È l’incubo dei nostri giorni. Ha sostituito un’altra parola che da anni ci tormentava, il PIL. Solo che, rispetto al PIL (con cui condivide l’arcana origine nella simbologia numerica della disciplina misterica del presente, l’economia) lo spread ci mette di malumore, ci avvilisce e ci deprime. Il PIL ci preoccupava, certo, come ci si può preoccupare di un
figlio che non cresce abbastanza, di un fatturato che ristagna o anche solo di una torta che non lievita. Con lo
spread è diverso, qui c’è di mezzo il senso di colpa, il bene e il male, il confronto diretto con gli altri, e il giudizio morale. Lo spread ci angoscia.
Perché quello che accade è questo. Lo
spread è così significativo nelle nostre vite in quanto si inserisce in una struttura di significato preesistente, e la conferma: ora, ci sono poche cose che hanno una forza cogente come le conferme dei nostri pregiudizi. E lo
spread serve appunto da indicatore numerico di certificazione di una visione risaliente che vede l’Europa divisa in due: da una parte i «nordici», che in questa rappresentazione non sono solo più ricchi ma anche più belli (alti, biondi…), e più morali. E dall’altra i «sudici» (non a caso chiamati Pigs – Portugal, Greece, Italy, Spain) i meno ricchi, i meno biondi (o scuri), gli scarsamente morali o anche immorali. Insomma lo spread non è un indicatore che misura solo fredde realtà economiche, quelle che in economia si chiamano fondamentali, ma esso nasce da valutazioni a caldo, giudizi che includono fattori imponderabili (o ponderabili ma con un altissimo margine di aleatorietà) come sarebbero la credibilità di un ceto politico (sintetizzata nella faccia di un primo ministro), i giudizi sulla capacità collettiva di reazione di un paese in circostanze difficili o le aspettative di stabilità istituzionale.
Mia madre mi narrava che al collegio femminile del Sacro Cuore di Palermo, che lei frequentava nel primissimo dopoguerra, all’approssimarsi del Natale si costruiva un gigantesco Presepe, al cui centro stava la grotta dove sarebbe nato il Bambinello Gesù. Mentre da un lato i Re Magi si mettevano in marcia, dall’altro le deserte lande e le dolci colline di cartapesta del presepe erano popolate di pecorelle, ognuna delle quali recava il nome di un’allieva. Ogni giorno, a seconda del comportamento tenuto in classe e nella vita collettiva del collegio, le pecorelle avanzavano verso la grotta o arretravano verso un burrone, metafora della via della perdizione.
Ora, quando penso allo
spread, mi viene in mente questa immagine. Sembriamo tutti in un gigantesco presepe, con le nazioni come pecorelle. Lo
spread viene usato come un indicatore sintetico di virtù civile, un misuratore di performance in una gara le cui regole sono stabilite dall’alto e il cui giudice, come Dio, è severo ma giusto, imparziale ma terribile. Ed è una gara in cui non solo le regole sfuggono ad ogni controllo ma che ha effetti cumulativi sulla vita della gente (nel burrone c’è molta meno erba verde con cui nutrire le povere pecorelle). E che rischia di avere un finale tragico. Sicché da una parte c’è chi dice a Berlino che in fondo se si perde qualche pecora non è poi un gran male (se l’è cercata, questo il sottotesto) e dall’altra (indovinate chi…) c’è un signore che immagina di fare saltare il tavolo, rompere la solidarietà e tornare all’Italia della liretta e della svalutazione salvatutti.
Qualcosa non torna. Se c’è una gara in cui impegnarsi, le regole del gioco devono essere stabilite insieme ed esse dovrebbero essere
fair come si addice al
play, perché - come diceva saggiamente William Blake - «One law for ox and lion is oppression», una stessa regola per il bue e il leone è oppressione. Non si tratta di evitare di competere né di offrire scuse all’inefficienza e al corporativismo; non vogliamo meno regole ma più regole condivise, non meno competizione ma un campo regolato di competizione. Si tratta di non trasformare il Presepe della UE in una sorta di violento
reality che mette in scena una lotta all’ultimo sangue per sopravvivere. Mettendo a rischio la democrazia. Occorre evitare che lo
spread diventi l’
Hunger Games della realtà.
© Riproduzione riservata