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Società

04 giugno 2012

Il disagio della scuola pubblica

Intervista a Paolo Portone

Paolo Portone è docente di scuola media superiore in un liceo romano

 

Chi vuole ancora bene oggi alla scuola pubblica?

Chi ha a cuore le sorti del paese e chi crede ancora nel suo futuro. Voler bene alla scuola pubblica significa avere a cuore il destino delle giovani generazioni e continuare, nonostante tutto, a sperare in una società più equa e solidale.

 

Quanto si può parlare ancora di scuola pubblica?<

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Ogni giorno purtroppo assistiamo inerti a nuovi attacchi ai pilastri del servizio scolastico nazionale, a partire dai tagli alla spesa per l’istruzione imposti dalle manovre finanziarie degli ultimi governi senza soluzione di continuità. Qualsiasi progetto di riforma auspicato o tentato è destinato inevitabilmente al fallimento in mancanza di un’adeguata copertura finanziaria, mentre surrettiziamente la scuola pubblica per far fronte alle spese correnti è costretta, naturalmente quando questo è possibile, a ricorrere al finanziamento delle famiglie e dei privati (enti, fondazioni). Di fatto sono stati già introdotti elementi di differenziazione tra istituti pubblici in base alle minori o maggiori possibilità di autofinanziamento, amplificati dalle politiche elitistiche adottate dai dirigenti e dai collegi dei professori che in taluni casi privilegiano le iscrizioni delle eccellenze e il pronto riorientamento delle criticità, cioè di quegli studenti che in altri tempi si sarebbero definiti casi difficili o caratteriali che vengono dirottati su altri istituti prima di compiere più di tanti sforzi per risolvere i loro problemi. Chi non tiene naturalmente il passo, o chi non può permettersi lezioni private, viene considerato uno scarto. In questo caso parlare di scuola pubblica viene difficile.

 

Quali sono le cose positive?

Che la scuola pubblica nel 2012 continui ad esistere. Che la catastrofe paventata e preparata non c’è ancora stata, che studenti, professori, genitori e dirigenti siano ancora protagonisti della vita scolastica per nove mesi l’anno, anche al di là delle 18 ore settimanali. La passione, l’impegno e la dedizione sono ancora il lievito della scuola e questo nonostante il discredito che circonda gli insegnanti, troppo spesso ridotti allo stereotipo del fannullone con tre mesi di ferie l’anno. Purtroppo anche in conseguenza delle profonde modificazioni che hanno ridisegnato negli ultimi decenni la fisonomia della famiglia, va sottolineato il progressivo aumento delle responsabilità dei docenti nel processo formativo degli studenti, impegno non sempre adeguatamente riconosciuto e sostenuto da genitori sempre più distanti e spesso per nulla collaborativi. I docenti non possono svolgere questo tipo di supplenza.

 

Quali le cose negative?

La sfiducia che cresce ad ogni istante e che mina alle fondamenta l’intero sistema scolastico; quella strisciante rassegnazione al peggio che spinge gli insegnanti a tirare i remi in barca, i dirigenti a far finta di niente,  i genitori ad essere poco attenti, o ad esserlo a modo loro, magari ricorrendo, chi se lo può permettere a sussidi privati, all’istruzione dei propri figli, e gli studenti a non lottare più per i loro diritti.

 

Cosa potrebbe fare di più il corpo docente? 

Allo stato attuale ben poco. In assenza di una adeguata politica di investimenti (gli stipendi degli insegnanti italiani sono tra i più bassi dell’Unione europea, ma il problema non è solo quello e riguarda anche la ristrutturazione delle scuole, l’ammodernamento delle dotazioni tecnologiche, ecc.) non è realistico a fronte di un aumento consistente dei carichi di lavoro per gli insegnanti (incontri con i genitori, riunioni di dipartimento, collegi docenti, gruppo lavoro handicap, registro elettronico, correzione dei compiti ecc.) continuare a fare affidamento sulla buona volontà e sullo spirito di sacrificio per mantenere in piedi la scuola.

 

 

 

Si possono conservare le motivazioni iniziali?

Spero proprio di sì, anche perché in assenza di quelle, sempre che le si abbia avute quando si è incominciato a lavorare, il mestiere dell’insegnante può rivelarsi tra i più usuranti e pericolosi per la propria e altrui salute. Aggiungerei che insieme ad una forte motivazione ci vuole anche un “fisico bestiale”, per reggere il confronto quotidiano con i giovani e le loro energie, e che il progressivo invecchiamento del corpo insegnante (tra i più anziani d’Europa), specie nei licei, costituisce un non irrilevante aspetto della crisi del sistema scolastico nazionale.

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