attentato all’egualitarismo, un vulnus al principio ispiratore della società democratica. E che si prepara a fare della lotta al merito una delle parole d’ordine del rovente autunno prossimo venturo.
La visione di chi individua nel merito una delle componenti dell’ideologia della destra neoliberale, negando ad essa valore come componente del discorso democratico, dimentica però che non è stato sempre così. A ben vedere anzi il discorso democratico nasce, nella Francia e nell’Inghilterra del tardo Settecento, proprio come discorso del merito contrapposto al discorso del privilegio. Contro la chiusura oligarchica del potere fondata su un abusato privilegio della nascita si affermava un principio, quello del valore dei meriti individuali, che trovava appoggio nella teologia protestante ispirata dalla parabola dei talenti. La critica dell’ingiustificata esenzione fiscale, degli odiosi privilegi sociali e della riserva nelle carriere a favore dell’aristocrazia francese sarà di fatto poi uno dei propellenti di quell’esplosione rivoluzionaria che ha aperto la via alla società moderna.
È possibile, in altre parole, una visione del merito che non sia una versione attualizzata della darwiniana selezione naturale, ma che affermi la virtù sociale di una «competizione ben regolata» tra gli individui, che includa azioni positive per avviare allo svantaggio sociale, come le borse di studio. In Italia appena qualcuno propone di aumentare (in numero e in qualità) le borse di studio (aumentando ad esempio in parallelo i costi dell’Università per i più abbienti) si ritrova di fronte ad un refrain che suona più o meno così: non si può fare perché altrimenti, dato il livello di esenzione fiscale, vincerebbero sempre i figli degli evasori. Questa logica, tanto più in un tempo di crisi, non è accettabile, perché non cambiare dove è evidente che occorre mutare potrebbe costare moltissimo.
E tra le cose da cambiare temo ci sia una sorta di mentalità rinunciataria ampiamente diffusasi, basata sull’illusione che difendere lo status quo sia il miglior modo per salvaguardare le conquiste della democrazia dall’aggressione dei teorici del libero mercato. Questa ideologia fa larga presa tra giovani che iniziano a rappresentarsi come una generazione bruciata, e autorizzata perciò ad assumere prese di posizione oltranziste, che si illudono di poter fare a meno di qualunque verifica, valutazione o principio di merito. Questo ripiegamento assume talora toni vittimistici e autoconsolatori che, oltre ad essere inaccettabili sul piano generale, sono assolutamente negativi per la vita e le prospettive di chi se ne fa promotore. Tra l’altro è un’illusione pensare che l’ideologia del merito sia imposta alla scuola e all’università da un’élite sociale globalizzata che si fa portavoce del pensiero unico. Questa élite, che pure esiste anche in Italia, non manda i propri figli né alla scuola pubblica né all’università statale ma nelle scuole private e nelle università straniere. Imporre un’idea democratica di merito, e riformare davvero in questo senso l’insegnamento pubblico, è perciò ancor oggi la migliore maniera di rispondere alla logica del privilegio.

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