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Società

06 aprile 2012

La scomparsa del ceto medio

Ronny Mazzocchi

Non è un eufemismo affermare – come hanno fatto in molti - che una delle principali vittime della crisi sia la classe media.  Al calo del Pil e alla continua crescita della disoccupazione si stanno aggiungendo infatti le sempre più gravose misure di risanamento messe in atto dai vari governi occidentali che - abbandonata ormai qualsiasi velleità universalistica - hanno

scaricato proprio sul ceto medio buona parte dei costi, fra maggiori imposte e minori beni di welfare. Tuttavia sarebbe un errore pensare che le difficoltà della classe media siano iniziate nell’ultimo quadriennio. È sufficiente dare un’occhiata alle principali statistiche per capire come, già a partire dagli anni Ottanta, la distribuzione di redditi e ricchezza sia andata polarizzandosi sempre di più. Uno dei più utilizzati indicatori della dispersione del reddito – l’indice di Gini – mostra come la diseguaglianza sia andata costantemente crescendo un po’ in tutto il mondo Occidentale, colpendo non solo i paesi anglosassoni ma anche il cuore dell’Europa e la Scandinavia.  Varie sono le ragioni che hanno condotto a tale esito. Da un lato la globalizzazione ha favorito la delocalizzazione dei settori a più alta intensità di lavoro verso l’Asia, creando in Europa e negli Stati Uniti un eccesso di manodopera nei settori dove è richiesta una bassa specializzazione; questo processo ha così determinato una diminuzione dei salari rispetto ai settori o alle fasi della produzione che, invece, hanno continuato ad avere il loro cuore in Occidente. Dall’altro lato, la progressiva terziarizzazione dell’economia, unita all’emergere di figure lavorative difficilmente rappresentabili in organismi collettivi, ha indebolito il potere contrattuale dei lavoratori con effetti negativi sulle retribuzioni. La stessa OCSE ha mostrato come nel drastico peggioramento nella distribuzione del reddito un ruolo preponderante è stato giocato dalla modifica dei rapporti di forza che stanno alla base della distribuzione primaria del reddito fra capitale e lavoro. Non è un caso che i paesi che mostrano minori diseguaglianze nel reddito e nella ricchezza siano quelli in cui è più equilibrata la distribuzione primaria fra salari e profitti. Inoltre, secondo alcuni studi, la crescente sperequazione della ricchezza è stata una delle cause scatenanti della crisi. Al progressivo impoverimento della classe media, infatti, non è corrisposto un calo dei consumi che – anzi – in alcuni Paesi sono addirittura aumentati. Tutto ciò è stato possibile da un lato grazie alla riduzione o addirittura all’azzeramento della propensione al risparmio e dall’altro dal massiccio ricorso all’indebitamento, favorito sia dal cosiddetto “effetto ricchezza” sui valori mobiliari e immobiliari sia dall’emergere di nuovi strumenti di debito a costi decrescenti. La finanza, allentando i vincoli di liquidità, ha permesso così di coprire la perdita di potere d’acquisto delle classi medie per un lungo lasso di tempo, grazie alla moltiplicazione degli strumenti di diversificazione e di trasformazione del rischio anche su scala geografica. La troppo facile concessione di mutui ipotecari a debitori incapaci di ripagare la somma presa a prestito unita alle difficoltà del sistema finanziario di gestire una catena del rischio sempre più lunga e complessa, ha finito per generare la crisi del 2007. Vista in prospettiva, la scomparsa della classe media rischia di avere anche pesanti ripercussioni politiche. Infatti, è proprio su quel blocco sociale che, nel secondo dopoguerra, si sono costituiti i successi delle democrazie occidentali. Una società fortemente polarizzata rischia invece di essere più instabile e insicura. Soprattutto rischia di essere più infelice.

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