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Società

21 marzo 2012

Professioni non "monotone". 2) Fotografo

intervista a Vanda Biffani

Vanda Biffani è una fotografa italiana. Specializzata nello sport è attiva a 360 gradi anche in altri settori. Collabora con diverse testate nazionali ed estere .

Come è arrivata a questa professione?

In modo del tutto casuale, mio fratello mi presentò un fotografo che aveva bisogno di qualcuno in grado di fare didascalie alle sue foto d’arte. Io studiavo

all'Università cattolica ed ero appassionata di storia ma non sapevo nulla di fotografia. Dopo pochi giorni feci una prima trasferta con quel fotografo. In macchina lui mi parlò della luce, me la indicò sulle mura dei palazzi distinguendo tra quella radente e l’altra troppo netta e mi spiegò come un fotografo debba vedere il mondo. Tre ore di immagini che mi scorrevano sotto gli occhi in modo del tutto nuovo. Sono passati vent’anni e non ho più smesso di osservare tutto o guardare fuori dal finestrino anche se sono in nave e non c’è nulla da vedere. Credo le foto si facciano con gli occhi.

Come è cambiato il suo lavoro da quando ha iniziato?

Quando cominciai era l’epoca della pellicola, delle ore passate in camera oscura con la lucina rossa, dei medi formati a pozzetto che rimpiango tanto. Gli archivi erano semplici, cartacei, avevano una logica temporale e per avvenimento. C’erano grosse discussioni sulla scelta delle pellicole, chi amava le dominanti verdi della Velvia, chi preferiva i rossi acidi. Nei laboratori professionali ci si incontrava tra fotografi, una sorta di luogo di scambio di informazioni tecniche dai quali non si usciva mai senza aver parlato con qualche collega. Ora è difficile incontrarci, se non virtualmente nei social networks. Il momento più complicato fu il passaggio dalla analogica alla digitale perché in quel limbo si scattava con entrambe, Photoshop poi era un trattato per ingegneri informatici, al massimo riuscivo a cambiare il nome al file e aprire un minimo le curve.
Ora si fa tutto in tempo reale, nella cronaca sportiva si invia mentre si scatta, con il tuo editor che imposta chiavi di ricerca del file. Poi bisogna post produrre, editare, archiviare, scaricare cards, ricaricare le batterie. Tutto è molto frenetico. Suppongo che pochissimi fotografi amino il tempo che passano davanti al computer; chiunque vorrebbe un assistente editor, ma è difficile trovarne poiché preferiscono proporsi come assistenti fotografi. Per chi comincia ora fondamentalmente è cambiato l’approccio alla fotografia: molti mancano di basi, suppongono erroneamente che le nuove tecniche permettano loro di non conoscere le regole. Avere la possibilità di visionare gli scatti di un professionista e discuterne con lui in veste di editor è un’opportunità di apprendimento fantastica. 

Quali sono i problemi?

Innanzitutto quello di non riconoscere la fotografia per quello che è: una professione a tutti gli effetti. C’è una tendenza a considerarla sempre una forma d’arte, concetto a mio avviso sbagliato perché dirige le persone verso l’illusione che qualsiasi intervento o scatto sia ben fatto poiché espressione artistica individuale, dando libero sfogo a manipolazioni a volte aggressive in post produzione o immagini spesso ripetitive. Essere artisti comporta però conoscere bene regole e tecniche per poi essere in grado di sconvolgerle, aver studiato, essersi avviliti sui propri lavori, aver buttato e poi recuperato, aver temuto il giudizio altrui per poi cercarlo. La fotografia è poi autoreferenziale, la forma d’arte più facilmente avvicinabile da chiunque, ci bastano pochi commenti positivi per credere di avere talento ma le cose non stanno così. Ho vissuto molto all’estero, soprattutto in Olanda. Lì le agenzie esigono un portfolio professionale, ti chiedono di elencare i clienti, imporre uno stile. Nei paesi anglosassoni se vanti di aver pubblicato senza essere stato retribuito sveli la tua incapacità d’importi nel settore e quindi di valere. Ma il problema più grande per i professionisti free lance come me è che oggi è difficile piazzare una foto perché la concorrenza è fortissima. Le grandi agenzie spediscono in abbonamento a costi molto contenuti e riescono a coprire tutti gli eventi. Molti aspiranti fotografi inoltre commettono l’errore di inviare gratuitamente con preghiera di citazione dell’autore creando un precedente difficile poi da ribaltare, alcune case editrici approfittano del bisogno di visibilità e spesso tentano di ottenere immagini gratuitamente.

Come vive il rapporto con la precarietà?

Per un libero professionista è all’ordine del giorno. Non c’è una regola nel flusso di lavoro, ci sono dei periodi di calma poi improvvisamente ti cercano tutti e lavori ininterrottamente per mesi. La precarietà fa parte dell’emozione di questo lavoro, smuove la creatività, spinge a reinventarsi, credo vada usata a vantaggio e senza pregiudizi. 

Rifarebbe le stesse scelte

Ognuno ha fatto degli errori, personalmente talmente tanti che molti li ho anche dimenticati. Vorrei aver fatto più foto in molti posti che ho visitato, aver sistemato meglio l’archivio digitale perché ora inizio ad avere problemi nel trovare il materiale, le logiche mentali cambiano e le voci di ricerca non si recuperano facilmente.
A volte vedo lavori e tecniche di alcuni colleghi e mi sembra di avere così tanto da imparare al punto di essere ancora e continuamente di fronte ad una scelta possibile.

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