«E corre, corre, corre la locomotiva…». La celebre canzone con cui Francesco Guccini ama chiudere i suoi concerti torna alla mente in questi giorni di protesta No-Tav e ci induce a riflettere sull’ambiguità del nostro rapporto con la velocità, e con la memoria. La
canzone, com’è noto, racconta una storia vera, e struggente: quella del fuochista anarchico
Pietro Rigosi postosi il 20 luglio del 1893 alla guida di una locomotiva lanciata contro una vettura ferroviaria alla stazione di Bologna, sorta di «bomba proletaria», forte di «un potere tremendo, la stessa forza della dinamite». Si trattava di un gesto dimostrativo, nel puro stile anarchico della propaganda mediante il fatto: oggi diremmo, un gesto terroristico compiuto da un kamikaze. Ma la canzone indica anche come la locomotiva sia stata a lungo un simbolo universale, e, come scrive Guccini, «un mito di progresso lanciato sopra i continenti». Così come lo sviluppo economico anche il progresso sociale, inteso come una forza inarrestabile che procede in linea diretta verso il futuro, è stato pensabile solo dopo che è stato inventato il
treno.
Ai primi del XX secolo si ebbe una vera e propria fascinazione per la velocità, sospinta da un’estetica, quella futurista, che ne esaltava la nuova bellezza, capace di arricchire, come usavano dire, «la magnificenza del mondo». Nelle parole travolgenti e incendiarie di
Marinetti così come nei dipinti intensi di
Boccioni il treno rappresentava il nuovo che avanza, il giovanile, l’incorrotto, il puro: la modernità invocata per «liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari». Attorno alla velocità, al suo mito, si riconosceva – a destra come a sinistra – una generazione che presto dovrà misurare la propria vitalità ardita, la propria giovinezza esibita, con la tragedia della trincea, e con la morte. Ma che lascerà tracce in una certa modalità della protesta radicale, propensa a ricorrere ancora al gesto esemplare e anti-sistema, alla creatività sovversiva di chi non vuole farsi integrare, alla violenza distruttrice esercitata in nome di una superiore giustizia.
Stop that train. Un secolo dopo il mondo sembra capovolto, girato all’incontrario. Non c’è neppure bisogno di richiamare il famoso rapporto al Club di Roma del 1972 sui limiti dello sviluppo o quei letterati che da
Paul Valéry a
Milan Kundera hanno disegnato con successo l’elogio della lentezza, per ricordare quanto sia diffusa oggi la convinzione che
slow, e non solo con riferimento al cibo, è
cool. Nubi nere si sono via via addensate sull’idea di sviluppo, almeno su quello con la S maiuscola, senza aggettivi e senza virgolette, e «produzione a Km 0» è divenuta una ricetta attraente, sinonimo di qualità e di integrità. Come ricordava in uno dei suoi ultimi libri James Hillman, quando in una cittadina californiana giunge un agente incaricato di proporre un piano di sviluppo, quello è il momento in cui la gente si preoccupa. Era nata la sindrome NIMBY: per favore, non nel mio cortile.
Così al locomotore instancabile volano di progresso si è, nel caso dell’alta velocità ferroviaria sulla linea Torino-Lione, sostituita l’immagine di un treno violentatore della natura: quel che era il simbolo del futuro è divenuto una minaccia di catastrofi prossime venture, e la perforazione della madre terra è stata assimilata ad uno stupro dell’incontaminata bellezza del paesaggio alpino, compiuto con la connivenza di varie cricche criminali pronte come sempre a lucrare sulle grandi opere. Vi si aggiunge l’immagine di una popolazione, quella valsusina, che come una tribù indiana del far west americano difende il suo mondo dalla prepotenza di un potere disumano impersonato dal «mostro meccanico che divora le praterie».
A questo capovolgimento di valori si oppone però, facendogli quasi da intrigante contraltare, la continuità di talune forme di protesta, di ben caratterizzati stilemi verbali, di pratiche sovversive coltivate nei centri sociali, nei gruppi anarco-insurrezionalisti, in certa sinistra radicale. Ma con parole diverse: dove un tempo si cantava la giovinezza in marcia verso l’avvenire o si intonava che «eppur bisogna andar, a conquistare la rossa primavera, dove sorge il sol dell’avvenire», ora si inneggia ad una resistenza estenuata e generalizzata, non solo ostile alla velocità ma prossima all’immobilismo. Come recita lo slogan NO-Tav più gridato: «blocchiamo tutto, blocchiamo dappertutto».
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