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Società

24 luglio 2012

Ora che i risultati sono noti

Alessandro Albanese

Esame di Stato: è una valutazione attendibile?

La complessa macchina degli Esami di Stato, conclusivi del II ciclo della scuola secondaria superiore, si è ormai conclusa. Le commissioni, composte da 140 mila persone (42 mila commissari esterni, 84 mila membri interni e 14 mila presidenti di commissione) hanno esaminato circa 450 000 candidati. Questi ultimi si erano già fatti un'idea di coloro che li avrebbero valutati nelle

successive settimane, consultando quei siti-web che si sono specializzati nella condivisione delle opinioni degli studenti che già conoscono questi docenti; siti dove si sono via via creati ponderosi data-base con apposite schede che indicano il livello di severità (presunto) o le domande sulle quali quello specifico docente torna più frequentemente.
Sui mass media la celebrazione di questo rito dà origine ogni anno a riflessioni, commissionate a editorialisti o esperti, che affrontano sempre lo stesso interrogativo: ma il gioco vale veramente la candela? Anche quest’anno la domanda si è riproposta, fin nella sua ulteriore articolazione: ha veramente senso questa mobilitazione di persone e risorse e quale ricaduta ha, a livello di sistema e di singola scuola, questa verifica sulla qualità del servizio offerto?
Iniziamo col dire che la ‘maturità’ (continuiamo a utilizzare questa formula un po' retrò) è una valutazione che dovrebbe tendere a far uscire la scuola dalle sabbie mobili della diffusa autoreferenzialità: per questo va tenuta nella massima considerazione. Se infatti il primo e il secondo scritto, elaborati centralmente dal Ministero, rappresentano la verifica dei livelli essenziali delle prestazioni offerte dalle scuole dell'autonomia, la presenza di docenti e presidente esterni vorrebbe invece evitare di ‘chiedere all'oste un parere sulla qualità del suo vino’ – come di fatto è accaduto con la riforma del ministro Moratti per l’esame tra il 2001 e il 2007, che prevedeva commissioni formate solo da membri interni.
Parlando però di valutazione scolastica degli apprendimenti, non è il caso assolutamente di impelagarsi qui nel dibattito che appassiona e divide la scuola italiana sul tipo di strumenti valutativi da adottare per garantire la qualità del servizio: la vexata quaestio delle ‘prove Invalsi’ merita infatti una riflessione che non può esaurirsi in poche e sommarie considerazioni. Un cenno va invece fatto su alcuni limiti obiettivi che l'Esame di Stato del II ciclo evidenzia, a partire dai resoconti che ogni anno il MIUR fa dei risultati complessivi conseguiti dagli studenti italiani.
Si prenda in considerazione l'analisi statistica delle promozioni e dei punteggi conseguiti dai diplomati nell'anno scolastico 2010/2011: su scala nazionale la media dei promossi è stata del 98,3%, con punte di massima e minima selezione riscontrate rispettivamente in Liguria (97,3%) e in Calabria (99, 2 %). Anche i punteggi di uscita ( vedi tabella ) presentano in Calabria un picco di eccellenze: ben il 9.7 % dei diplomati si è portato a casa un voto compreso tra cento e cento e lode, rispetto a una media nazionale del 5,6 %. L'anomalia scaturisce dal fatto che  in tutte le rilevazioni oggettive sugli apprendimenti (OCSE PISA e Invalsi) che periodicamente si effettuano nella scuola italiana, la Calabria si posiziona sistematicamente nella fascia più bassa. È evidente che qualcosa non funziona. Non è un caso che Roger Abravanel, autore di un fortunato volume sulla meritocrazia, abbia criticato in modo aspro, dalle pagine del "Corriere della Sera", il lavoro degli esaminatori calabresi, rimpiangendo la mancata estensione anche alla maturità delle prove Invalsi come già avviene negli esami di terza media (conclusivi del I ciclo). Accanto a questa proposta, se ne potrebbe formulare un’altra, che riteniamo altrettanto efficace per limitare gli effetti perversi del ‘localismo’ autoreferenziale. Perché non ritornare a una composizione delle commissioni che consenta, anzi incoraggi, la nomina di docenti esterni provenienti da fuori regione? Si darebbe agli insegnanti la possibilità di garantirsi un arricchimento professionale dal momento che verrebbero a confrontarsi con realtà scolastiche diverse da quelle nelle quali operano quotidianamente. L'aggravio di spesa dovuto al maggiore costo delle trasferte, sarebbe ampiamente compensato dall'auto-aggiornamento indiretto che si determinerebbe annualmente sui docenti 'itineranti'.
Le prime statistiche, ancora ufficiose e di fonte giornalistica, relative agli esiti di questi ultimi esami confermano la tendenza riscontrata negli anni scorsi e, quindi, il problema è sempre nell’agenda di chi ha a cuore la qualità complessiva del sistema d’istruzione e la validità dei titoli di studio in esso conseguiti.

 

Se il diploma diventa allora condizione necessaria ma non sufficiente per l’accesso all’Università
Il nodo è perciò quello di avere una certificazione credibile delle competenze possedute dai diplomati che li ponga nelle condizioni di poter scegliere liberamente il percorso universitario successivo senza la necessità di doversi sottoporre ad altre estenuanti prove selettive. In mancanza di questa ‘credibilità’ le università hanno reagito creando degli sbarramenti (il cosiddetto numero chiuso regolato da prove di ammissione) che di fatto hanno in pratica diminuito di molto il valore del diploma, relegandolo a condizione necessaria ma non sufficiente a garantire il proseguimento degli studi. È questa, a livello dell’Unione Europea un’anomalia italiana. Il tedesco Abitur e il Baccalauréat francese consentono infatti l’accesso all’università senza dover sostenere prove di ammissione; ma si verifica anche che in Spagna il bacchilerato, conseguito con il solo scrutinio finale, presupponga come da noi il successivo esame di ammissione all’università.

Per concludere, un ultimo accenno all'Europa. L'emergenza scolastica italiana in relazione agli altri paesi è certificata da un lato dai livelli medio-bassi degli apprendimenti conseguiti nelle rilevazioni internazionali, dall'altro dall'elevato tasso di dispersione scolastica. Per il 2020 l’Unione Europea ha indicato la necessità di raggiungere determinati obiettivi (benchmarks) per poter avere su tutto il suo territorio una scuola di massa che sappia anche essere una scuola di qualità. Soprattutto per avere competenze confrontabili e condivise all’interno dei Paesi membri. Dovranno senz'altro migliorare conoscenze e competenze acquisite dagli studenti, premessa indispensabile per poter allargare il numero di laureati della popolazione (obiettivo: 40 % tra i 30 e i 34 anni) e nel contempo si dovrà limitare la dispersione scolastica al di sotto del 10 %. 
Ne consegue un auspicio: per quella data l’Esame di Stato che conclude il lungo percorso scolastico dovrà continuare a svolgere la sua importante funzione, ma dovrà altresì riuscire a trovare una nuova veste, capace di valorizzare la qualità e il merito: non potremo certo permetterci di andare all'appuntamento con la 'società della conoscenza' indossando i classici 'vestiti nuovi dell'imperatore': sarebbe esiziale per la nostra economia.

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