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Società

12 luglio 2012

Meritocrazia in Italia e in America

Massimo Faggioli

Nell’Italia della crisi del 2012 si sente spesso parlare di merito e meritocrazia come la cura definitiva non solo dei sintomi, ma dei mali del paese: inefficienza, corruzione, gerontocrazia, clientelismo. In pochi, specie nell’Italia del governo dei “tecnici”, hanno ovviamente il coraggio di criticare la meritocrazia nel senso di un sistema che premia il merito

quando il merito è frutto di lavoro, impegno, abnegazione e sacrificio.
Negli Stati Uniti, un paese che fa della meritocrazia una delle differenze più visibili rispetto ad un sistema ingessato come quello italiano, l’idea del merito come criterio per la valutazione dell’efficienza del lavoro non è senza avversari. Non a caso, nel sistema educativo una delle annose polemiche è quella del “merit pay” per gli insegnanti: un po’ per una questione di eguaglianza all’interno di un mondo da sempre più frequentato da liberal idealisti che da arrivisti, un po’ per la difficoltà nel sistema scolastico di valutare il “merito” dell’insegnante sulla base delle performance degli studenti, che dipendono più dalla condizione sociale delle famiglie di provenienza che dall’impegno degli insegnanti http://www.freakonomics.com/2011/09/20/the-debate-over-teacher-merit-pay-a-freakonomics-quorum/
Ma la questione degli effetti secondari di una meritocrazia pura vanno al di là di un settore delicato come quello della scuola e investono tutta la società. In un recente saggio pubblicato sul periodico Jacobin, il direttore del periodico The Nation http://www.thenation.com/ e host di una trasmissione sul canale liberal MSNBC, Chris Hayes, prende posizione sulla questione, affermando che la meritocrazia è alla base delle crescenti diseguaglianze sociali ed economiche negli Stati Uniti: un sistema in cui solo il merito viene premiato è destinato a creare dei livelli diversi in cui il livello superiore si allontana progressivamente dai livelli più bassi della società. “La meritocrazia è un nostro ideale sociale, in particolare tra i liberali. Pari opportunità, ma non di risultato. Si tratta di una visione incredibilmente attraente. Ma la meritocrazia contiene i semi della propria distruzione. Si ammette la disuguaglianza. Come un ethos che non si fa problemi di ciò che i risultati saranno. È un sistema che produce più disuguaglianze e limita la parità di opportunità. La meritocrazia porta alla oligarchia” http://jacobinmag.com/summer-2012/meritocracy-chris-hayes/. In una citazione de Il Mito di Sisifo di Albert Camus, Hayes afferma che le società sono sempre in mano a delle èlites, ma è proprio per questo che l’impulso egalitario – e non quello meritocratico – è quello che compensa gli squilibri innati in ogni sistema sociale: “La natura di avere un credo egualitario è riconoscere che il lavoro non è mai finito, significa che la lotta continua. Continui a lottare per l’eguaglianza, perché l’eguaglianza non è lo stato naturale degli esseri umani”. L’epoca in cui viviamo, afferma Hayes, è quella dell’illusione: illusione che la meritocrazia significhi un sistema più giusto in cui il merito di tutti viene premiato.
La critica di Hayes è controcorrente e ampiamente minoritaria nell’America di oggi, in cui il “Vangelo della prosperità” http://www.washingtonpost.com/wp-srv/special/opinions/outlook/worst-ideas/prosperity-gospel.html è la sola religione civile accettata da tutti; ancora meno popolare sarebbe sulle pagine dei giornali italiani che affermano di voler modernizzare il paese con iniezioni di meritocrazia http://meritocrazia.corriere.it/.
Nessuno nega che l’Italia abbia più bisogno di meritocrazia. Ma il caso americano insegna qualcosa circa un sistema in cui la retorica delle pari opportunità cela enormi contraddizioni e ingiustizie. La potenza della critica di Hayes è nella critica non solo di un criterio, ma di un sogno, quello americano, in cui gli individui pensano anche da poveri come se fossero ricchi: a cominciare dal votare per politici che promettono più meritocrazia.

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